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290 scienziati chiedono al Governo di fare più test. Tra di loro un ricercatore di Ciampino

CIAMPINO (attualità) - Alessandro Porchetta, ricercatore all’Università di Tor Vergata ci spiega perché fare più tamponi aiuterebbe a tracciare meglio il coronavirus

ilmamilio.it - contenuto esclusivo

Alessandro Porchetta, Ricercatore a Tempo Determinato del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Chimiche dell’Università di Tor Vergata, si occupa dello sviluppo di metodi analitici con applicazione nel campo della diagnostica molecolare. Lo abbiamo intervistato per sapere perché 290 ricercatori hanno chiesto al Governo e alle Regioni di fare più test per il coronavirus, mettendosi a disposizione. Il punto di vista di un ricercatore a noi vicino, trattandosi di un cittadino di Ciampino.

  1. Che state chiedendo di fare?

E’ dell’altro ieri una lettera firmata da una folta rappresentanza della comunità scientifica che chiede a Governo e Regioni di impegnare risorse e orientare l’azione amministrativa verso la realizzazione rapida di un sistema di laboratori a rete diffuso in maniera capillare sul territorio nazionale, fondato sulle competenze disponibili nei centri di ricerca italiani. Le evidenze scientifiche maturate negli anni e confermate durante questa emergenza ci dicono che le attuali strategie di contenimento basate sulla identificazione dei soli soggetti sintomatici non sono sufficienti alla riduzione rapida della estensione del contagio. Aumentare i test è un passaggio necessario per interrompere la catena di contagio. Abbiamo registrato l’aumento a settantasei laboratori di analisi diagnostica per Covid-19 nel paese ma questo non è sufficiente, serve una inversione nella scelta a monte, ovvero bisogna decidere di puntare ad un monitoraggio esteso, capillare e territoriale. Risorse intellettuali e competenze tecnologiche di alto livello per l'esecuzione dei test diagnostici per l'identificazione del virus sono disponibili su tutto il territorio nazionale da subito e a costo di personale e attrezzature pari a zero, e quindi senza imporre ulteriori aggravi in un paese già allo stremo. E’ una corsa contro il tempo e siamo già in profondo ritardo ma attrezzarci in questa direzione è quello che viene indicato come prioritario anche nelle indicazioni dell’organizzazione mondiale della sanità.

  1. Perché è così importante estendere il monitoraggio?

In primo luogo per avere dati più robusti e completi, per capire la vera portata del problema, dove dobbiamo essere più aggressivi e quali comunità magari possono essere parzialmente liberate da un blocco. Se sappiamo dove si trova il virus e la sua rete possiamo inoltre adattare le nostre strategie. Potremmo estendere notevolmente le nostre capacità di rintracciabilità, identificando tutte le persone che ogni persona asintomatica ha incontrato e metterle in quarantena. Immaginate quanta più consapevolezza sociale potremmo generare, facciamo un esempio: io sono un cittadino che rispetta le indicazioni ma magari sono costretto a prendere i mezzi per andare a lavoro o esco ogni tre giorni a fare la spesa. Se vengo informato di aver avuto un contatto con un asintomatico non potrò più andare a lavoro né andare fare la spesa, resterò in quarantena isolato a casa, abbattendo dunque il rischio di trasmetterlo nuovamente. Significa potenziare tutto quello che già oggi si fa, estendendo la platea ai non sintomatici.

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  1. Come spieghi il ritardo e che idea ti sei fatto sulla gestione della pandemia?

Le motivazioni sono tante, intrecciano vari livelli e necessitano di riflessioni che coinvolgono competenze alte inter- e multidisciplinari. Io non entro nel merito, non abbiamo bisogno di tuttologi da bar. Al massimo individuo due macro temi che credo come società, istituzioni e comunità scientifica dobbiamo iniziare ad affrontare ora per proseguire dopo la fine della pandemia. Per prima cosa stiamo affrontando la più grande ondata di pressione sul sistema sanitario mai vista nella storia ed è un dato di fatto che siamo sostanzialmente impreparati ad affrontarla, in Italia e più in generale in Europa, discorso leggermente diverso per l’Oriente. Prendiamone atto, evidenziamo i limiti del sistema per migliorarli, non nascondiamoci dietro la retorica della grande nazione. Discutiamo di quale modello di sviluppo sta perseguendo la nostra società, di come siamo ormai abituati ad invadere ecosistemi lontani da quello umano inconsapevoli del fatto che questo ci si ritorcerà contro, imponendo un costo sociale ed economico molto più alto del profitto immediato. In questa riflessione mettiamo al centro le competenze scientifiche, e nel frattempo attrezziamoci con lo sviluppo rapido di protocolli di intervento nazionali e europei per situazioni come questa (che si ripresenteranno). In secondo luogo come paese abbiamo registrato tagli al Sistema Sanitario Nazionale, da parte di tutti i governi, che hanno smontato l’universalità, la statualità e la gratuità del diritto alla Salute. Il risultato non è solo la chiusura degli ospedali ma anche ad esempio il rallentamento del potenziamento della medicina distrettuale e del territorio. Bisogna fare una inversione a 360 gradi e tornare ad investire, pianificare e mettere sistematicamente a verifica che quanto dichiarato vengano effettivamente attuato. Su questo faccio una parantesi: invito la Sindaca di Ciampino nel suo piccolo a farsi promotrice di un tavolo tecnico permanente sul ruolo e le potenzialità del distretto socio-sanitario che coinvolga la Regione, la ASL, l’Università e gli operatori del territorio.