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Ernst Junger, un pensiero libero nell’Europa del declino

ACCADDE OGGI – Nasceva il 29 marzo 1895 uno dei più grandi pensatori europei

ilmamilio.it 

Amante dell’Italia, del suo Sud e della Sardegna così ‘rossa -come la definì - amara, virile, intessuta in un tappeto di stelle, da tempi immemorabili fiorita d'intatta fioritura ogni primavera, culla primordiale’.

Ernst Junger era un uomo inquieto, sperimentatore, politicamente scorretto. Filosofo e scrittore, intellettuale fuori schema, tedesco e grandemente europeo, era un visionario della crisi della contemporaneità.

Nato a Heidelberg nel 1895 e morto nell’Alta Svevia, a Riedlingen, nel 1998. A 103 anni. E’ stato una delle figure più discusse e controverse della cultura contemporanea, ma anche un riferimento costante. Importante, sopratutto, nella nostra epoca di omologazione.

Chi ha vissuto il Novecento ha timore ormai più delle azioni dell’uomo che del giudizio di Dio, è storia nota. Due guerre mondiali di devastante portata, ce lo hanno insegnato. Ernst Jünger ne fu testimone. Nacque così, in quell’incastro diabolico. Crebbe così. Lui e la sua letteratura: un invito a riflettere sulla tecnica, sulla politica, sull’esistenza.

Da ragazzo, neanche maggiorenne, sfuggito all’ambiente borghese familiare, finì in una Legione straniera. Lì visse l’esperienza algerina di Sidi-bel-Abbès, che anni più avanti diventò il suo romanzo ‘Ludi africani’. Poi la prima guerra mondiale, il fronte occidentale, l’esperienza contro francesi e inglesi, arruolandosi come volontario nell’esercito del Kaiser. Ben quattordici ferite, capo di commando d’assalto, due Croci di Ferro, una Croce di cavaliere dell’Ordine di Hohenzollern e una Pour le Mérite. 

Con ‘Nelle tempeste d’acciaio’ compie la sua svolta. Con questo scritto  - frutto dei numerosi appunti dalla trincea sotto forma di memorie belliche - pubblicato nel 1920, egli forgia un suo primo carattere di scrittore. Umano e politico. L’opera finì negli ambienti di destra, militari, dei reduci e dei gruppi conservatori e nazionalisti. Ciò gli valse una prima etichetta, ma Junger aveva raccontato l’esperienza bellica non solo come consumatrice della gioventù, ma aveva narrato una Francia poco artistica, dipinta col sangue, le mutilazioni, il fango, i cieli di piombo. La guerra di trincea coglie nel giovane letterato la sintesi tra il soldato e l’artista. E' l’estetizzazione di un sentimento.

L’annientamento del vecchio mondo borghese, grande sconfitto della prima guerra mondiale, è un dato di fatto. Junger in quel periodo insegue la sua strada nel deserto, sul fronte di guerra, nel dolore, ne 'L’operaio', libro fondamentale e testo di studio che interesserà pensatori come Martin Heidegger o Julius Evola. Anni avanti Goebbels, Ministro della Propaganda del Terzo Reich, quando la Germania era totalmente ipnotizzata dal fascino di Hitler, confessò: “Abbiamo offerto a Junger ponti d’oro, ma lui non li volle attraversare”. In verità c’era stato un fraintendimento, un inganno. Perché Junger, dapprima interessato all’avanzata del nazionalsocialismo, gradualmente ne provò insofferenza. Ciò gli procurò antipatie. Ma lui, e non altri, quando ancora i rappresentanti della croce uncinata lo lusingavano e la seconda tragica guerra era alle porte, aveva già scritto ‘Sulle scogliere di marmo’, dove ogni elemento sociale e politico in armonia è minacciato da un pericoloso popolo di confine guidato dal 'Forestaro' (identificato con Hitler o Stalin). Un libro in cui si trovano due fratelli e una serie di personaggi che rappresentano qualcosa: la forza spirituale della religione, il vecchio mondo rurale, la nobile stirpe, la violenza e il terrore. Hitler salvò Junger, dopo il 20 luglio del 1944, data dell'attentato contro il dittatore, evitandogli i sospetti. Era finito il tempo dell’eroe delle armi ed era già cominciata, da tempo, in mezzo all’inferno, la fase del contemplatore solitario.

Nel secolo delle ideologie, pur essendo un appassionato, egli non amò immedesimarsi, visse l’esistenza come un esperimento, senza costringersi nelle limitazioni. Fu attratto dalle scienze naturali, dalla zoologia, dalla filosofia. Nobilitò il combattente, troppe volte considerato carne per il sacrificio, e un altro eroe, l’Operaio, l’uomo dell’età della tecnica in grado di elevare nei suoi sprazzi di vitalità la crisi della civiltà europea. Non erano lontani i tempi in cui aveva trascorso gran parte della guerra a Parigi, facendo l’osservatore, in fondo, di una patria, la sua Germania, che stava morendo sotto un disastro di proporzioni indicibili. Suo figlio, Ernstel, che aveva espresso opinioni antinaziste, cadde in Italia nel 1944. Sottoposto a censura anche dagli alleati, si ritirò a Wilflingen, poi nel castello degli Stauffenberg, sede del pensatore del golpe antihitleriano, e dunque in una foresteria.

Ma c’è un’altra figura modernissima che ritorna, sopratutto oggi, nell’era del pensiero unico e del controllo totale, ovvero l’Anarca, colui che resiste a un ordine sociale iniquo inoltrandosi nel bosco. Il Waldgänger, il vagabondo, il resistente: la tecnica che non può essere affrontate a viso aperto e ad armi pari, può essere scansata evitando la collaborazione, la condivisione, preferendo l’esilio volontario del pensiero in attesa di tempi migliori. Nell'attesa, però, è lecito tentare di accrescere la propria individualità, la propria personalità e spiritualità. Un ritorno alle radici, alla  natura, al paesaggio. Interiore ed esteriore. La chiusura del cerchio, per un pensatore che aveva esaltato proprio la tecnica in età giovanile. Il passaggio al bosco è la tappa che conduce all’uomo più naturale, così com'è e come è nato.

Junger fu un intellettuale che non aveva timore di affrontare la vita perché aveva visto e conosciuto la morte. Prima da protagonista, poi con sguardo disincantato. Quando morì davvero, sopra i cento anni, nelle città italiane apparvero i manifesti dei ragazzi di destra che ne elogiarono lo stile di vita e il pensiero. Operazione di propaganda che aveva rimosso meccanicamente e per convenienza lo Junger che a dispetto dell’ordine costituito scrisse “Meglio essere un delinquente che un borghese” o quello interessato alla esperienza delle droghe, un tentativo di esplorazione, di movimento verso lo sconosciuto. Nel 1970, a 75 anni, pubblicò ‘Avvicinamenti: Droghe ed ebbrezza’, narrazione di esperienze personali e non solo, costituito da resoconti del suo rapporto con gli effetti delle prime ubriacature al liceo fino all'assunzione di etere, cocaina, hashish, LSD. Una fase psichedelica che serviva a scavalcare un nuovo confine, andare oltre. A modo suo, con la sua autodisciplina.

Nel 1980 ottenne il Premio Goethe che lo consacrò tra i grandi scrittori e pensatori tedeschi del Novecento. Non è stato un isolato. Ha scelto un’altra strada. Fu criticato per il suo passato e per le sue idee, ma ebbe la stima di Alberto Moravia (Leggi Lo scrittore dell’(in)esistenza: Alberto Moravia e il suo tempo di divisioni e tensioni ideali ) o del Presidente della Repubblica francese François Mitterrand.

Una vita utile, la sua, che insegnò ad altri l’utilità della vita.