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7 Gennaio 1978: l’eccidio di Acca Larenzia. Tutto quel sangue senza colpevoli e verità

ACCADDE OGGI – La morte e di Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni: uno dei delitti più gravi (e insoluti) degli ‘anni di piombo’

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Gli anni settanta in Italia traboccavano di speranza, ma anche di morte. Potevi essere ucciso per un paio di stivali che indossavi, perché passavi nel quartiere sbagliato, perché finivi in mezzo ad una sparatoria, perché leggevi il giornale ‘sbagliato’. Furono anni di svolta sociale, di diritti conquistati, ma anche di paura, di stragi, di delinquenza feroce, di ragazzi uccisi di qua e di là della barricata per odio cieco, vendicativo, dove alcune istituzioni giocarono per fagocitare il cambiamento, bloccarlo, oppure sviarlo. Giovani di destra e di sinistra, appartenenti alle forze dell’ordine, magistrati e semplici cittadini: tutti travolti dalla spirale della violenza. Anni (anche) senza giustizia e senza colpevoli. Persino senza uno straccio di processo.

 

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La Strage di Acca Larentia, del 7 gennaio 1978, è uno di quegli episodi in cui al dolore e alla fine premature di tre giovani militanti di destra, si è associata l’assenza dello Stato e della Magistratura. Un pluriomicidio a sfondo politico avvenuto a Roma, nel quartiere Tuscolano, in uno di quei perimetri con dei palazzoni figli della crescita espansionistica senza una dimensione umana. Qui, quella sera, tra una piazzetta ed una via, furono uccisi due giovani attivisti del Fronte della Gioventù,, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, che caddero assassinati in un agguato davanti alla sede del Movimento Sociale Italiano di via Acca Larentia. Stefano Recchioni, qualche ora più tardi, venne ucciso da un capitano dei Carabinieri durante una spontanea manifestazione di protesta, organizzata nei pressi della sede dai militanti missini.

“Uccisi dallo Stato e dai comunisti”, si dirà. Così una parte di quella generazione pensò di armarsi e di sparare. Ma è un’altra storia. Tragica altrettanto. Piena di lutti.

Acca Larenzia è la madre delle stragi per un’intera area politica, che vedrà uccisi alla fine degli anni del terrorismo oltre una ventina di giovani del Movimento Sociale Italiano Destra Nazionale, ritenuto il partito che versò il tributo di sangue più altro tra le forze parlamentari. I giovani di Acca Larenzia non furono i primi. Prima c’erano stati Ugo Venturini, Carlo Falvella, il terribile rogo do Primavalle in cui perì anche il piccolo Stefano Mattei, assieme al fratello Virglio, Enrico Pedenovi, i militanti Giralucci e Mazzola a Padova, prime vittime delle Br, Mario Zicchieri, ammazzato con un fucile a canne mozze davanti alla sede del Prenestino. Solo per citarne alcuni.

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Il 7 Gennaio, verso le 18:20, l’Italia era già stata insanguinata abbastanza. Di qua e di là del fronte. Due mesi ancora e sarà la Strage di Via Fani e il delitto Moro a raccontare agli italiani cosa era capace di fare la violenza del terrorismo e a quale livello di fuoco era arrivata, a quale grado di organizzazione e chissà a quale vertice di rapporto con entità sconosciute era giunto.

Quel 7 Gennaio, mentre si apprestavano ad uscire dalla loro sezione, cinque giovani militanti furono investiti dai colpi di diverse armi automatiche sparati da un gruppo di fuoco formato da cinque o sei persone: uno di loro, Franco Bigonzetti, ventenne, rimase ucciso sul colpo. Vincenzo Segneri, seppur ferito ad un braccio, riuscì a rientrare all'interno della sede del partito assieme ad altri due militanti: Maurizio Lupini e Giuseppe D'Audino.

Francesco Ciavatta, studente di diciott'anni (leggi Mi chiamo Francesco Ciavatta… ) pur essendo ferito, tentò di fuggire attraversando la scalinata situata a lato dell'ingresso della sede, ma fu raggiunto e colpito nuovamente alla schiena. Morì in ambulanza, durante il trasporto in ospedale.

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Nelle ore seguenti, col diffondersi della notizia dell'agguato, una folla di attivisti organizzò un sit-in di protesta sul luogo della tragedia. In uno di questi frangenti, partirono alcuni colpi in aria, mentre un capitano dei Carabinieri, secondo le testimonianze, sparò ad altezza d'uomo, colpendo piena fronte il diciannovenne Stefano Recchioni, militante della sezione di Colle Oppio. Per questo episodio il capitano Edoardo Sivori finì sotto processo, ma venne poi prosciolto da ogni accusa. Alcuni mesi dopo l'accaduto, il padre del Ciavatta, portiere di uno stabile, si uccise bevendo una bottiglia di acido muriatico. E’ il quarto morto dell’eccidio.

Solo dieci anni più tardi, grazie alle confessioni di una pentita, si arrivò all'arresto di alcuni militanti di Lotta Continua. Uno di loro, Mario Scrocca, si suicidò in cella. Altri tre arrestati furono assolti in primo grado per insufficienza di prove, stessa sorte toccò ad un'altra imputata latitante. I colpevoli dell'agguato sono quindi rimasti sempre liberi. Nessuna verità, nessun colpevole.

PaiUna delle armi utilizzate nell'agguato, una mitraglietta Skorpion, fu rinvenuta in un covo delle Brigate Rosse a Milano. Si scoprì che la stessa arma era stata utilizzata per gli omicidi di Ezio Tarantelli, dell'ex sindaco di Firenze Lando Conti e del senatore democristiano Roberto Ruffilli. Nel 2013, a seguito di un'interpellanza parlamentare, venne ricostruita la provenienza iniziale dell'arma, che fu originariamente acquistata, nel 1971, dal cantante Jimmy Fontana. Una mitraglietta passata nel corso del tempo tra vari proprietari, come un ispettore di polizia, a fini di collezionismo, e poi, con un tragitto mai del tutto chiarito, a disposizione del gruppo di terroristi.

Acca Larenzia è un buco nero. Nero come il lutto. Nero come l’assenza della Giustizia. Nero come il disimpegno dello Stato. E’ accaduto per altri omicidi degli anni di piombo per i quali nessuno ha pagato, per i quali persino chi è stato ritenuto colpevole ha scontato un giorno di carcere, per i quali ci sono tanti e troppi latitanti in ogni angolo del mondo. Ogni tanto se ne parla, in pochi però si interessano delle famiglie di quei morti innocenti. Di qualsiasi appartenenza politica, di qualsiasi ceto sociale. Sono rimasti gli esseri umani più traditi - i familiari - dalle istituzioni che non hanno saputo dare una risposta alla distruzione degli affetti.

Questo è l’orrore più grande, oltre il sangue sparso sui marciapiedi.

 

Commenti   

0 #2 Alessandro di Manzan 2018-01-07 20:58
Finalmente un po' di VERITA'!!!
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0 #1 Claudio Bellasio 2018-01-07 20:27
Sono interessato a tutto quello che riguarda la nostra Storia.
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