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Giorgio Gaber, il ricordo. “Ho bisogno di un delirio che sia ancora più forte, ma abbia un senso di vita e non di morte”

ACCADDE OGGI – Il 1° Gennaio 2003 ci lasciava il grande artista del Teatro Canzone e altri capolavori

ilmamilio.it

Giorgio Gaber era nato e cresciuto a Milano, la sua Milano e quella via Londonio, quartiere Sempione, dove tutto ebbe inizio. Lo stesso Gaber ammetterà che la sua carriera era una trama di circostanze tutte milanesi. “Prova ne è – affermava - che, bene o male, tutti i miei spettacoli, pur senza mai dare precise coordinate di spazio e di tempo, fanno riferimento a situazioni tipicamente metropolitane”.

I bar della zona, la città degli anni '50 del Novecento (ancora nebbiosa), le cantine, il jazz, le storie, il boom economico e l’industria discografica: lo 'chansonnier' della periferia a cui prende la voglia di teatro muove qui i suoi passi. Un posto dove ogni cosa gli apparteneva. La concretezza, la voglia di fare: caratteristiche riconosciute della metropoli e caratteristiche sue, così produttivo e creativo.

Giorgio Gaber, nome d'arte di Giorgio Gaberščik, era figlio della medio-piccola borghesia. I genitori si erano conosciuti e sposati in Veneto e si erano trasferiti in Lombardia in cerca di fortuna.  Durante l'infanzia, Giorgio si ammala due volte di poliomielite. Il primo attacco, verso gli otto anni, colpisce il braccio sinistro e gli procura una lieve paralisi alla mano. Il padre gli regala una chitarra affinché eserciti le dita. Una sorta di ‘musicoterapia’. “Tutta la mia carriera nasce da questa malattia”, dirà in seguito. Dono provvidenziale.

In gioventù conosce Luigi Tenco, genovese di crescita ma nativo della provincia di Alessandria. Con lui forma il suo primo gruppo musicale. A sentirne i nomi si tratta di un ‘Dream team’, ma ancora nessuno lo sa: Enzo Jannacci al pianoforte, Luigi Tenco e Paolo Tomelleri al sax, Gaber e Gian Franco Reverberi alla chitarra. Si chiamano i ‘Rocky Mountains Old Times Stompers’. Si esibiscono nel club milanese ‘Santa Tecla’, famoso negli anni cinquanta e sessanta per aver fatto da trampolino di lancio per numerosi cabarettisti e cantanti. Qualche tempo dopo, quando siamo all’inizio dell’era del rock and roll e degli 'urlatori', la band partecipa ad una tournée di Adriano Celentano in Germania.

Il rock è una 'cosa' che in Italia non ha mai sfondato veramente ed ha creato pochi fenomeni collettivi. Tant’è che le stelle popolari ancora oggi si contano sulle dita di una mano. Giorgio Gaber, almeno agli inizi, di questo trambusto è  stato uno degli anticipatori. Perché in seguito avrebbe cantato poi anche il 'Cerutti Gino' al Bar del Giambellino, oppure ‘Non arrossire’ e ‘Porta Romana’ che col rock non c’entravano nulla, ma che davano la cifra del talento. In questo periodo ci si accorge che Gaber sa fare tutto, svariare senza problemi, senza timore di compromettersi.

Ottimo chitarrista, presenta in televisione, duetta con Mina, con Dario Fo, recita nelle commedie musicali e strimpella con Lino Toffolo ‘Addio Lugano’, canzone degli anarchici, sulla prima rete della Rai. Uno così ha la vista lunga. Ed infatti ci verrà a dire progressivamente com’era ‘bella la città’ che si mangiava letteralmente la campagna e coloro che ci abitavano. Ti racconterà gli operai, i tic della società contemporanea compulsiva, la ‘cacca dei contadini’ durante la rivoluzione d’Ottobre, i sogni di Gesù. Poi gli intellettuali, i borghesi, la descrizione senza censure e senza misure, dei ‘mostri che abbiamo dentro’, della società svelata in ‘Se fossi Dio’, con la crudezza di quelle parole, ovvero l’Italia degli anni settanta e del terrorismo, della mafia di Stato e della corruzione. Il Gaber che denuncia e quello riflette si specchia e si guarda, in un dialogo tra un ‘impegnato e un non so’. Sapendo che stavano vincendo i ‘non so’.

L'artista poliedrico ad un certo punto prese un’altra strada. La conclusione degli anni sessanta è un periodo di tensioni, di liberazioni. La televisione non gli piace più. Troppe censure, troppi paletti. Scopre che il teatro gli è più congeniale, gli permette un'espressione diretta, senza la mediazioni immaginarie e fisiche tra l'artista e il pubblico. Meno soldi e meno popolarità, ma più dignità e senso del vero. “Rispetto al denaro, io penso che se si riesce a guadagnare una lira di più di quello che è necessario per vivere – pensava - discretamente si è ricchi”.

Abbandonando la via del successo, si rimise in gioco. Più aggressivo, polemico, contro l’omologazione, pensando che la libertà fosse partecipazione. Era profondo, a tal punto da chiedersi - prima di molti altri - cosa erano (diventate) la Destra e la Sinistra. Cantava di non sentirsi italiano e che per fortuna o purtroppo lo era, sbattendo in faccia ai critici il Rinascimento e denunciando allo stesso modo le nostre vergogne quotidiane. Che durano. Anzi: perdurano.

Faceva ridere, faceva commuovere, affermava che la sua generazione aveva perso. E in effetti è stato così, non solo per motivi politici, ma passando dalla contestazione e il sogno alla cattedra e ad un nuovo moralismo urticante.

Bastian contrario senza vantarsene, se n’è andato dopo che tutti aveva festeggiato: il 1° gennaio del 2003. Ma è stato solo un trapasso fisico, il suo. Il resto è qui. Come polline che feconda.