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Trieste 1953 e la rivolta degli studenti. I morti del 5 e 6 novembre

ACCADDE OGGI – Quando la polizia civile inglese e occupante sparò sui giovani che volevano la città italiana

ilmamilio.it

Nel 1953 c'era una zona d'Italia che ancora non era in pace. Il resto della nazione, concluso il secondo conflitto mondiale, stava cercando, tra grandi difficoltà, di rialzare la testa. Dalle parti di Triste il problema non era risolto. Perché il problema era un altro.

Con la fine della Seconda guerra mondiale, l'Italia aveva perso la Venezia Giulia. Proprio a Trieste, e nel territorio immediatamente circostante, era stato organizzato nel 1947 il Territorio Libero, una sorta di stato indipendente sotto l'egida dell'ONU. Nonostante ne fosse stato ratificato lo Statuto, però, a causa dei veti incrociati tra gli ex Alleati, non si riuscì a trovare un accordo su quale Governatore nominare. L'area rimase divisa pericolosamente in due: la Zona A, governata dal Governo Militare Alleato, e la Zona B, sotto amministrazione militare jugoslava. Una situazione di stallo che nonostante il lavoro delle diplomazie non riusciva a sbloccarsi. Le condizioni politiche della Venezia Giulia si mantennero molto tese e non mancarono alcuni episodi di grave violenza, come l’omicidio del comandante delle truppe britanniche Robin De Winton da parte di un’italiana e un tentativo di occupazione di Trieste del maresciallo Josip Tito (1953).

Nell'estate 1953 la tensione crebbe. Gli Alleati provarono a lavorare per una divisione del territorio, ma complicano ulteriormente il quadro generale pubblicando una dichiarazione nella quale assunsero l'impegno di cedere l'amministrazione civile della Zona A al Governo Italiano. Di fronte alla reazione del maresciallo Tito, che si preparò ad invadere Trieste, gli stessi Alleati interruppero l’operazione suscitando le proteste degli italiani.

In questo clima di tensione accumulatasi negli anni e colpevolmente portato all’esasperazione, il 3 Novembre gli americani pensarono di rimuovere una bandiera tricolore che il sindaco di Trieste, Gianni Bartoli, aveva innalzato sul Municipio per commemorare l'arrivo in città dei Bersaglieri italiani nel lontano 1918. Cortei di protesta animarono subito le piazze della città, dispersi dalla polizia civile alleata. Il 4 Novembre, in occasione della commemorazione della Vittoria al Sacrario di Redipuglia, a cui la cittadinanza partecipò in massa, avvennero durissimi scontri tra gli italiani e polizia alleata, fin quando il 5 Novembre, alla riapertura delle scuole, gli studenti di Trieste non decisero di proclamare lo sciopero.

Si formò un corteo spontaneo. La folla si diresse verso Piazza Sant'Antonio, dove i ragazzi si scontrarono con la polizia militare inglese, i cui uomini intervennero disperdendo il corteo, manganellando i manifestanti e mettendo in fuga i cittadini. Fu a tal punto che si consumò la tragedia. Le forze dell'ordine aprirono il fuoco ad altezza d'uomo. La popolazione reagì assaltando alle sedi anglo-americane ed incendiando gli automezzi della polizia. Al termine della giornata si calcolarono due morti. Entrambi italiani.

Il 6 Novembre gli incidenti proseguirono ed una grande folla si radunò in Piazza Unità per dare l'assalto alla Prefettura, dopo aver innalzato il tricolore sul Comune e sul palazzo del Lloyd Triestino. Le truppe inglesi si misero in assetto da guerra, mentre gli americani si riversarono nelle caserme. Nel corso degli eventi successivi, e di nuovo per gli spari ad altezza d’uomo degli inglesi, morirono altre quattro persone.

La rivolta dei tre giorni triestini, oggi cancellata dai libri di storia o dai testi scolastici, costò la vita complessivamente a sei persone - oltre allo studente Stelio Orciuolo che morirà per i postumi di una manganellata - 153 feriti (oltre 80 da arma da fuoco) e decine di arrestati. L'Italia apprese la notizia e reagì. Cortei e manifestazioni si susseguirono in tutte le città per giorni e il governo italiano inviò una nota di protesta ai governi di Londra e Washington.

I rivoltosi caduti erano aderenti alla 'Lega Nazionale'. Si chiamavano Francesco Paglia (universitario, ex bersagliere volontario), Leonardo "Nardino" Manzi (15 anni, studente, esule fiumano), Saverio Montano, i portuali Erminio Bassa e Antonio Zavadil e Pietro Addobbati, appena 14enne, figlio di esuli zaratini.

Solo nel 2004, grazie al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, verrà concessa loro la medaglia d'oro alla memoria. "Animato da profonda passione e spirito patriottico – afferma la motivazione - partecipava ad una manifestazione per il ricongiungimento di Trieste al Territorio nazionale, perdendo la vita in violenti scontri di piazza. Nobile esempio di elette virtù civiche e amor patrio, spinti sino all'estremo sacrificio".

Il drammatico evento costrinse il governo inglese a rinunciare al controllo di Trieste. Quest’ultimo, poco dopo, fu spartito tra Italia e Jugoslavia in base al Memorandum di Londra. Il 5 ottobre 1954 la Zona A passò definitivamente all’Italia, la Zona B alla Jugoslavia. Fu il Trattato di Osimo (1975) che definì i confini tra le due nazioni, ben trent’anni dopo la fine della guerra ma con una situazione internazionale ancora divisa tra i due blocchi: quello filosovietico e quello filoamericano.