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In nome di Stefano Gaj Tachè. Difendiamo i bambini dall’odio

ACCADDE OGGI – Il 9 ottobre 1982: l’attentato alla Sinagoga di Roma portò alla morte un bimbo di due anni

ilmamilio.it  

Il 9 ottobre del 1982 cadeva di sabato. Nella Sinagoga di Roma si era appena celebrato lo ‘Sheminì Azzereth’, la benedizione dei bambini. Fuori dal tempio, intorno a mezzogiorno, le famiglie cominciarono a uscire all'aperto. Ad attenderli trovarono una decina di attentatori, tutti appartenenti ad un commando palestinese. Piovvero granate e colpi di arma da fuoco. 37 persone rimasero ferite. L'unica vittima fu un bimbo di due anni, Stefano Gaj Taché, colpito da una scheggia di una bomba a mano. Anche suo fratello, poco più grande, rimase ferito gravemente. Si salverà.

Era il periodo storico della guerra in Libano e della strage di Sabra e Shatila. Lo Stato di Israele era al centro di un’aspra polemica, tant'è che molti politici italiani di sinistra e democristiani furono messi all’indice da una parte della comunità ebraica per il loro atteggiamento. Pochi giorni prima, infatti, il leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Arafat, era stato ricevuto dal presidente della Repubblica Sandro Pertini al Quirinale e da Papa Giovanni Paolo II. Gli unici a rifiutarsi di incontrare il leader palestinese furono Giovanni Spadolini e Marco Pannella. 

Qualche giorno dopo il consigliere comunale Bruno Zevi intervenne l'11 ottobre in Campidoglio con un discorso di forte rivendicazione parlando di un’Italia che mandava “i suoi bersaglieri in Libano per proteggere i palestinesi” e non proteggeva i cittadini ebrei italiani. Zevi criticò anche il Vaticano, i politici e i media. "E’ gravissimo dirlo, e per me liberal-socialista particolarmente angoscioso - affermò - ma quanto è accaduto l’altro giorno nella tragica realtà era stato prefigurato, quasi simulato qualche mese fa, durante una manifestazione sindacale. Tra ignobili urla «gli ebrei al rogo!» e «morte agli ebrei!», dal corteo sindacale era stata scaraventata una bara contro la lapide della sinagoga che riporta i nomi dei martiri del campi di sterminio e delle Fosse Ardeatine. Alle proteste contro tale aberrante, preordinato, inconcepibile episodio di delirio antisemita fu risposto in maniera sofisticata ed equivoca, naturalmente deplorandolo ma capziosamente spiegandone i moventi con la politica dello Stato d’Israele. Ennesima conferma che dall’antisionismo si passa automaticamente all’antisemitismo. Quella bara simbolica oggi è diventata reale. Contiene un bambino crivellato di colpi, caduto insieme ad oltre trenta persone all’uscita della sinagoga."

Degli attentatori ne venne individuato solo uno, Abdel Al Zomar, ex presidente del gruppo universitario degli studenti palestinesi in Italia, accusato di aver organizzato il massacro per conto di una fazione del gruppo guidato da Abu Nidal. Venne condannato ed estradato in Libia.

Il 3 febbraio 2015, durante il messaggio al Parlamento seguito al Giuramento per l'elezione a Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha ricordato l'attentato con le parole: “L'Italia ha pagato, più volte, in un passato non troppo lontano, il prezzo dell'odio e dell'intolleranza. Voglio ricordare un solo nome: Stefano Taché, rimasto ucciso nel vile attacco terroristico alla Sinagoga di Roma nell'ottobre del 1982. Aveva solo due anni. Era un nostro bambino, un bambino italiano”.

L’infanzia, indipendentemente dalla sua fede religiosa o dalla sua appartenenza sociale, ha bisogno di essere sempre tutelata dai suoi aggressori, da tutti i fanatismi, dalla battaglia ideologica, dagli adulti che si dividono.

L’esperienza di Stefano ci ricorda che il male esiste, ma il suo ricordo è il frutto da offrire all’umanità per evitare che i bambini continuino ad essere le vittime innocenti, inconsapevoli ed inermi della violenza e della guerra, del terrorismo e della sopraffazione del più forte sul più debole.

Il senso morale di una società si misura su ciò che fa per i suoi bambini, affermava Dietrich Bonhoeffer. Perdersi per l’altro rimane l’unico modo per non distruggere il patrimonio in cui esistiamo.