I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e migliorano la tua esperienza di navigazione. Cliccando sul pulsante Accetto presti il consenso all'uso dei cookie non solo tecnici, ma anche di profilazione e di terze parti. Per maggiori informazioni puoi comunque leggere l'informativa estesa.

“Se l’uomo non immagina, si spegne”. Danilo Dolci e quell’idea della vita da rivalutare

ACCADDE OGGI – Una figura di nonviolenza ed educazione che ha lasciato tracce evidenti in un’intera generazione

ilmamilio.it 

Il mondo di Danilo Dolci era complesso e difficile. Pescatori, contadini, poveri, ultimi, cittadini esclusi. Li mise insieme, per cambiare il futuro. Insieme, per l'interesse comune. Terra, sudore, voglia di pace, il protagonismo sociale al centro di un progetto educativo che sapesse inserire la formazione di una nuova società unendo adulti e bambini dentro una crescita emozionale e culturale. Nel cuore di questo 'nido' di creature, si costruì un sogno.

Nato il 28 giugno 1924 a Sesana, in provincia di Trieste (ora Slovenia), Dolci ha vissuto una vita differente: gli studi in Lombardia, il diploma in un Istituto tecnico per geometri e nello stesso tempo la maturità artistica a Brera. Attratto dalla musica di Bach, legge Tolstoj, Voltaire, Seneca. Durante gli anni del fascismo è contro la dittatura. Rifiuta la divisa della Repubblica Sociale Italiana e viene arrestato a Genova. Scappa e trova rifugio in una casa di pastori in un piccolo borgo dell'Appennino abruzzese. Terminata la guerra, studia Architettura alla Facoltà della Sapienza di Roma, poi insegna presso una scuola serale nella zona operaia di Sesto San Giovanni. Frequenta Nomadelfia, la comunità fondata da Don Zeno Saltini (leggi Don Zeno Saltini, il prete che voleva un'altra società).

Nel 1952 Dolci inizia il suo personale percorso umano, politico e sociale. Si trasferisce nella Sicilia occidentale, tra Trappeto e Partinico, e promuove lotte nonviolente contro la mafia e i diritti ed il lavoro. Dà inizio alla prima delle sue numerose proteste con uno sciopero della fame per denunciare le condizioni pietose in cui versava gran parte della popolazione locale. La protesta viene interrotta quando le autorità si impegnano ad eseguire alcuni interventi per migliorare alcune opere fondamentali, come il sistema fognario, a favore della qualità della vita di quei luoghi. Ma è nel 1956 - dopo l'organizzazione di un altro ampio sciopero della fame di mille persone contro la pesca di frodo a San Cataldo - che Danilo Dolci compie una delle sue azioni più clamorose. A Partinico inventa lo ''sciopero alla rovescia''. Il concetto è semplice: se un operaio - per protestare - si astiene dal lavoro, un disoccupato può scioperare lavorando. Succede così che centinaia di ragazzi si adoperano per riattivare una strada comunale abbandonata. La polizia interviene ed arresta gli organizzatori della manifestazione. Scagionato dalle accuse, Dolci conosce notorietà sulla stampa nazionale e nel 1957 gli viene assegnato il ''Premio Lenin per la pace'' dall'Unione Sovietica. Dolci non è comunista, per sua stessa ammissione, ma accetta il riconoscimento. I soldi del premio gli servono per costruire a Partinico il "Centro studi e iniziative per la piena occupazione".

Tra le più importanti iniziative di Dolci c'è l'attività costante di studio e di denuncia della criminalità organizzata. Non badando troppo alle illazioni o alle condanne pubbliche, costituisce tra la sua gente un laboratorio di cambiamento avvitato sul coinvolgimento e alla partecipazione. Opera e diffonde le sue idee attraverso la ''maieutica socratica'': un esercizio di democrazia profonda. Il suo lavoro è dialogo, con domande e risposte, nella difficoltà di comprendere entrambe, nella ricerca delle modalità necessarie per poter trasformare la realtà cominciando dal basso, coinvolgendo le persone generalmente fuori da ogni decisione e dal potere.

Nelle assemblee di Dolci ogni individuo si interroga, si confronta, ascolta e decide. L'idea di costruire una diga sul fiume Jato nasce così. La sua realizzazione costituisce lo sviluppo economico della zona e la sconfitta della mafia che all'epoca controllava le risorse idriche del territorio. L'irrigazione delle terre fece crescere in breve tempo numerose aziende e cooperative.

Comunicatore di raffinata parola, Dolci comprende, con Franco Alasia e Pino Lombardo, che gli strumenti per diffondere le proprie idee possono andare oltre la carta stampata e modellarsi con l'ausilio delle nuove 'tecnologie'. Così dà vita al primo esempio di radio libera in Italia. Siamo nel 1970. Una trasmissione clandestina denuncia le condizioni di degrado in cui versavano le zone della Valle del Belice, dello Jato e del Carboi a due anni dal terremoto del 1968 (Leggi: 14-15 gennaio 1968: il terremoto del Belice. Quell’Italia tra le braccia della solitudine), per protestare contro l'assenza dello Stato e gli sprechi della ricostruzione.

''Radio Libera di Partinico'', prima dell’intervento delle forze dell’ordine, è un chiaro esempio di mobilitazione e di presa di coscienza della società civile ove la pluralità delle opinioni offre una possibilità di dire ciò che gli altri non dicono o non vogliono dire. E’ da questa necessità di informare e formare che a partire dagli anni settanta Dolci intraprende maggiormente il suo impegno educativo.

Lo studio, la cooperativa del dibattito e la ricerca diventano il fulcro del Centro Educativo di Mirto, frequentato da centinaia di bambini. Il lavoro, condotto con collaboratori italiani e internazionali, approfondisce la distinzione tra comunicare e trasmettere e tra potere e dominio. Dolci è uno tra i primi a capire quanto sia pericolosa la massificazione attraverso i mezzi di controllo e come sia necessario evitarla attraverso la costruzione di strade nuove, da curare costantemente per far sì che queste non muoiano. Itinerari che Dolci ha aperto e che altri hanno continuato a realizzare oltre la sua morte, avvenuta il 30 Dicembre 1997 a Trappeto, inseguendo quella "strada selvaggia che si fa nuova civiltà”. Per tutti. Sempre che venga costantemente curata e rinnovata nel tempo.

Se mi ammazzano o il cuore
mio si lacera, non vi lascio
case, terreni, denari – 
amici della terra che vi ha cresciuti,
cittadini del mondo:
angustia
ogni volta che vi chiuderete in nidi.

Vi sono grato
di non esservi vergognati
quando mi erano contro quasi tutti,
né vi siete infatuati se accadevano applausi.

Ho cercato con voi intensamente
oltre l’attimo e il giorno –
forse vi pungerà nostalgia
delle nostre riunioni, del cercare
di risolvere insieme.

Danilo Dolci, Un cosmo vivo.