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Gian Maria Volonté, l’attore controcorrente che guardava l’orizzonte per raggiungere un sogno

ACCADDE OGGI - Nasceva a Milano il 9 Aprile 1933 l'attore che più di tutti ha saputo mettere insieme impegno sociale e talento artistico

ilmamilio.it

Gian Maria Volonté è morto sul set, a 61 anni, nel 1994. Stava girando 'Lo sguardo di Ulisse' di Theo Angelopoulos. Ora riposa nel cimitero de 'La Maddalena'. La sua è una piccola lapide a forma di vela con una citazione di Valéry: "S'alza il vento. Bisogna tentare di vivere".

Di oltre cinquanta personaggi da lui interpretati ce ne sono alcuni che hanno segnato l’immaginazione collettiva, la storia del cinema italiano: l’operaio Lulù Massa, il bandito Cavallero, Enrico Mattei, Lucky Luciano, Bartolomeo Vanzetti, il pacifista tenente Ottolenghi di “Uomini contro”, il Carlo Levi di ‘Cristo di è fermato ad Eboli’, il direttore di giornale di ‘Sbatti il mostro in prima pagina’, ‘Todo Modo’ e tanti altri. Uno straordinario camaleonte, un interprete poliedrico e mimetico, intenso, impegnato.

La sua infanzia a Milano fu difficile. Ribelle e inquieto anche negli anni della scuola, poi antifascista, attore contro, uomo vicino alla solidarietà sociale. A 16 anni si trova a fare il raccoglitore di mele in Francia, scopre Sartre, Camus e la letteratura americana. Lavora nei Carri dei Tespi. Entra nelle prime compagnie. Cerca di trovare la sua strada. Il padre Mario, originario di Saronno, nel 1944 era stato al comando della Brigata Nera di Chivasso. La madre, Carolina Bianchi, apparteneva a una benestante famiglia di industriali milanesi. Il papà fu protagonista di alcuni episodi di malversazione e soprusi contro la popolazione civile. Alla fine della guerra fu accusato della fucilazione di alcuni partigiani e morì in carcere. La madre cercò in tutti i modi di fronteggiare la crisi, arrivando ad affittare le camere della sua grande casa.

Gian Maria, agli inizi della carriera, se la passa economicamente male, ma ha la scorza dura. Nel 1954 inizia a frequentare l'Accademia nazionale d'arte drammatica. La sua prima esperienza come attore la fa recitando, sotto la regia di Franco Enriquez, nello sceneggiato televisivo 'La Foresta pietrificata' e in 'Fedra' con a una delle regine della scena italiana: Diana Torrieri. Poi il suo esordio nel cinema, nel 1960, con il film 'Sotto dieci bandiere'. Nel 1961 recita in due film del genere 'peplum': 'Antinea, l'amante della città sepolta' ed 'Ercole alla conquista di Atlantide'. Ottiene una parte anche in due opere importanti: 'A cavallo della tigre' di Luigi Comencini e 'La ragazza con la valigia' di Valerio Zurlini. Arriva così il suo primo ruolo da primo attore in 'Un uomo da bruciare' di Valentino Orsini e dei Fratelli Taviani, un film di denuncia sociale ispirato alla vita del sindacalista Salvatore Carnevale. Nel 1964 è 'Michelangelo Buonarroti' nello sceneggiato RAI. Lo stesso anno, Sergio Leone lo vuole in 'Per un pugno di dollari', caposaldo del genere spaghetti-western. Volontè, nel ruolo del trafficante di alcolici Ramón Rojo, trova quel lustro che serviva alla sua nascente carriera cinematografica. Nel 1965 torna nel su ruolo di cattivo in 'Per qualche dollaro in più', nel quale interpreta il criminale 'El Indio': interpretazione memorabile che lo consacra al grande pubblico.

Dopo altre interpretazioni nei film appartenenti al filone western, come 'Quién sabe?' di Damiano Damiani, è eccezionale in 'Banditi a Milano' di Carlo Lizzani, dove ripercorre le scorribande criminali del bandito Cavallero. In questo periodo si lega, iniziando dalla pellicola 'A ciascuno il suo', con Elio Petri, in un'opera liberamente ispirata all'omonimo romanzo dello scrittore Leonardo Sciascia. Il film segna l'inizio di un sodalizio artistico a cui seguiranno altri fortunati film. Tra questi 'Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto' e 'La classe operaia va in paradiso'. Ottenuta la notorietà, continua a dedicarsi ad un tipo di cinema impegnato, recitando in 'Uomini contro' e 'Il caso Mattei' di Francesco Rosi, 'Sacco e Vanzetti' e 'Giordano Bruno' di Giuliano Montaldo e 'Sbatti il mostro in prima pagina' di Marco Bellocchio.

E' con Petri e Rosi che Volonté dà il meglio di sé, ha modo di esprimere liberamente il suo talento e il suo istinto dando vita ad una critica reale alla classe dirigente di quegli anni, trasformandosi rapidamente in un punto di riferimento del cinema civile, considerato anche il suo attivismo politico immerso in una miriade di manifestazioni e scioperi per i diritti dei lavoratori.

Tuttavia l'Italia sta cambiando lentamente. Il film 'Todo Modo', fondato sull'analisi grottesca del potere della Democrazia Cristiana, sancisce, seppur poco dopo la metà degli ideologici anni settanta, una sorta di conclusione del cinema politico a pochi anni dalla strage di Via Fani e il delitto Moro (personaggio che interpreta nella sua vita due volte). Tuttavia Volonté ritrova il successo, di nuovo grazie a Rosi, in 'Cristo si è fermato a Eboli', tratto dall'omonimo romanzo di Carlo Levi, che viene riconosciuto con diversi premi nazionali e internazionali. Poi gli anni ottanta, ancora con ruoli di rilievo in una società che però inizia a diventare irriconoscibile, disimpegnata. Il suo tratto è comunque profondo e all’altezza delle sue parti, fino alla morte, avvenuta sul ‘campo’, come si suol dire, quando ancora poteva dare molto, nel 1994.

Gli scioperi, gli studenti e gli operai, i diritti degli attori, la cultura, la militanza, la maniacale professionalità che lo portava a uno studio del soggetto da interpretare, l’estrema capacità di creare emozioni, di entrare nel personaggio tanto da identificarlo con l’attore. Volonté era dotato di una qualità unica: scommettere e pagare in prima persona per le sue idee.

“Essere attore – diceva - è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressiste di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario tra l’arte e la vita”. Fu incredibilmente eclettico e allo stesso tempo perfetto. Da bandito del west o metropolitano, da poliziotto, da intellettuale, da soldato, da mafioso, sindacalista, operaio o anarchico ebbe la capacità di offrire allo spettatore il medesimo, altissimo, risultato. Raccontando l’Italia che viveva, le pulsioni di quegli anni, la crisi profonda dell’uomo contemporaneo, la contraddizioni del potere e degli sfruttati aggiungendo, a questo quadro complessivo, anche la grande qualità tecnica di modificare le strutture iniziali e renderle diverse, ma sempre efficaci.

Un attore come non se ne vedono più, sempre puntato, con i suoi occhi tormentati e profondi, verso un orizzonte che sapeva di sfida, fuori della semplice visione del domani come inutile speranza.