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La legge sull’associazione a delinquere di stampo mafioso. 35 anni fa la svolta civile dello Stato

ACCADDE OGGI – 13 settembre 1982: il provvedimento di Rognoni e La Torre e il salto di qualità nella lotta alla criminalità organizzata

ilmamilio.it

La mattina del del 30 aprile 1982, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del Partito Comunista Italiano a Palermo. Quando la sua Fiat 131, guidata dall’autista Rosario Di Salvo, si trovò in una strada stretta, fu affiancata da una moto di grossa cilindrata che obbligò il Di Salvo ad uno stop improvviso. Partì immediatamente una raffica di proiettili. Da un'auto scesero altri killer per completare il duplice omicidio. La Torre morì all'istante, Di Salvo ebbe solo il tempo di estrarre una pistola e sparare alcuni colpi. 

Terminò così l’esistenza di un politico che venne assassinato perché aveva proposto un disegno di legge che prevedeva, per la prima volta in Italia, il reato di "associazione mafiosa" e la confisca dei patrimoni della criminalità organizzata. Dopo nove anni di indagini, nel 1995, per il suo omicidio sono stati condannati all'ergastolo i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci.

La Torre aveva combattuto la Mafia davvero. Dall'occupazione delle terre fino al suo ultimo impegno per la pace contro i missili Cruise a Comiso, era stato sempre un uomo in prima linea, coraggioso. Come componente della commissione parlamentare antimafia aveva firmato, assieme al giudice Cesare Terranova, deputato della sinistra indipendente e assassinato nel 1979, la relazione di minoranza incentrata sui rapporti tra mafia e politica. ''Tale compenetrazione – vi era scritto - e' avvenuta storicamente come un risultato; cercato e voluto da tutt'e due le parti''. Negli anni '80 La Torre, assieme ad alcuni magistrati e poliziotti, aveva colto l'evoluzione di Cosa Nostra, che stava mutuando dal terrorismo i metodi e le strategie di attacco ai rappresentanti dello Stato.

Per questo la sua idea di dar luogo ad un nuovo reato fu dirompente. Pochi mesi dopo la sua morte, il 13 settembre del 1982, veniva approvata la legge 646, nota come Rognoni-La Torre, concepita dunque da un democristiano e un comunista (perché le cose buone si possono fare anche insieme, partendo da presupposti ideali differenti), una svolta assolutamente determinante nella lotta contro la Mafia perché inserì nel codice l'art. 416 bis e la norma per la confisca dei beni, ivi compreso il loro riutilizzo sociale.

Era (ed è) una legge per la democrazia. Pagata con il sangue. Lo stesso destino di La Torre, infatti, sarebbe toccato ai magistrati che avevano collaborato alla formulazione tecnica del provvedimento, come i giudici Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Purtroppo, a causa della burocrazia e di altri problemi tecnici, la messa in opera dei beni confiscati è ancora lenta. Tuttavia rimane la grande conquista di quella nuova modalità di lotta e di repressione dei fenomeni criminali che lo Stato, in un momento di massima lucidità e di rigore, riuscì a partorire ponendo le basi di un metodo che ancora oggi funziona e facilita la severità delle pene da infliggere, sopratutto toccando i poteri criminali nel loro organo vitale: ovvero il denaro.