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Il ricordo della Strage di Piazza Fontana ci dice che lo Stato può essere il più gelido dei mostri

ACCADDE OGGI (attualità) - Il 12 Dicembre del 1969: la bomba che cambia l'Italia e fa partire la strategia dell'odio

ilmamilio.it 

Era una giornata uggiosa a Milano. C’era il Mercato degli Agricoltori. Lì, nella Banca Nazionale in Piazza Fontana. Era quasi Natale. C’era un tavolo ottagonale con la copertura di cristallo. C’erano centinaia di persone. C’erano almeno settanta impiegati. Quella Banca, quel giorno, era un momento di scambio, di contrattazione, di incontro.

Era venerdì, 12 dicembre 1969. Una data che ricordiamo e ricorderemo. Per tutto l’orrore e per tutto il sangue, per i pezzi umani sparsi, per le deviazioni, per le menzogne, per l'assenza di verità, per le strategie buttate avanti per fare confusione.

Sono questi i sentimenti che dominano ancora oggi gli uomini di fronte alla bestemmia che getta via il seme della convivenza. La violenza più brutale si scatenò contro gli innocenti. A Milano la volontà di portare il terrore alla fine dei ‘mitici’ anni sessanta giunse come un delitto senza responsabile, nello smarrimento più totale. In quei chilogrammi di tritolo piazzati dentro a una valigetta non si sbriciolò solo l’interno di un palazzo, non solo la vetrata della rotonda che decorava il suo stile architettonico. Si spezzò il legame di una nazione.

Achille Serra, ex Prefetto di Roma, all'epoca giovane funzionario a Milano, una volta ha ricordato: ''Un’esplosione gigantesca che aveva liquefatto alcune persone. Ho visto gente divisa in due, braccia e gambe saltare nei posti più impensati, fino al secondo piano''.

Diciasette morti, ottanta feriti. Una strage. E dietro quella strage il disegno di chi voleva gettare l’Italia nel panico e nella destabilizzazione e ci riuscì, inaugurando il tempo della paura.

I nomi delle vittime dalla bomba sono: Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Luigi Meloni, Vittorio Mocchi, Gerolamo Papetti, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silva, Attilio Valè. Ricordarli, per avere ben marcata la linea che passa dalla semplice memoria alla concretezza dei visi, dei volti, delle famiglie che furono, delle vite si sgretolarono, è doveroso. Sempre.

La domanda di giustizia non ha condotto a una definitiva risposta. Sono passati dieci anni, poi venti, trenta, quaranta, quasi cinquanta. Trasformare l'aula giudiziaria nella sede esclusiva della verità è azione ardita, specie quando questa è sfigurata e manipolata palesemente dalle azioni di un burattinaio celato nell'oscurità. Ancora più grave, poi, è stato dare ascolto a quella tattica che avvalendosi dell'impossibilità di attribuire sicurezza agli eventi, ha fatto leva, e si affida ancora, alla sfiducia delle persone. Indignarsi per le condanne non avvenute non restituirà nulla ai familiari delle vittime. La grave colpa, semmai, è quella di aver continuato a nascondere, per troppi anni, in ogni ambito di giudizio, responsabili materiali e mandanti.  Sebbene sia stata riscontrata processualmente il ruolo di militanti di Ordine Nuovo sull'attentato, sono rimasti ignoti molti altri aspetti che ancora cercano una spiegazione.

In “Così parlò Zarathustra", Friedrich Nietzsche scriveva: “Stato’ si chiama il più freddo di tutti i mostri. È freddo anche nel mentire; e la menzogna ch’esce dalla sua bocca è questa: «Io, lo Stato, sono il popolo”.

Mai frase sembra essere più calzante nel ricordo di questa immensa tragedia.