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14-15 gennaio 1968: il terremoto del Belice. Quell’Italia tra le braccia della solitudine

ACCADDE OGGI - I drammatici giorni di un evento sismico che spopolò una parte di nazione

ilmamilio.it 

Parte occidentale della Sicilia compresa tra Palermo, Trapani e Agrigento. Qui, dove l'insediamento di Fenici e Greci portò una civiltà di cui rimangono imponenti rovine, si può ammirare anche altro, opera dell’uomo moderno.

Percorrendo la SS 119, nel tratto che interseca la Riserva Naturale Integrale della Grotta di Santa Ninfa, nei pressi di Salaparuta, non si può non fare caso a un gigantesco monumento, opera di Alberto Burri, che ripercorre una vecchia città distrutta da un terremoto.

Macerie cementificate, ove risiede il congelamento della memoria storica di una comunità ferita. E' il Cretto, la 'Land Art' più grande al mondo. Una realizzazione figlia della ricostruzione di Gibellina, distrutta nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968. Un disastroso evento naturale che portò alla creazione di una città nuova, per la quale l'allora sindaco Ludovico Corrao chiamò i più importanti artisti del panorama contemporaneo per portare attenzione e bellezza in un territorio solo e distrutto.

Burri, tra questi artisti, interpretò in modo gigantesco e perenne, con un atto vicino alla resilienza, la vecchia città massacrata dal sisma. L’elaborazione del trauma e del lutto, lo scenario antico e mitico entro il quale avvenne. Un racconto lontano, ma ancora vivo.

La prima forte scossa, in quel 1968, venne avvertita alle ore 13:28 del 14 gennaio, seguita da un’altra alle 14:15. Due ore e mezza più tardi, alle 16:48, ci fu una terza scossa, che causò danni gravi a Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita di Belice e Santa Ninfa. Nella notte, alle ore 2:33 del 15 gennaio, una scossa violenta dette una ulteriore spallata di terrore che si udì fino Pantelleria. Ma alle ore 3:01 ne arrivò un’altra, terribile, che causò gli effetti più gravi. Le vittime furono quasi 400, circa 1000 feriti e almeno 90mila sfollati.

Immediatamente dopo gli eventi tellurici non si ebbe l'immediata percezione della gravità reale dei fatti. A quel tempo la zona non era considerata di alta pericolosità sismica. Alcuni quotidiani riportarono la notizia di pochi feriti e qualche casa lesionata, ma nelle cronache successive la versione cambiò. I primi soccorsi giunti trovarono le strade infilate nella terra, quasi fossero state ingoiate. Furono impegnati oltre mille vigili del fuoco, la Croce Rossa, l'Esercito, i carabinieri. Il pilota di uno degli aerei impegnati nella ricognizione della zona testimoniò di avere visto uno scenario da ‘bomba atomica’.

I chirurghi si trovarono a fronteggiare una situazione d'emergenza. Egisto Corradi, inviato del Corriere della Sera, scrisse: “La pioggia ha ridotto la piana ad un acquitrino nel quale si affonda fino alle caviglie... Macchine ed autocarri si sono impantanati sia tra le tende che lungo la strada, continuamente bloccata da ingorghi». Nell’occasione emerse lo stato di arretratezza in cui vivevano quelle aree, ove molte abitazioni erano in tufo e impasto di canne. Le popolazioni di quei paesi erano composte da vecchi, donne e bambini. I giovani e gli uomini erano già emigrati in cerca di lavoro.

L'impreparazione, la mancanza di coordinamento, l’assenza dello Stato, i ritardi nella ricostruzione fecero il resto, tra abitanti costretti a cercare altri luoghi di vita e altri che iniziarono a vivere dentro a delle vere e proprie baracche.  Leonardo Sciascia, in un servizio per 'L'Ora', paragonò le baraccopoli ai "più efferati e abietti campi di concentramento". Oltre 90mila sfollati vagarono tra strutture di accoglienza precarie e disperazione.

Gli anni che seguirono furono un tipico caso all’italiana costituto da appalti, annunci, stanziamenti. Non tutto fu ricostruito. Subito si alzarono le denunce. Tra tutte ricordiamo quelle di Danilo Dolci (leggi 30 Dicembre 1997: “Se l’uomo non immagina, si spegne”. Danilo Dolci e quell’idea della vita e della società da rivalutare ) il quale intraprese le sue lotte a favore della popolazione e contro il malaffare politico-mafioso. Leggendarie le frasi scritte sui muri dei ruderi. "La burocrazia uccide più del terremoto", "Governanti burocrati: si è assassini anche facendo marcire i progetti".

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini prese in carico la responsabilità di evidenziare lo scandalo dei ritardi in uno storico discorso ove la massima carica dello Stato, ancora scossa da quel che era accaduto poco prima Irpinia (leggi Quel minuto e mezzo che cambiò il sud: il terremoto dell'Irpinia), gridò tutto il suo senso di vergogna: "Quei terremotati, a tredici anni dal sisma - disse -  vivono ancora nelle baracche. Non hanno avuto le case né lo stanziamento promesso di 600 miliardi". Poi, l' atto d' accusa ai politici: "Mi chiedo: dove è andato a finire il denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belice? E se vi è chi ha speculato, io chiedo: è in carcere come dovrebbe essere?".

Interi paesi come Gibellina, Poggioreale e Salaparuta sono stati ricostruiti altrove. Il tessuto sociale mutò irrimediabilmente, mentre la vita di migliaia di persone venne trasformata, sconvolta. Cambiò anche il paesaggio. Le nuove città da una parte e i ruderi negli abitati di un tempo. Nel frattempo l’economia ha trovato un altro volto.

Oggi il Belice è, dopo tutto, una zona d’Italia che ha voltato pagina e cerca di allontanare le storture della ricostruzione e del drammatico terremoto che risuona ancora nelle orecchie di chi c’era. Ma sono le ultime ferite di un vissuto, lì dove si cerca sempre di essere Italia con difficoltà. In un tempo in cui la solitudine di quei giorni è ancora un monito. Una solitudine che però, attraverso le sue braccia, ha saputo conservare la voglia di rialzarsi e di non dimenticare, come nel caso del Cretto burriano, ciò che si è stati e ciò che è accaduto.