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Rocca di Papa, le osservazioni de 'L'Alveare' al P.A.F per il castagno da frutto

Risultato immagini per castagno da frutto"ROCCA DI PAPA (attualità) - Il contributo di riflessione dell'Associazione sulle prospettive della produzione locale nel cuore dei Castelli Romani

ilmamilio.it - nota stampa

Riceviamo e pubblichiamo:

Archiviata bene o male anche la quarantesima edizione della 'Sagra delle castagne' è tempo di pensare alle prossime quaranta. I problemi della manifestazione, nata ai tempi in cui Rocca di Papa nutriva ancora concrete speranze di rilanciare turismo e commercio, sono diversi.

Si può discutere all’infinito su questo o quell’aspetto e sulle possibilità o meno di migliorare l’organizzazione dell’evento. Ma resta il problema di fondo. Le castagne. La produzione locale di castagne e marroni – perlomeno degni di essere assunti a protagonisti di una sagra ormai considerata tradizionale - è drammaticamente scarsa. Ogni anno ci si deve arrangiare a rifornirsi altrove e non sempre la qualità delle castagne arrostite negli stand raggiunge la sufficienza. Per non parlare, poi, di quelle vendute (e a caro prezzo) per “locali”. O non lo sono affatto o, pur essendolo, sono volgarissime castagne selvatiche raccolte sotto i castagni da legno: quelle che non a caso il nostro dialetto definisce “porcine”. Piccole e saporitissime, per carità, ma assolutamente inadatte a essere arrostite, perché non si sbucciano. Eppure una produzione locale, per quanto limitata sarebbe possibile.

Si potrebbe ad esempio cominciare a raccogliere quelle del castagneto sperimentale impiantato dal Comune negli anni Ottanta del secolo scorso. Delle tre zone in cui fu avviato l’esperimento di riconversione dei castagneti comunali da ceduo a frutto ne rimane sostanzialmente una, ma anche questa sopravvive soltanto per la forza della natura. Negli ultimi trent’anni nessuna Amministrazione ha avvertito il problema e tutto è stato abbandonato. L’Alveare (l’Associazione roccheggiana degli Amici del Castagno) ha insistito per anni affinché le forze politiche di Rocca di Papa prendessero a cuore i castagneti comunali facendone una risorsa capace di dare lavoro e benessere. Invano, purtroppo.

L’unico risultato concreto è stato quello di convincere il Comune a dotarsi di un PAF, ovvero di un Piano di Assestamento Forestale: il “Piano Regolatore” dei boschi comunali, strumento senza il quale ogni richiesta di finanziamento pubblico, regionale, nazionale o europeo sarebbe impresentabile. Ci volle del bello e del buono per convincere generazioni di Sindaci e Assessori “competenti” ad affidare un incarico in tal senso, ma alla fine il PAF è stato redatto e adottato, rimanendo tuttavia a lungo incagliato alla Regione. Finalmente, poche settimane fa, il PAF è stato approvato e sono stati aperti i termini (scaduti lo scorso 28 ottobre) per la presentazione delle osservazioni dei cittadini. La prima osservazione presentata dall’Alveare ha riguardato proprio la riconversione dei boschi comunali da castagneto ceduo a castagneto da frutto. Strano a dirsi, ma nel Piano la zona destinata specificamente alla riconversione era minuscola e in una zona molto marginale. Come dire: buona idea, ma irrealizzabile. Ora, è vero che non tutti i boschi di Rocca di Papa si prestano alla produzione (e soprattutto alla raccolta) dei marroni.

E’ vero che ci vogliono anni e anni prima che un intervento di innesto ben fatto produca i suoi frutti. Ed è altrettanto vero che l’imprenditoria locale stenta a trovare organizzazione e capitali per imbarcarsi in progetti così impegnativi. Ma perché precludere a priori la possibilità di provarci? L’Alveare ha chiesto, così, che nel PAF venga inserita la possibilità di attuare riconversioni dei cedui in castagneti da frutto su appezzamenti fino a un totale del 5% (circa 70 ettari) dei boschi comunali soggetti al Piano. Grazie ad esso, infatti, è possibile per il Comune accedere a ogni tipo di finanziamento pubblico e sarebbe inspiegabile rinunciare aprioristicamente a progetti del genere, soprattutto se affidati a cooperative di giovani.

L’ALVEARE