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Aldo Fabrizi, da Campo de' Fiori fino a Broadway. L’arte della risata e della quotidianità

ACCADDE OGGI (attualità) – 2 aprile 1990: si spegne un grande artista, amato da molte generazioni

ilmamilio.it

Il 2 aprile 1990 si spegneva a Roma il grande Aldo Fabrizi. Un talento indimenticabile, che gli americani definirono "un comico geniale". Un attore che dal numero 10 del Vicolo delle Grotte (una curiosità: all’anagrafe era Fabbrizi, con due B”), a Campo de' Fiori, dove era nato da famiglia di umili origini, arrivò a Broadway con il costume di Mastro Titta, il boia di Rugantino.

Orfano di padre a 11 anni, Aldo era l'unico maschio di una famiglia di quattro sorelle, tra cui Elena, più conosciuta al grande pubblico come ‘Sora Lella’.

L’infanzia tra i banchi di frutta a Campo de' Fiori, dove la madre aveva un banco, e poi una serie di lavori per campare. Fabrizi cresce così. Ma in lui c’era anche dell’arte. Nel 1928 pubblicò un primo volumetto di poesie romanesche dal titolo "Lucciche ar sole" e iniziò a frequentare il teatro fino agli esordi come macchiettista nel 1931. Si ispirava al "popolino romano" che frequentava: il vetturino, il cameriere, il conducente di tram. Figure che potevano raccontare, dal loro punto di vista, le assurdità, gli aneddoti e la quotidianità delle persone. Lo faceva e lo ha sempre fatto a modo suo, con quella parlata che è rimasta un timbro unico. Un po' indolente, bonario, 'strascicato',  mai banale.

Alla fine degli anni trenta Fabrizi diede vita ad una compagnia teatrale nella quale lavorò anche Alberto Sordi. Tuttavia è il cinema che rende popolare l’attore romano. In piena guerra gira in "Campo de' Fiori", film del 1943 in cui riuscì finalmente a portare sulla pellicola i suoi personaggi. Con lui Anna Magnani, che è protagonista anche ne "L'ultima carrozzella", pellicola in cui firmò anche a sceneggiatura. I due si ritroveranno ancora qualche anno dopo per un momento di storia cinematografica che cambiò verso ad un’intera cultura.

Scoppia la guerra e cambia tutto. Anche il cinema, che ha bisogno del vero per ritrovarsi e creare un nuovo modo di raccontare l’Italia. Un’Italia sofferente, distrutta, misera, comunque caparbia. Nel 1945, è il tempo di ‘Roma città aperta’ di Roberto Rossellini, dove Aldo interpreta, sorprendendo chi era abituato a vederlo nel suo stile, Don Pietro Pellegrini, ispirato al sacerdote Giuseppe Morosini, fucilato a Forte Bravetta dai tedeschi occupanti. Nel 1949 vince il Nastro d'argento per "Prima comunione" del 1950. Ne vincerà un altro, nel 1975, per il suo eccezionale ruolo da non protagonista in "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola.

Gli anni '50, quelli della riscossa economica italiana, vedono Aldo Fabrizi protagonista di alcune pellicole indimenticabili con Totò: "Guardie e ladri", "I tartassati", "Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi", "Accadde al penitenziario". I due artisticamente se la intendono. Hanno gavetta, storia, strada e creatività da vendere. Una grande amicizia, iniziata 40 anni prima. Fabrizi ricorderà più tardi: Lavorare con Totò era un piacere, una gioia, un godimento perché oltre ad essere quell’attore che tutti riconosciamo era anche un compagno corretto, un amico fedele e un’anima veramente nobile… Arrivati davanti alla macchina da presa, cominciavamo l’allegro gioco della recitazione prevalentemente estemporanea che per noi era una cosa veramente dilettevole. C’era solamente un inconveniente, che diventando spettatori di noi stessi ci capitava frequentemente di non poter più andare avanti per il troppo ridere.”

Questi sono anni fortunati. Per l’Italia e il cinema. Fabrizi ne è protagonsta, ma è dentro anche all’avanzare della nuova comunicazione, della televisione, in cui eccelle nei suoi interventi per 'Speciale per noi' e 'Milleluci”. Ha lavorato con Monicelli, Steno, Bolognini, Corbucci, Magni, Nanni Loy. Fu regista in "La famiglia Passaguai". Aveva una passione riconosciuta per la cucina, come sua sorella Lella, e per la pasta. Una passione che lo portò anche a scrivere sonetti e poesie sul tema.

Ma Fabrizi è stato anche un autentico attore di teatro. Sul palcoscenico del Teatro Sistina, nella stagione 1962-1963, ottenne uno strepitoso successo personale interpretando il ruolo del boia papalino Mastro Titta. Il grande trionfo fu sancito da una clamorosa trasferta negli Stati Uniti, dove lo spettacolo registrò il tutto esaurito. Un timbro inimitabile, tant’è che ancora oggi, immaginando come fosse l’esecutore delle pene capitali del Papa, viene ancora in mente la sua immagine.

Sul finire degli anni ottanta del Novecento, fu insignito anche del David di Donatello alla carriera. 

E' morto a 84 anni. L'epitaffio sulla tomba recita: "Tolto da questo mondo troppo al dente".