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Grottaferrata, l’incontro sulla Carta Archeologica. Arietti svela verità e sfregi di un trentennio. I suggerimenti sul futuro (Prima parte)

GROTTAFERRATA (attualità) - L'incontro organizzato presso Palazzo Grutter: la storia di un territorio e le carenze, i grandi errori, le devastazioni e i suggerimenti per il futuro

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Si è tenuta presso la sala di Palazzo Grutter a Grottaferrata l’incontro con l’archeologo Franco Arietti per l’illustrazione della Carta Archeologica da lui redatta. Una riunione in cui finalmente il curatore di una enorme documentazione realizzata nel 1999 e aggiornata nel 2007, ha potuto finalmente svelare verità, suggerimenti e anche critiche sulla gestione del territorio, sui rapporti tra la Soprintendenza e il Comune, sul museo archeologico, sul passato dei gruppi archeologici nella zona dei castelli romani ed in particolar modo a Grottaferrata, che oggi, purtroppo, non rappresentano più quel potenziale di valori che si espresse negli anni settanta e ottanta del secolo scorso

La Carta Archeologica di Grottaferrata nasce negli anni ‘90 come allegato alla variante di P.R.G. che però non venne successivamente approvata. Per questa ragione e la sua sorte è diventata incerta e la sua destinazione è assai discussa.

Secondo Arietti, Comune e Soprintendenza debbono decidere se ufficializzare questo documento ed operare di concerto come avviene con successo a Roma da decenni. Del resto, in tal senso si è espresso il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo ed ugualmente auspicato sia dalla Soprintendenza Archeologica di Roma che dal Comune di Roma Ufficio Carta dell’Agro.

La Carta Archeologica attraversa la storia degli ultimi decenni di Grottaferrata e la illumina con dovizia di particolari. A partire dagli anni ’70 del secolo scorso, quando, nell’ambito dei Castelli Romani, Grottaferrata eccelleva in ogni campo: economico e soprattutto culturale (qui nasceva infatti un fenomeno straordinario legato al volontariato ancora tutto da studiare). Era questo il capolavoro di Bruno Martellotta e delle amministrazioni comunali che in quegli anni misero a disposizione una sede centrale su più piani che ben presto divenne un infaticabile alveare di giovani.

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Nacque una biblioteca privata, gestita da volontari, inizialmente allestita con libri che ciascuno regalava, ma poi, con il passare degli anni, con volumi acquistati con fondi statali, perfettamente schedati e catalogati: i cittadini li prendevano in prestito, convinti che fosse una biblioteca pubblica.

L’altro capolavoro fu indubbiamente il GAL (Gruppo Archeologico Latino) aderente ai GAI, Gruppi archeologici d’Italia, nati per collaborare con le soprintendenze archeologiche, allora completamente impotenti dinanzi alla sistematica devastazione del tessuto archeologico nazionale. Il GAL aveva la sede centrale a Grottaferrata e sezioni ovunque ai Castelli (Rocca di Papa, Marino, Albano, Monte Porzio Catone) e nel Lazio (Guidonia Montecelio, Artena, Colleferro). Nella sede centrale venne allestita una sala restauro ed un gabinetto fotografico per sviluppo e stampa.

L’attività principale consisteva nella perlustrazione del territorio castellano (ogni cantiere veniva controllato); parallelamente, si svolgevano settimanalmente ricognizioni sistematiche dell’intero territorio albano. Venivano raccolti reperti superficiali che individuavano aree archeologiche sconosciute. Una volta catalogati, disegnati e studiati, venivano comunicati alla Soprintendenza o presentati e pubblicati ai convegni annuali dei GAI. In quindici anni di intensa attività questo lavoro si è rivelato di estremo interesse e rappresenta il nucleo fondamentale della Carta Archeologica di Grottaferrata, considerata da tutti gli esperti, per accuratezza di particolari, dettagli, e per la grande massa di materiale inedito, la più affidabile e quindi la migliore carta archeologica del Lazio finalizzata alla tutela territoriale.

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In quegli anni il direttore del GAL era Bruno Martellotta; ciascuna sezione periferica era affidata ad un capo settore, mentre Franco Arietti, per quindici anni, ha diretto il settore tecnico - scientifico della sede centrale (Grottaferrata). Qui venne istituito il servizio guide alla Catacomba Ad Decimum (affidata a Martellotta dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra). Tra le scoperte archeologiche più importanti e famose del GAL figurano le ricerche nella parte orientale dei Colli Albani.

Allora del Vivaro non si sapeva nulla, fino alla scoperta di un abitato dell’età del bronzo a Colle della Mola (XIV – XI sec. a.C.) scavato dal GAL nel 1993 con l’Università di Roma La Sapienza, a cui seguirono altre straordinarie scoperte nell’area circostante: un abitato dell’età del ferro sull’attiguo Monte Castellaccio, probabilmente denominato Algidum (ininterrottamente abitato dal X sec. a.C. fino alla tarda età arcaica, V sec. a.C.).

La scoperta più famosa era avvenuta a valle, negli anni ’60, presso il laghetto della Doganella, dove venne alla luce una tomba principesca preromana. Nel 1973 Franco Arietti venne a conoscenza di quei fatti e della dispersione di quello straordinario corredo. Da allora, con l’inseparabile amico Martellotta, iniziarono le ricerche, che durarono ben undici anni, durante le quali venne recuperato, in base alle testimonianze degli stessi originali scopritori e scavatori, quasi per intero il prezioso corredo.

Venne ritrovato il punto esatto della tomba, femminile (fine VIII sec. a.C.), e recuperata dal GAL la monumentale struttura tombale (trasportata all’Abbazia di S. Nilo nel 1982 con verbale redatto dalla Soprintendenza Archeologica del Lazio presente al recupero controfirmato da Martellotta, Arietti e dal frate Curatore del Museo) costituita da enormi lastroni e blocchi accuratamente squadrati perfettamente rimontabili nel loro assetto originale, un unicum nel mondo protostorico laziale. Finalmente, nel 1984, anche il tesoro del Vivaro venne depositato all’Abbazia di S. Nilo (accompagnato da un lunghissimo verbale). Il corredo della tomba principesca venne poi esposto al Museo Nazionale dell’Abbazia per circa dieci anni, fino al 1998, anno della chiusura del museo per lavori.

Nella seconda metà degli anni ’80 l’abitato di Algidum venne letteralmente spazzato via dalla cava di lapillo, nonostante il dossier del GAL depositato in precedenza presso la Soprintendenza che documentava anni di ricerche in quell’area che aveva restituito materiali dell’età del ferro, di età arcaica, di età romana (anche una strada basolata assieme ad altre strutture cementizie) e soprattutto medioevale (resti del castello(?), tombe medioevali, pavimenti cosmateschi forse pertinenti a chiese o cappelle.

“Un altro imperdonabile disastro – afferma Arietti - venne consumato alla fine degli anni ’80 con la distruzione completa della monumentale struttura della tomba principesca del Vivaro: i blocchi vennero fatti a pezzi all’interno dell’Abbazia e usati come pietra da taglio per il restauro delle mura. (tutte queste notizie sono raccolte con dovizia di particolari nel libro “La tomba principesca del Vivaro di Rocca di Papa” di F. Arietti e B. Martellotta edito nel 1998)”. Un fatto incredibile.

Un altro ‘insulto’ - come riferisce Arietti - a Grottaferrata (a detta di tutti gli addetti ai lavori) è stato quello di sgomberare la tomba principesca dal museo senza nemmeno avvertire lo stesso Arietti e Martellotta - un insulto anche per l’amministrazione comunale - per spostarla al Museo delle navi romane di Nemi.

Tornando al GAL, agli inizi degli anni ’80 , Arietti ha raccontato come la sede centrale di Grottaferrata venne fatta oggetto di una dura contestazione da parte degli stessi soci grottaferratesi, che si sentivano esclusi, a loro dire, dall’attività “troppo scientifica” del settore, finalizzata alla sola tutela del territorio.

Arietti e la sua squadra (una decina di allievi storici, divenuti in seguito quasi tutti archeologi, oggi attivi in America oppure all’università di Oxford, nelle soprintendenze italiane di Abruzzo, Lazio, Roma, oppure insegnanti in accademie, restauratori, ecc.) si sono dimessi in blocco e nel giro di qualche mese anche la sede centrale del GAL ha chiuso i battenti. Da quel momento, tutte le sedi periferiche dei Castelli e regionali hanno abbandonato il Gruppo Archeologico Latino, che di fatto, da allora non esiste più nelle molte specificità dell’epoca.

Martellotta, oltre che al suo ruolo di Presidente del Centro socio culturale di Grottaferrata, ha cercato da quel momento di salvare almeno l’attività della Catacomba, a lui carissima, ripiegando negli ultimi anni di vita, all’attività didattica legata alla formazione di guide a Tuscolo, all’Abbazia di S. Nilo, a Nemi.

“Inutile aggiungere che da decenni, a Grottaferrata, fino ai giorni nostri – ha detto Arietti - nessuno si è più occupato della situazione archeologica del territorio. Come si vedrà, questo spiega il totale disinteresse, oltre che delle varie amministrazioni, anche dell’associazionismo locale nei confronti della Carta Archeologica di Grottaferrata”.

Nella prossima parte, parleremo di come si arrivò alla stesura vera e propria della Carta Archeologica, con un iter piuttosto complesso raccontato da Arietti. Ma anche di altre questioni, ancora oggi irrisolte, che caratterizzano il territorio criptense, la sua archeologia, la sua attività culturale.

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