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Lo scrittore dell’(in)esistenza: Alberto Moravia e il suo tempo di divisioni e tensioni ideali

ACCADDE OGGI – Il 26 Settembre del 1990 muore lo scrittore de ‘Gli Indifferenti’ e ‘La Ciociara”, spartiacque in due Italie diverse

 ilmamilio.it 

Seguì sempre il suo modello, la sua linea. Da “Gli Indifferenti”, che cadde sulla cultura italiana della fine degli anni venti con la stessa forza che ebbe poi “Ossessione” di Visconti (in cui fu sceneggiatore), Alberto Moravia descrisse per tutta la sua esistenza il rapporto tra l’uomo e la sua realtà. Un problema filosofico, acuto, importante. Un viaggio nella fine delle etiche tradizionali, di un mondo diventato improvvisamente oscuro, indecifrabile, inesistente. Indagò il fatto sessuale, quello sociale ed economico, ove gli stessi che tendevano a riorganizzarsi ogni volta sul corpo e sul denaro si approfittavano dei momenti di crisi dell'umanità.

Uno scrittore capace di raccontare la società che soggiace al divertimento, ne è sottomessa, inconsapevole, in ambientazioni quasi sempre romane, nel seno di una città che sa annoiarsi di più nonostante la sua clamorosa storia. Una metropoli a cui guardava con interesse, ma attorno alla quale pensava, giustamente, che si stesse costruendo una delle ambientazioni urbane più brutte del mondo.

Moravia fu anche scrittore delle donne, che credeva storicamente emarginate, ma che attraverso la sua inventiva diventavano ribelli, mai banali, protagoniste. Ha voluto bene ai suoi amici, tra questi Pasolini, di cui parlò come uno dei più grandi poeti del Novecento. Allora pochi lo pensavano, oscurati dai preconcetti e dal brulichio dell’infamia. Oggi che la società ipotizzata del poeta friulano si è drammaticamente compiuta e continua a macerare le anime, ci rivengono indietro, molto nitide, quelle parole del funerale del 1975.

Moravia fu uno scrittore di 'vocazione', raccogliendo un desiderio che lo aveva affascinato sin da bambino. Ferocemente convinto, raccolse questo seme con un impulso straordinario, seducente.

Il suo nome, in realtà, era Alberto Pincherle (Moravia è il secondo cognome della famiglia paterna). Nato a Roma il 28 novembre del 1907, da una famiglia borghese, era figlio di Carlo Pincherle, architetto e pittore veneziano di origine ebraica, e di Teresa Iginia De Marsanich, di religione cattolica. Una famiglia interessante. Il fratello del padre, Gabriele, era stato senatore del Regno. La sorella del padre, Amelia, concepì Carlo e Nello Rosselli e fu nipote di Ernesto Nathan, storico sindaco di Roma prima della Grande Guerra. Il fratello della madre, Augusto De Marsanich, fu segretario del Movimento Sociale Italiano. Considerando anche gli altri interessi di sorelle e fratelli, tra i quali uno caduto Tobruk, egli crebbe, come si potrà comprendere, in fermento culturale non comune.

All'età di nove anni venne colpito da tubercolosi ossea. Passò cinque anni a letto, ma ebbe tempo per la lettura. Qui emerse la sua base letteraria, interessandosi ad ogni tendenza europea. Le sue sfortune e le sue fortune, in questo senso, si mescolarono.

Nel 1925 cominciò a scrivere 'Gli indifferenti', che riuscì a pubblicare quattro anni dopo - a sue spese - presso l'editore Alpes. La decadenza della borghesia italiana durante il regime fascista, nel testo, viene sviscerata senza un calcolo voluto. Secondo i critici, però, ci troviamo di fronte al primo 'romanzo esistenzialista'. Il libro narra la storia di una famiglia in cui la corruzione è solo l’aspetto di un’apatia ove non esiste orgoglio o dignità. Un impianto che ovviamente cozza con le idee del Fascismo.

Dopo una parentesi americana, Moravia rientra in Italia e scrive 'L'imbroglio'. Per evitare la censura, si cimenterà nel racconto allegorico e surreale, tra i quali 'La mascherata', satira che prendeva di mira il regime indirettamente parlando di un'irreale dittatura sudamericana. Da questo momento sarà costretto a pubblicare sotto pseudonimo.

Nel 1941 si sposò in chiesa con la scrittrice Elsa Morante.  Dopo gli avvenimenti dell'8 settembre del 1943 si rifugiò con la moglie a Sant'Agata (Fondi), in un villaggio di pastori, presso la famiglia Marrocco-Mirabella. E’ l’esperienza che ispira 'La ciociara', iniziato nel 1944 e completato tredici anni dopo. Un'opera di pietà, fatta di paure, violenza, speranza, guerra, miserie personali. Un ritratto importante della realtà italiana della seconda guerra mondiale.

Moravia fu un coerente. Ne 'Gli Indifferenti', 'La Noia' oppure 'La Romana' - ove descrisse esistenze prive di ragioni morali in cui Adriana, donna di malcostume, è l’unica figura che appare paradossalmente scevra da un quadro di declino - egli riversò la crisi di epoche in cui la decadenza di interi ambiti della società, e successivamente del 'boom economico', nascondeva ombre e fragilità.

Separatosi dalla Morante, Moravia partì per lunghi viaggi: la Cina, il Giappone, la Corea. Corrispondenze interessanti, verso un mondo molto citato ma poco conosciuto dai più. Ebbe il coraggio, nello stesso periodo, di cercare un confronto con i giovani della contestazione studentesca. Alla 'Sapienza' fu accolto dallo slogan "Mao sì, Moravia no!’’. Fu accusato di scrivere per il 'Corriere della Sera', "giornale della borghesia imperialistica", e di essere integrato nel sistema. Si arrabbiò, con la sua veemenza e il suo carattere, denunciando i luoghi comuni di quei ragazzi.

Assieme a Giancarlo Pallavicini e a Mario Rigoni Stern partecipò al concepimento dell'Associazione internazionale 'Myr Cultura' per aprirsi all'Europa e al mondo e rompere così  l'isolamento che la trasparenza di Gorbaciev in Russia stava aiutando a far maturare. Un momento di contatto tra oriente ed occidente.

Sono anni in cui lo scrittore si interessa del pericolo nucleare e viene eletto deputato europeo nelle liste del PCI. Si sposa di nuovo con la scrittrice Carmen Llera.

Il 26 settembre del 1990 viene trovato morto nel bagno del suo appartamento in Lungotevere della Vittoria, a Roma. Era già piovuto sull’Europa il meteorite della fine del vecchio mondo ideologizzato. In fondo, una fine simbolica per un uomo che aveva raccontato bene quell'epoca di contrapposizioni, di solitudini in mezzo ai conflitti ideali, che aveva narrato l’uomo che si tormenta nella percezione dell’inesistenza, nel mondo che è quello che è - per giocare con un suo titolo - e che egli aveva spiegato con ruvida certezza.

In questo tempo che spezza gli esseri umani su rive da cui l’orizzonte non viene più immaginato oltre la sua linea, la sua lettura è ancora un punto fermo del Novecento italiano ed europeo, segnando due Italie diverse: quella dell'autoritarismo e del consumismo.