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Grottaferrata, l’incontro sulla Carta Archeologica con Arietti. La realizzazione della documentazione e il racconto degli scempi sul territorio (2a parte)

 

GROTTAFERRATA (attualità) – L’incontro di Palazzo Grutter, l’archeologo ha finalmente potuto illustrare la storia di una documentazione fondamentale

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L’incontro organizzato a Palazzo Grutter per l’illustrazione della Carta Archeologica ha visto Franco Arietti, il suo ideatore e finalizzatore, esternare le sue riflessioni sulla tutela e la salvaguardia del territorio, facendo anche un importante viaggio nella storia della ricerca della valorizzazione di ciò che era esistente nell’area tuscolana a partire dalla fine degli anni sessanta dello scorso secolo in poi.

Abbiamo già spiegato, nella prima parte, cosa accadde in almeno due decenni, dalla innovativa fondazione del Gal fondato da Bruno Martellotta, nel suo nucleo originario, fino al suo graduale smantellamento e abbiamo raccontato i gravi fatti accaduti a Grottaferrata sia ambito di patrimonio archeologico e sia sul piano museale. Arietti, nel suo intervento, ha toccato anche il fondamentale argomento attraverso il quale si è potuto comprendere anche come si arrivò concretamente alla Carta Archeologica.

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Negli anni settanta del Novecento, a Roma, iniziò una vera e propria rivoluzione che metteva fine alla sistematica e incontrollata distruzione del patrimonio archeologico del centro storico e del suburbio. Il Comune di Roma e la Soprintendenza Archeologica di Roma (dove nel frattempo aveva iniziato la sua carriera ultra trentennale anche Arietti) in perfetto accordo, elaborarono un sistema fondato sull’attività preventiva, poi adottato in tutta Italia. La realtà archeologica di Roma e suburbio venne rappresentata in 38 fogli inseriti come allegati nella variante al P.R.G. con la clausola - tanto rivoluzionaria quanto fortunatissima – che chiunque, pubblico o privato, volesse intraprendere opere comportanti movimenti di terra di qualunque tipo in zone archeologiche riportate nella Carta dell’agro romano, doveva finanziare sondaggi archeologici preventivi.

“A partire dalla seconda metà degli anni ’90, a Grottaferrata, si verificavano le medesime condizioni favorevoli – ha raccontato Arietti - quando la giunta di centrodestra di Mauro Ghelfi si accinse a varare la variante al P.R.G. Per la redazione della carta archeologica venne contattato proprio Arietti, sia per la sua trascorsa esperienza al GAL che per quella, ormai ventennale, presso la Soprintendenza archeologica di Roma. Si decise di procedere, come a Roma, alla redazione di una Carta Archeologica funzionale all’attività preventiva in perfetto accordo con la Soprintendenza archeologica del Lazio competente per territorio. Con autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali (con la dizione “in via del tutto eccezionale” poiché ai funzionari è tassativamente vietata l’attività di consulenza di questo tipo).

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Questa eccezione venne motivata sia per mettere fine alla disparità di trattamento in sede di pareri di competenza di soprintendenze operanti in territori confinanti, che per arginare decenni di deprecabile abbandono del Tuscolano: centodieci grandiose ville tardo repubblicane inghiottite dal cemento, e con esse strade, mausolei, necropoli. Si decise che uno degli scandali più vergognosi del Lazio doveva finire.

Pertanto, la carta Archeologica di Grottaferrata nasceva a Roma, con specifica autorizzazione ministeriale, con l’autorizzazione della Soprintendenza Archeologica di Roma e, per quanto riguarda la simbologia della cartografia, poteva essere realizzata identica a quella della Carta dell’agro romano, con l’autorizzazione dell’Ufficio Carta dell’Agro del Comune di Roma.

Tutti questi Istituti e Uffici si complimentarono all’epoca con il Comune di Grottaferrata, auspicando che altri Comuni del Lazio decidessero di seguire in futuro questa scelta coraggiosa.

Nasceva così, in pochi anni, la Carta Archeologica di Grottaferrata, sulla base di una coincidenza fortunatissima: in quel preciso momento veniva alla luce, per la prima volta nella storia, dopo un delicatissimo restauro, la Carta archeologica del Lazio di Pietro Rosa conservata presso l’Archivio storico della Soprintendenza Archeologica di Roma, redatta tra 1850 e 1870 in scala 1: 20.000. Questo preziosissimo documento - famoso per l’accuratissima realizzazione grafica di tutte le presenze archeologiche, in particolare di ciascuna villa resa in dettaglio in ogni sua parte, quando ancora si conservava integra, prima della sistematica erosione da parte dei vigneti prima e dalla speculazione edilizia poi – è stato sistematicamente utilizzato da Arietti come punto di partenza del suo lavoro.

Inoltre, a differenza delle tradizionali carte archeologiche, di norma eseguite “a tavolino”, quella di Grottaferrata è stata esclusivamente redatta mediante sopralluoghi sistematici, e ciò vale per tutti i 270 siti censiti.

Questa ricognizione sistematica della condizione dei monumenti negli anni ’90 ha purtroppo rivelato il deprecabile saccheggio patito dal tessuto archeologico del territorio di Grottaferrata: “Piscine costruite sulle ville romane – ha raccontato Arietti - e altre inenarrabili vergognose situazioni analoghe”. Fatti che conferiscono un altro triste primato alla Carta archeologica: quello di una lunghissima serie di reati contro il patrimonio archeologico castellano, rimasti a quanto pare impuniti.

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