Cosma Manera, storia del militare che rimpatriò dalla prigionia migliaia di italiani. Un’impresa incredibile (e dimenticata)

Pubblicato: Giovedì, 25 Febbraio 2021 - Fabrizio Giusti

ACCADDE OGGI – Il 25 febbraio del 1958 muore il protagonista di una missione avventurosa e poco conosciuta

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La prima guerra mondiale, la rivoluzione d’ottobre, una missione difficile e apparentemente impossibile: riportare migliaia a casa, dalla prigionia, migliaia di uomini. In mezzo a questa storia di cambiamenti epocali e di gelidi inverni, la personalità di un militare italiano: Cosma Manera (Asti, 15 giugno 1876 – Rivalta di Torino, 25 febbraio 1958), maggiore dell'Arma dei Carabinieri, che tra il 1916 e 1920 venne incaricato di salvare circa 10mila soldati “austriaci di lingua italiana”, originari dei territori “irredenti”, che allo scoppio della prima guerra mondiale erano stati fatti prigionieri dall'esercito zarista e in seguito bloccati, dopo la rivoluzione bolscevica, nei campi di concentramento.

Passato nel 1901 nell'Arma dei Carabinieri Reali, Manera fu destinato alla Legione di Palermo e in seguito a Verona. Dopo essere stato posto a disposizione del Ministero degli affari esteri, nel 1904 fu inviato in Macedonia con una missione italiana per riorganizzare la Gendarmeria, in cui fece arruolare 1400 soldati musulmani e ortodossi per mantenere l'ordine pubblico. Fu rapito e condannato a morte da una tribù locale, ma poi venne graziato dal capotribù, che si chiamava Cosma, esattamente come lui, per i suoi modi gentili e la sua conoscenza della lingua autoctona.

Promosso a capitano nel 1911, da febbraio a luglio 1913 Manera fu inviato in missione in Albania e in seguito a Berlino per migliorare la sua conoscenza del tedesco. Nel 1916 venne inviato in Russia per partecipare alla missione comandata dal colonnello di Stato Maggiore dell'Esercito, Achille Bassignano, per la ricerca e il rimpatrio di circa 20mila soldati austro-ungarici, ma italiani d'origine e di lingua, fatti prigionieri o dispersi in Russia, tra la Siberia e il Turkestan. Nel Mar Bianco, Manera trovò i primi 4mila prigionieri trentini, friulani, giuliani ed istriani: nel marzo 1917 noleggiò dall'esercito inglese un piroscafo austroungarico confiscato su cui imbarcò per il rimpatrio i primi 1700 militari.

Quell’Italia era profondamente diversa. Agli inizi del Novecento ben il 56% della popolazione italiana non sapeva leggere né scrivere. In molte delle case si usavano ancora i lumi a petrolio. L’acqua corrente c’era solo nelle città. L’Impero Austro-Ungarico comprendeva Trentino, Veneto, Venezia Giulia, Istria e Dalmazia. Decine di migliaia di italiani, per questi motivi, partirono per combattere in nome dell’Imperatore d’Austria. Ma l’Italia, intanto, durante la guerra, era diventata ostile all'Austria Ungheria e quando la guerra finì nel 1918 e l’Impero si sciolse, Trentino, Alto Adige, Venezia Giulia, Istria e Zara furono annesse all’Italia. Per quei soldati rimasti in Russia non esisteva più un governo che li rivolesse. Uomini indesiderati e dimenticati, relegati nei campi di prigionia, oppure dispersi in povertà nel freddo e senza la possibilità di tornare indietro.

La questione del loro rimpatrio, ad un certo punto, iniziò a circolare sulla stampa nazionale. Da qui, finalmente, l’inizio della missione di Manera.

Dopo il primo imbarco di soldati, il militare riuscì a trovare altri 2600 uomini nel campo di concentramento di Kirsanov. A seguito della rivoluzione d'ottobre, gli uomini furono però costretti a scappare verso la Siberia.

La Transiberiana funziona ancora, ma andava in direzione opposta all’Italia. L’ufficiale così organizzò comunque un luogo di ritrovo a Vladivostok e con vari stratagemmi nascose piccoli gruppi di soldati nei vagoni merci. Un convoglio dopo l’altro, arrivano tutti alla meta. Stipati tra paglia, bagagli e casse, furono protagonisti di un viaggio di una difficoltà incredibile che durò settimane. Manera patì con i suoi uomini il freddo, la fame. Una volta arrivato, venne celebrato dagli irredenti come una sorta  salvatore. Tuttavia la strada da fare era ancora molta. Il ghiaccio impediva le partenze via mare anche da Vladivostok, ma Manera sapeva che in Cina c’era una minuscola colonia italiana, detta Concessione italiana di Tientsin, un porto della Manciuria di natura commerciale conquistata dall'Italia per aver partecipato alla repressione della rivolta dei Boxer. La meta fu raggiunta, dividendosi in gruppi, in un altro lungo cammino non privo di difficoltà.

Sistemati gli uomini in diverse località della Manciuria e a Pechino, nel febbraio 1918 Manera si mise in contatto con il movimento russo di controrivoluzione e il mese successivo organizzò la cosiddetta "Legione Redenta di Siberia", pronta ad intervenire in caso di attacco.

Lo Stato italiano, in attesa di notizie dalla Russia, rimase molto stupito quando si vide recapitare un telegramma di Manera dalla Cina in cui comunicava che gli irredenti erano stati trasformati in esercito: un battaglione multiculturale di austriaci, croati, trentini, veneti e serbi ufficialmente al servizio dell’Italia.

Venne quindi nominato Addetto Militare dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo, con residenza a Pechino, cosa che gli garantì di operare per il proprio scopo con una certa libertà. Riorganizzò in questo modo gli uomini in tre battaglioni di quattro compagnie ciascuno, li addestrò e in pochi mesi riuscì a mutare un nucleo di 'sbandati' in un reparto d’elite, capace di ampliare la ricerca di altri irredenti con l’aiuto del Consolato italiano.

Il 6 settembre Manera consegnò il Battaglione Volontario degli Irredenti al colonnello Gustavo Fassini-Camossi, comandante del Corpo di spedizione in Estremo Oriente partito da Napoli a luglio, e si trasferì a Tokyo. In seguito si recò diverse volte a Vladivostok, da dove organizzò una missione di ricerca e salvataggio di militari italiani dispersi in Russia: riuscì a trovare 1700 uomini, che riorganizzò in 8 compagnie e un reparto di "prigionieri di guerra"  che continuarono l'attività militare in Siberia.

Giunse finalmente a Trieste dopo due mesi di viaggio. Venne promosso a tenente colonnello. Già dopo alcuni mesi, fu inviato a Batum, sul Mar Nero, dove riprese le ricerche di altri dispersi italiani in Ungheria, Bulgaria e Romania.

Gli irredenti, una volta tornati alle loro famiglie, regalarono a Manera una coppa di bronzo con incise le tappe più importanti di quel viaggio leggendario. 

Nell'agosto del 1921 Manera tornò a Roma, dove venne assegnato al Battaglione mobile dei Carabinieri Reali, prestando poi servizio nelle Legioni di Salerno, Roma e Ancona. Si sposò pochi anni più tardi con Amelia Maria Pozzolo, da cui ebbe due figlie e ricevette dal Re l'onorificenza del collare dei santi Maurizio e Lazzaro. Dopo altre missioni, nel 1927 fu promosso a colonnello e comandante della Legione di Roma e trasferito al comando della Legione di Milano. Nel 1940 fu promosso a generale di divisione.

Morì il 25 febbraio del 1958 a 81 anni. Oggi riposa nel cimitero urbano di Viale Don Bianco.

La storia di un grande italiano che antepose il proprio dovere a ogni ambizione personale. Un dimenticato, in fondo, che meriterebbe pagine di storia in più.

 


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