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Polesine ‘51, l’alluvione dell’Italia che usciva dalla macerie - VIDEO

ACCADDE OGGI – Una tragedia nazionale, che colpì contadini e braccianti e portò allo spopolamento di quelle terre

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“Visto dall’alto il Polesine offre uno spettacolo che stringe il cuore. I paesi abbandonati come per un’improvvisa pestilenza, le case con l’acqua al tetto e quelle distrutte, le cime dei lunghi filari di pioppi che accompagnano le strade invase, danno il senso della tragedia e della catastrofe irrimediabile. Ecco quello che rimane del Polesine, ricordo di una terra che era fra le più fertili; la verde distesa è diventata un livido mare giallo nel quale si deve aguzzare gli occhi ora finché non scenderà la notte per impedire che raccolga altre vittime».

Le parole del giornalista Gino Nebbiolo, nel novembre del 1951, spiegano in modo profondo ciò che accadde, in quell’autunno, nel Polesine. Una delle più grandi tragedie italiane del dopoguerra. Agli occhi dei soccorritori, in quei giorni, lo scenario che si presenta è di una desolazione umana e materiale inimmaginabile. Decine di persone ammassate lunghe le rive, con il poco che gli era rimasto, in cerca di un aiuto. Di una mano amica. Uomini e donne rimaste solo con un cappotto, un vestito, pochi oggetti, un pezzo di pane, il maiale da portarsi appresso.

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E’ un’Italia che somiglia ancora tanto a quella degli anni trenta e quaranta, quella di quegli anni. Il mondo rurale è ancora vivo, seppur per poco. Claudio Villa e Nilla Pizzi sono le star della canzone. Il Festival di Sanremo è alla sua prima edizione. Al cinema vincono al botteghino Totò, Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, i colossal, i film strappalacrime. Si vive ancora semplicemente, senza la corsa sfrenata che caratterizzerà il decennio successivo. La Democrazia Cristiana governa sovrana, ma forte è la contrapposizione, ideologica e territoriale, con i comunisti.

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Da poco è stato eletto il settimo governo De Gasperi, composto da DC e PRI. L'onorevole Angela Maria Guidi Cingolani è stata nominata sottosegretario del Ministero dell'industria e del commercio. La cosa fa notizia: è la prima volta che una donna italiana entra nel governo. Per vedere un ministro, Tino Anselmi, bisognerà aspettare addirittura il 1976.

Gli italiani sono 47.515.537. Ben il 12,9% è analfabeta. Il 42.2% della popolazione attiva lavora nell'agricoltura, il 32,1% nell'industria e il 25,7% nel terziario. Oltre sette milioni, come detto, non sanno leggere e scrivere. “Non è mai troppo tardi - Corso di istruzione popolare per il recupero dell'adulto analfabeta”, programma televisivo curato dal leggendario Alberto Manzi, arriverà solo dal 1960. Lo stipendio di un operaio è di 25-30mila lire. Un giornale costa 20 centesimi, una tazzina di caffè 30.

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Per questo il Polsesine è la tragedia dell’Italia che sta uscendo appena delle macerie della guerra e che ancora deve trovare una strada. L’ottimismo e la voglia di ricominciare ci sono, ma è ancora una nazione povera, piena di emergenze. In questo lembo di nord, le piogge combinano un disastro autentico. Dei 180mila ettari che costituiscono la provincia di Rovigo, per farsi un’idea, circa la metà è invasa dalle acque del Po. Vanno distrutti centinaia di ettari a grano. L’acqua allaga tutto. Cittadine e frazioni. L’acqua melmosa trascina detriti, alberi sradicati, travi, carogne di animali. Dodici paesi della provincia di Rovigo sono sommersi, circa 42mila ettari di terreno coltivato vengono invasi e distrutti. Decine i dispersi e i feriti. Tra il 14 e il 16 novembre le campagne del Polesine non esistono più. Certe abitazioni sono sommerse per un’altezza di 4 metri. Scuole e negozi chiusi, fabbriche e stabilimenti danneggiati.

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Adria è sotto il livello delle acque per tre metri: il palazzo municipale è inaccessibile fino al primo piano. Dentro c’è anche la senatrice Merlin che per telefono lancia un appello: “Abbiamo bisogno urgente di barche, di viveri, medicinali, torce e coperte. Fatecele pervenire al più presto. Siamo in ventimila: un’isola di moribondi. Venite subito, venite a salvarci”. Si contano tredici miliardi di danni all’agricoltura. Sono andati perduti andata perduti 750 quintali di grano; 5 milioni e mezzo di quintali di barbabietole; 50mila quintali di canapa; 2 milioni di quintali di foraggio; 230mila quintali di granoturco. A Pernumia, paese a 4 chilometri da Monselice, sono arrivati 400 profughi. Per farli distrarre, è rimasto aperto il cinematografo. Quello è il primo segnale di un ritorno ad una parvenza di normalità.

L’emergenza finisce solo il 20 Novembre. I morti sono stati oltre cento. I senzatetto ben 180mila. Dal 1951 al 1961, a causa dei danni provocati dall’alluvione, lasciarono in modo definitivo il Polesine 80.183 abitanti, con un calo medio della popolazione del 22%. In molti comuni il calo superò, dal '51 all'81, il 50% della popolazione residente.

Gli italiani, in quei giorni, impararono a memoria i nomi di località prima sconosciute: Castelmassa, Melara, Bergantino, Pincara, Canaro, Vallone, Garofolo, Frassinelle. L’alluvione, per estensione e volumi d’acqua esondati, è ancora la più grande alluvione che ha colpito l’Italia in epoca contemporanea. Si aprì una gara di solidarietà nazionale ed anche estera verso le popolazioni colpite. L’esodo che per anni portò i contadini di quei luoghi in altre terre a causa della miseria e della fame fu forse la conseguenza più drammatica e storica di quegli eventi. Così lontani. Ma non così tanto da dover essere dimenticati.

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