Beppe Viola e quell’arte di raccontare lo sport che manca sempre di più

Pubblicato: Sabato, 17 Ottobre 2020 - Fabrizio Giusti

 

ACCADDE OGGI – Il 18 ottobre del 1982 moriva un genio del giornalismo (ma anche tanto altro)

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“Sarei disposto ad avere 37.2 tutta la vita in cambio della seconda palla di servizio di McEnroe”. 

Giornalista, scrittore, telecronista sportivo e umorista. Così è descritto Giuseppe Viola, detto Beppe, nelle sue biografie. Tuttavia a dipingerlo sbrigativamente così vuol dire fargli davvero un danno e metterlo dentro a delle gabbie che proprio non gli appartenevano.

Questo perché Viola per la carta stampata, la televisione, la sua Milano e l’Italia, è stato tanto altro. Quel qualcosa che oggi manca moltissimo allo sport e al giornalismo che gli vive dentro, che poco oggi ha da dire e un pò troppo da esibire. All'epoca, quando si preferiva spesso la trattoria al talk show,  serviva avere professionalità, ritmo e linguaggio. Lui arricchiva questi valori con ironia, stile, e soprattutto alta qualità. 

Ironico, fuori schemi, battutista straordinario, esperto di ore piccole, Beppe Viola era il calcio che non vedi più nella Milano che non esiste più. Nato e cresciuto nel capoluogo lombardo da famiglia di origine siciliana, fu amico fin dall'infanzia di Enzo Jannacci, con il quale condivise in seguito momenti d’arte.

Iniziò a scrivere di sport a metà degli anni cinquanta, passando poi in Rai nel 1961. Per la televisione lavorò come redattore, come inviato speciale. Fu telecronista di calcio, pugilato, ippica, motori. Sempre per la Rai firmò un lungo documentario sulla Mille Miglia e partecipò a varie edizioni de 'La Domenica Sportiva'.

Tenne su Linus, per anni, la rubrica ‘Vite Vere’ e scrisse canzoni in coppia con Enzo Jannacci, tra le quali ‘Tira a campà’, ‘Rido’, ‘Quelli che...’. Nel campo del cinema lavorò come sceneggiatore e dialoghista per 'Romanzo popolare', di Mario Monicelli, per il cabaret contribuì alla creazione dei testi per i comici del leggendario 'Derby Club' di Milano, (Massimo Boldi, Teo Teocoli, Giorgio Porcaro, Diego Abbatantuono, Cochi e Renato, lo stesso Jannacci e altri). Alcuni di loro facevano parte dell’’Ufficio facce’ alla pasticceria Gattullo, dove si scommetteva a quale squadra appartenesse chi entrava nel locale. 

La sera di domenica 17 ottobre 1982 Viola accusò un malore nella sede sede Rai di Milano, mentre stava montando per l'imminente puntata de La Domenica Sportiva un suo servizio sulla partita Inter-Napoli. Morì la mattina del 18 ottobre, a 42 anni. E con lui si ruppe un mondo.

Ne aveva fatte tante, nel frattempo, alcune delle quali rimaste nella storia. Come quella volta che intervistò Gianni Rivera sul Tram numero 15. Cose improponibili oggi, in un'epoca in cui troppi guardano la telecamera anziché la palla e ci si sente spesso e insensatamente delle divinità intoccabili anziché degli sportivi. E Viola era un autore che non ti faceva mai sentire la nostalgia delle parole, con quell’uso dell’italiano capace di raccontare una storia, anche giocando, prima ancora del fatto in sé. Aspetto non da poco.

Di lui Gianni Brera, dopo l’improvvisa dipartita, disse: “Era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli. Povero vecchio Pepinoeu! Batteva con impegno la carta in osteria e delirava per un cavallo modicamente impostato sulla corsa; tirava mezzo litro e improvvisava battute che sovente esprimevano il sale della vita. Aveva un humour naturale e beffardo: una innata onestà gli vietava smancerie in qualsiasi campo si trovasse a produrre parole e pensiero. Lavorò duro, forsennatamente, per aver chiesto alla vita quello che ad altri sarebbe bastato per venirne schiantato in poco tempo. Lui le ha rubato quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presago timore di perderla troppo presto. La sua romantica incontinenza era di una patetica follia. Ed io, che soprattutto per questo lo amavo, ora ne provo un rimorso che rende persino goffo il mio dolore...”.

Viola era il narratore di uno sport che non si faceva monumento equestre in mezzo alla piazza, che stava in mezzo alle persone senza retoriche. Un giornalista che nella vita non si faceva mancare quasi nulla, compreso il vizio per le carte e i cavalli, e aveva una grande qualità: sapeva osservare le persone - da frequentatore di bar, osterie, pasticcerie - e sapeva comprenderle.

Non è mai invecchiato. Non perché la morte lo ha colto a 42 anni, ma per il semplice fatto che era un innovatore e tale è rimasto. E’ rimasto con quella faccia lì, che sembrava sempre guardarla da un’altra angolazione, la vita, non prendendola neanche troppo sul serio.

Per il record di assenze, a scuola, pretendeva di essere dato per disperso. Mai assente, per paradosso. E quando uno ne scrive, in effetti, aspetta sempre che ritorni, sbucando a sorpresa da qualche parte.


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