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Raccogliere senso e dolcezza. Con Rainer Maria Rilke

ACCADDE OGGI – Nasce il 4 Dicembre 1875 uno dei poeti più amati in Europa

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Boemo, ma solo di nascita. Una vita breve, a causa della leucemia. Suddito asburgico, morto nell‘Europa distrutta, rigenerata e ripensata dalle battaglie della prima guerra mondiale. L‘arte e la letteratura lo pervasero subito. Fu cosmopolita, nomade. Italia, Olanda, Spagna, Sudafrica, Scandinavia, Russia: i suoi interessi vagarono ovunque. Conobbe Tolstoj, Cezanne, fino a Venezia, la Parigi di Rodin e ispiratrice del “Malte”, Vienna e Freud, Firenze, Roma. Ma conosce sopratutto Lou Andeas Salomè, scrittrice, più vecchia di lui di quindici anni, amata da Nice. Nella Russia che ‘confina con Dio’ e dove lo spazio lo affascina, matura nuove convinzioni. Rilke è il poeta della solitudine, ma è anche un uomo di grande comunicazione privata e che ha il bisogno di esprimersi. La fine dell’impero asburgico, la caducità, la fine del tempo, la fine del piccolo e del grande influenzano le sue opere. Eppoi le donne. Rilke, sposo della scultrice Clara Westhoff, nel corso della sua vita entra in intimo rapporto con un numero considerevole di donne, amanti e amiche, sostenitrici del poeta, sotto la cui ala protettrice ha potuto maturare la sua arte e accrescere la sua fama. Seduttore, schivo, colmo di parole e fuggevole. Rilke sofferente, insoddisfatto, alla costante ricerca della perfezione.

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Nato a Praga, il 4 dicembre 1875 e morto a Montreux, il 29 dicembre 1926, può essere ricordato per la sua opera che l’ha reso un grande pensatore europeo e un poeta introspettivo e sensibile, capace di far di tutti gli uomini delle lucciole che vivono nelle tenebre, attraverso parole nate per far brillare in ogni persona la luce della propria originalità, cogliendo la bellezza che si anima intorno a noi. Rilke riesce a dare senso e ciò che si ritiene insignificante, come tutte le cose che grazie alla creatività diventano altro.

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E‘ l‘uomo della dolcezza che dà il senso, ma anche della durezza di una esistenza che non sa sciogliere il vuoto, ove le mancanze non trovano spiegazione. E' il poeta che conosce il porto dove possono finire le parole dopo un lungo viaggio. “Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita - scrive nei Quaderni di Malte Laurids Brigge, opera che apre alla modernità dello stile-  e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi, di per sé stessi, ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.”.

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Un autore che viene oggi riconosciuto giustamente come il maggior poeta della spiritualità moderna, ma la sua opera si ricollega più che altro al secolo precedente. Ai simbolisti francesi (che ttradusse) e all'atmosfera decadente della fine dell'Ottocento e inizio Novecento, lì dove l'uomo si illude di progredire mentre tutto attorno si sta scatenando un ciclone di cui non si accorge o che finge di non vedere. La religiosità che si modifica con i viaggi, Dio, la privazione delle certezze che compromettono, a loro volta, il percorso esistenziale. In Rilke si ritrovano questi elementi ed altri, tutti da condividere dentro al proprio essere. 

Ma forse, alla fine di tutto, è meglio leggerlo che interpretarlo, prendendo quello che viene di buono. Perché è in ciò che arriva di buono, in Rilke, ad essere sempre affascinante, sangue vivo che scorre. Mentre il tempo passa e consuma.

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