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8 Gennaio 1993: l’uccisione di Beppe Alfano. Ancora alla ricerca della verità

Mafia, GIP Messina proroga di 6 mesi indagini su nuovi mandanti omicidio  AlfanoACCADDE OGGI – Il giornalista fu ucciso dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto

ilmamilio.it

L’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, la mafia assassinava Beppe Alfano, corrispondente del quotidiano "La Sicilia". 

Appassionato di giornalismo, idee vicine alla destra, Alfano aveva cominciato a collaborare con alcune radio provinciali e diventò corrispondente de La Sicilia di Catania. Non fu mai iscritto all'albo dei giornalisti. Gli venne attribuita l'iscrizione all'albo dei "Giornalisti pubblicisti" alla memoria.

Pagò con la vita i suoi servizi televisivi scottanti con i quali denunciava abusi, intrecci fra politica e malaffare, sprechi nelle pubbliche amministrazioni, malavita. le vicende legate all’erogazione dei contributi all’Azienda per gli Investimenti sul Mercato Agricolo, i rapporti tra esponenti della malavita e i personaggi barcellonesi.

Un cronista scomodo, sicuramente, che con tanta passione e senso del dovere civico scavava nel torbido della criminalità organizzata e lo raccontava.

Fu ucciso a cento metri da casa, intorno alle 22. Era ancora un tempo in cui le notizie si trovano consumando le suole delle scarpe e in un periodo storico di grave tensione in cui la mafia aveva appena compiuto, nel 1992, le stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Grazie alla sua rete di informatori, Alfano aveva in qualche misura definito le cosche che presidiavano l’area del Messinese. I suoi articoli e le sue intuizioni tornarono utili anche dagli inquirenti nel contrasto alle cosche degli anni Novanta.

Il suo omicidio non hai mai trovato una verità definita. Il 24 dicembre 2020 il gip del Tribunale di Messina, Valeria Curatolo, ha disposto nuove indagini, ritenendo necessario fare alcuni approfondimenti sull'arma del delitto, una calibro 22. Ancora non si è a conoscenza del preciso movente dell’assassinio, né il quadro definitivo dei mandanti.

Ad oggi c’è un solo condannato a 30 anni per la morte del giornalista, Giovanni Gullotti, che oggi attende gli esiti del processo di revisione concesso dalla corte d’Appello di Reggio Calabria.