Nino Manfredi, il talento smisurato di un artista che sapeva interpretare mille volti

Pubblicato: Lunedì, 22 Marzo 2021 - Fabrizio Giusti

ACCADDE OGGI – Il 22 Marzo del 1921 nasceva uno dei più grandi attori della storia d’Italia, mai dimenticato per la sue memorabili interpretazioni

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'Artigiano', ricercatore minuzioso e moderno del saper interpretare una parte, ironico, raffinato. Nino Manfredi  (Castro dei Volsci, 22 marzo 1921 – Roma, 4 giugno 2004) è stato capace di andare e venire dalla commedia al dramma e viceversa perché albergavano in lui.

In un episodio di un film guidato da vari autori, 'Signore e signori, buonanotte', denominato “Il santo soglio” (per la regia di Luigi Magni), Manfredi recita la parte di un cardinale apparentemente precario di salute che viene eletto pontefice a sorpresa per scopi di potere.

In realtà il cardinale, per anni, ha recitato una parte e le sue condizioni di salute sono ottimali. Quando i cardinali gli comunicano che l’elezione è avvenuta, finalmente può svelare il suo 'tranello'. Il cambio di espressione di Manfredi da uomo in precarie condizioni di salute alle piene facoltà mentali fa comprendere bene quale fosse il suo smisurato talento. Un attore che con gli occhi sapeva sostituire l’espressività del volto e della parola.

Quando recita ne Il santo soglio Manfredi è già Manfredi. Uno dei quattro colonnelli del cinema italiano assieme a Sordi, Gassman e Tognazzi. Di strada ne aveva fatta tanta.

VITA E GRANDI OPERE – Manfredi era nato a Castro dei Volsci, un piccolo paese ciociaro, in provincia di Frosinone, il 22 marzo 1921, primogenito dei due figli di Romeo Manfredi e di Antonina Perfili. Il padre, arruolato in Pubblica Sicurezza, raggiunse il grado di maresciallo e venne trasferito a Roma, dove Nino e il fratello Dante crebbero trascorrendo l'infanzia nel quartiere di San Giovanni. Dopo le scuole medie, si iscrisse al Collegio Santa Maria, da dove però scappò varie volte, finché fu costretto a proseguire gli studi da privatista. Nel 1937 si ammalò gravemente di tubercolosi e fu ricoverato in sanatorio. Qui imparò a suonare un banjo ed entrò nel complessino dell'ospedale. Dopo un'esibizione, avvenuta nella struttura della compagnia teatrale di Vittorio De Sica, iniziò ad appassionarsi alla recitazione. Manfredi dentro a quel luogo di sofferenza passò tre anni. Tutti suoi compagni di camerata morirono. Quella visita di De Sica grazie alla quale decise di fare l’attore, non senza contasti a in famiglia, fu per lui una via di fuga. Spinto da sacro fuoco dell’arte, valorizzò la risata per affrontare la vita, liberare un sogno, esorcizzare la morte che aveva visto per troppi anni e lo aveva minacciato.

Manfredi si iscrisse all'Accademia di Arte Drammatica. Quando il padre lo venne a sapere la prese male. Voleva che il figlio diventasse avvocato. Nel 1945 si Nino si laureò comunque in Legge, accontentandolo. Ma la sua strada diventò immediatamente un’altra.

Manfredi ha saputo fare nella sua carriera cinema, teatro e televisione. Intonava ‘Tanto pe Cantà’ e poi diventava cardinale. Appoggiandosi sempre alle varie realtà che affrontava, aveva un metodo naturale che affascinava il pubblico. Come in quel celeberrimo ‘Pinocchio’ di Luigi Comencini, il quale gli riconobbe uno dei più grandi complimenti: “Ho bisogno di lei perché lei è l’unico attore italiano in grado di parlare con un pezzo di legno”.

Per cinque decenni Manfredi è stato parte della nostra Storia nazionale. Un patrimonio. Troppi i film da ricordare. ‘Per grazia ricevuta’, ad esempio, dove è protagonista nella riflessione individuale sulla fede e del peccato, oppure ‘Il giocattolo’, dove un cittadino normale cambia identità e si trasforma, con una pistola in mano, nel periodo degli anni di piombo. Oppure “Brutti, sporchi e cattivi’, di Ettore Scola, film che raccontò un’umanità emarginata senza valori o ideali dove Manfredi, libero di improvvisare, delineò il personaggio rimasto indelebile.

Era un artista che univa la semplicità e la costruzione maniacale del personaggio. Fu meraviglioso in una pellicola meno conosciuta, ‘Girolomoni, il Mostro di Roma’, forse una delle sue più grandi interpretazioni per la regia di Damiano Damiani e fu completo, poi, nei cinque episodi di ‘Questa volta parliamo uomini’ di Lina Wertmuller.

Nel costruire un personaggio si ispiro alla realtà che vedeva, con una gestualità che reinventava e che conseguentemente esprimeva in un linguaggio che tutti potevano comprendere. I movimenti, i tic che sono un patrimonio di esperienze comuni a tutti e lui lo aveva compreso perfettamente. La sua identità attore crebbe così.

Indimenticabili le sue parti per il filone risorgimentale: Pasquino ne ‘L'anno del Signore’, ‘Ciceruacchio’ ne ‘In nome del popolo sovrano’, Monsignor Colombo da Priverno ne ‘In nome del Papa Re’. Una trilogia formidabile firmata da Luigi Magni che raccontò la nascita del Regno e dell'Italia stessa in un gruppo di opere che andrebbe portata nelle scuole. Era la stessa Italia che dopo diventò Repubblica e contribuì alla nascita del personaggio di Antonio di ‘C'eravamo tanto amati’, film storico per il cinema italiano. E come non ricordare, inoltre, la denuncia di una certa società occidentale in ‘Riusciranno i nostri eroi…’, assieme ad un grande Alberto Sordi, o ancora il ‘Padre di Famiglia’ di Nanny Loy, dove si indagarono i cambiamenti della società partendo dal nucleo famigliare e dalla figura paterna.

Manfredi è stato colui che ha avuto il coraggio delle differenze molteplici. L'emigrato in Svizzera di ‘Pane e cioccolata’, di Franco Brusati, ne è un esempio, così come il personaggio di Cafè Express o il cameriere di Spaghetti House (“A me mica fanno paura questi che ce vonno ammazzà, me fate paura voi che dovete difende”).

Eppoi il Teatro, che non va dimenticato. Il suo ‘Rugantino’, di grande popolarità, è rimasto un tassello fondamentale. Ma prima, quando ancora non era noto al grande pubblico, aveva recitato per testi di Goldoni, ne il Riccardo II di Strehler, in Giulietta e Romeo, su Shakespare e Ibsen. Dal dopoguerra, fino agli inizi degli anni cinquanta, fu una scuola che lo strutturò fisicamente e professionalmente. Poi il salto nella Tv, che lo mise davanti a milioni di italiani nella 'Canzonissima' con la regia di Antonello Falqui. Qui creò il personaggio di "Bastiano, il barista di Ceccano", la cui battuta tormentone ‘Fusse che fusse la vorta bbona’ entrò nel linguaggio comune.

Nino Manfredi ci ha stupito, emozionato, fatto ridere e commosso in tutta la sua carriera. Un modello, artisticamente irraggiungibile, che mostrava anche le sue fragilità di uomo. Seppe mescolare il basso con l'alto come i grandissimi sanno fare, con l'istinto naturale e una tecnica ricercata. Un campione di film popolari, ovvero in grado di saper comunicare e instaurare un dialogo trasversale con il pubblico. Quel pubblico che lo ha amato e lo ama ancora.


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