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La ‘Reggenza’ dei poeti: Fiume e la 'festa rivoluzionaria' che affascinò una generazione

ACCADDE OGGI – Il 12 settembre D’Annunzio muove da Ronchi con i suoi legionari. Nazionalisti, anarchici, militari, socialisti, artisti e arditi si riversarono nella città. Un ribellismo di massa senza paragoni. L'interesse di Gramsci e Mussolini. Fino al ‘Natale di Sangue’

ilmamilio.it

Se cercate nella storia d’Italia un momento in cui l'eruzione sociale e quella culturale andarono a braccetto nell'illusione di poter accarezzare ogni idea di cambiamento, dovete tornare al 1919 e all''impresa fiumana' comandata dal poeta e scrittore Gabriele D’Annunzio.

Per gli storici fu un episodio precursore del fascismo, ma in realtà coagulò una quantità di esperienze, ribellioni, libertà individuali, intenti rivoluzionari, spinte innovative e libertarie da farne un coacervo inedito nel Novecento italiano.

Fiume fu un breve e straordinario 'carnevale', una festa della provocazione, l’applicazione delle avanguardie artistiche del tempo, un'insurrezione che in qualche misura anticipò parte del ‘68 e l’ala creativa del movimento del ‘77. Una Reggenza di poeti, di utopie, di trasgressione sessuale, persino piraterie, guerra, sangue. Una parentesi talvolta evitata dalla storiografia, ma che non ha paragoni.

A Fiume, fino al dicembre del 1919, poco dopo l’occupazione, si stanziarono almeno 20mila uomini tra granatieri, arditi, giovani, nullafacenti, disperati, artisti, nazionalisti, esponenti della sinistra. Il Consiglio Nazionale Fiumano conferì ogni potere a D'Annunzio. All’ardore del sentimento patriottico e di rivalsa per la vittoria mutilata del 1915-1918, si unì anche un fermento che si tradusse, solo per fare un esempio, nella costituzione dello ‘Yoga’, detta ‘Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione’, formata da un gruppo di legionari - tra cui Guido Keller, Giovanni Comisso e Mino Somenzi – in cui l'antico ascetismo indiano si mescolò alle teorie futuriste che inneggiavano alla fusione fra arte e vita. In tal contesto si realizzarono opere di teatro improvvisato, balli, disegni sui muri (antesignani dei nostri murales).

'Yoga' non era un partito, neanche un movimento politico. Era un'aggregazione di 'creativi' che sfidava le "più o meno idiote tavole di valori" per "iniziare - proprio come dicevano i suoi sostenitori - "una potente lotta contro le persone, una lotta che sarà vinta dagli individui".  

LA SCINTILLA E IL NATALE DI SANGUE - Ma come si era arrivati a tutti questo, a questa folle commistione?

Alla fine della Prima Guerra Mondiale l'Italia aveva ottenuto Trento e Trieste, ma per la Dalmazia e Fiume la situazione era giunta ad un preoccupante stallo a causa dei dinieghi del presidente americano Wilson. Per rivendicare i diritti dell'Italia su Fiume, Gabriele D’Annunzio aveva così organizzato un corpo di spedizione di mille uomini, ma che erano raddoppiati durante la marcia sulla città. L'intento riuscì anche grazie alle simpatie del generale Vittorio Emanuele Pittaluga, comandante delle truppe italiane schierate, che diede il lascia passare al piccolo esercito senza resistenze.

Il poeta entrò in città acclamato dalla popolazione. Il plebiscito del 26 ottobre suggellò la conquista: 6999 voti su 7155 votanti. Poi fu la volta di Zara, il 14 novembre, a bordo della nave Nullo, insieme a Guido Keller, Giovanni Giuriati, Giovanni Host-Venturi e Luigi Rizzo.

I rappresentanti delle potenze alleate, il 12 novembre, firmarono un trattato che dichiarava Fiume stato indipendente e assegnava la Dalmazia alla Jugoslavia tranne Zara, concessa all’Italia. Il "poeta soldato" venne invitato a lasciare Fiume ed il generale Enrico Caviglia si occupò di sgomberare la gli occupanti, aprendo il fuoco contro il palazzo del governo. Le prime bordate segnarono la fine dell'avventura e i legionari se ne andarono . Il ‘Natale di Sangue’, così fu ribattezzato, mise contro italiani contro altri italiani, gli stessi che avevano compartecipato alla Grande Guerra. Un dolore che fece finire la Festa, certo, ma anche un dramma che si riversò, due anni più tardi, nella Marcia su Roma. 

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LA RIVOLUZIONE DELLE ARTI E DELLE PERSONE - La popolarità di D'Annunzio a Fiume fu altissima. Lo stesso Lenin, assistendo all'inattività dei socialisti, definì il poeta uno degli uomini, insieme a Benito Mussolini e Filippo Tommaso Marinetti, in grado di realizzare la rivoluzione in Italia. Un fatto non casuale è che tutti e tre fossero in qualche protagonisti dell’avventura. D’Annunzio in prima persona, Marinetti per l’ispirazione ideale e il sostegno personale, Mussolini con un appoggio politico che in realtà fu piuttosto ambiguo. Il futuro Duce non fu mai persuaso dalla effettiva realizzabilità dell’impresa e si limitò a promuovere una sottoscrizione che racimolò tre milioni di lire. Ne arrivarono, secondo la ricostruzione di alcuni storici, 857 mila. Non si è mai compreso quanto abbia versato del resto, col sospetto di essersi trattenuto il denaro per finanziare il fascismo e il giornale 'Il Popolo d’Italia'. In verità l'esperienza fiumana fu nazionalista (per alcuni versi) e socialista (per altri), sopratutto impresse una svolta decisiva del processo di crisi dello Stato liberale. Per questo Mussolini ne sfruttò la capacità di impatto politico, senza parteciparvi attivamente.

Fiume fu anche il laboratorio che concepì, grazie al sindacalista Alceste De Ambris, la realizzazione della ‘Carta del Carnaro’. Il documento, in cui si odorano i sentimenti che animavano la costituzione di un’esperienza simile, ovvero quella della Repubblica Romana del 1849, possedeva intuizioni economiche e sociali di portata politica dirompente rispetto ai dettami dello Stato.

La Carta, rielaborata d'Annunzio, e promulgata l'8 settembre 1920 durante gli ultimi mesi dell'impresa, prevedeva infatti un sistema basato su un sistema corporativo, sulla democrazia diretta, sul sistema assistenziale e pensionistico in aiuto dei cittadini, sul suffragio universale senza alcuna distinzione di sesso, razza e religione, sulla proprietà privata purché avesse funzione sociale. E’ l’embrione dell’attuale Costituzione della Repubblica Italiana, ma anche della Carta del Lavoro del Governo Fascista del 1927. Democrazia e dittatura: entrambe influenzate da quella idealità e da quella comunità così desiderosa di cambiare tutti i principi e gli approcci della vita quotidiana, mettendosi in mostra come un rizoma con più radici e tanti fiori. Un quadro storico complesso, dentro al quale è possibile trovare il giornale ‘La Testa di Ferro’, di Mario Carli, firmatario del Manifesto del futurismo, capitano degli Arditi, simpatizzante bolscevico.

In un articolo dell'ottobre 1919, Antonio Gramsci analizzò l'impresa di Fiume come il sintomo del disfacimento che stava indebolendo lo Stato italiano, constatando l’occupazione come una sorta di secessione nei confronti del Regno d'Italia, svelando inoltre l’incapacità della borghesia italiana a conservare lo Stato unitario e proponendo il il proletariato come unica classe capace di impedire la disgregazione dello Stato stesso.

In una nuova riflessione del gennaio 1921, il fondatore del Pci scrisse di Fiume come di una "clamorosa prova delle condizioni di debolezza, di prostrazione, di incapacità funzionale dello Stato borghese italiano in completo sfacelo". Osservò che il Partito socialista non aveva saputo approfittare di tale situazione di debolezza per rafforzare i suoi fini rivoluzionari e le posizioni del proletariato. Concludeva, infine, che la liquidazione della repubblica di Fiume compiuta da Giolitti aveva oggettivamente rafforzato lo Stato borghese e indebolito politicamente la classe operaia. In quelle righe, inoltre, fu condannato il "cinismo triviale" del governo, il quale, durante l'impresa  - scrisse Gramsci - "aveva dipinto nella sua propaganda con i colori più foschi D'Annunzio e i suoi legionari, indicati alla pubblica esecrazione come saccheggiatori e nemici della patria; ma, dopo la conclusione dell'avventura fiumana, quello stesso governo ora concedeva a D'Annunzio un esilio dorato nel suo "palazzo principesco" di Venezia, e accordava ai legionari una piena e completa amnistia". Infine osservava come lo stesso Giolitti, nel settembre 1920, aveva promesso clemenza "agli operai che avevano occupato le fabbriche, mentre perseguitava ed incarcerava parecchi di loro "colpevoli solo di aver lavorato durante l'occupazione".

Secondo fonti storiche Gramsci cercò la possibilità di aumentare il dissidio esistente fra D'Annunzio e Mussolini e tentare un accordo con i legionari fiumani per formare una coalizione armata contro i fascisti. L'intellettuale sardo tentò di parlare di ciò con il poeta, ma l'incontro non ebbe mai luogo.

LA LIBERTA’ SESSUALE E IDEALE - A Fiume emerse per la prima volta, non più nascosta o celata da false ipocrisie, l'omosessualità. Kochnitzky, Comisso, Keller (sepolto al Vittoriale accanto a D’Annunzio, straordinario aviatore, un irregolare che amava farsi ritrarre nudo sulle spiagge e che volò su Roma per lanciare un pitale sul Parlamento) furono alcuni degli intellettuali di punta dell'iniziativa e non ebbero timore ad affrontare l'argomento. L’eros che si propagò in quei giorni fu raccontato dallo stesso Comisso ne “Il porto dell'amore”, romanzo ove emergono le cene, i rapporti sentimentali, l’uso della droga e l’ozio in un viaggio nella città dove tutto era diventato possibile come la riscoperta di un rifugio ove materializzare la fine dell’Italia borghese e il rinnovamento della borghesia stessa. Lo stesso Comisso aveva scelto Fiume come lasciapassare per i suoi sogni eccentrici, ma anche per trovare una nuova dimensione:  "Si mangia il miele, la frutta matura del mese, latte e burro - scriveva -  alla sera sotto la pergola. Stiamo sulla cima di un colle, sopra un torrente. Alla notte si va a girare nei boschi pieni di usignoli, si dorme sotto gli alberi. È veramente una vita senza pari e mai sperata che potesse esser attuata per il mio corpo". 

Leon Kochnitzky, ebreo convertito al cattolicesimo, scrisse della sua esperienza: "Al cospetto del mondo ostile e vigliacco, sfidando il riso stridulo delle folle, Fiume danza davanti alla morte. E' ormai un cuore, una torcia. Un'arca".  Affascinato dalla figura del Vate, aveva raggiunto la città e aveva ricoperto la carica di responsabile dell'Ufficio delle Relazioni Esteriori. Fu l'ideatore della Lega di Fiume, un progetto che aveva come obbiettivo la trasformazione della città come "Patria delle patrie" per tutti i popoli oppressi in radicale opposizione alla Società delle Nazioni. Animato da idee rivoluzionarie di sinistra, si scontrò con l'ala monarchica e nazionalista dell'occupazione. Sostenitore dei Soviet, rassegnerà le dimissioni dall'incarico di responsabile dell'URE lasciando la città del Carnaro. All'esperienza fiumana dedicherà il testo Le bal des Ardents ou les Saisons fiumanes, che venne rifiutato dagli editori francesi e pubblicato per la prima volta nel 1922 con il titolo La Quinta Stagione o i Centauri di Fiume. 

L'avventura riconobbe toni leggendari anche per la presenza degli 'Uscocchi' (dal serbo-croato uskok, "transfuga"), quei gruppi di popolazione che, nel Cinquecento, costretti ad abbandonare le proprie terre in seguito all'invasione ottomana, si rifugiarono in località inaccessibili della costa dandosi alla pirateria. D'Annunzio rinominò "uscocchi" i legionari che si specializzarono in atti di sabotaggio allo scopo di rifornire la città condannata ai disagi del blocco. Alla storia passò per questo la cattura del piroscafo “Persia”, realizzata grazie alla collaborazione della Federazione della Gente di Mare che si opponeva alla partenza dall'Italia di armi destinate a combattere il governo bolscevico. La nave partì da La Spezia. Pochi giorni dopo giunse a Fiume dopo essere stata letteralmente dirottata in alto mare da tre uomini che si erano imbarcati clandestinamente. 

Persino il clero trovò interessi nuovi e diede scandalo. In città fece notizia un convento di cappuccini che da tempo chiedevano un rinnovamento della Chiesa fino a rivendicare di poter eleggere i superiori, avere controllo sui fondi dell'ordine e addirittura abolire il celibato. Quando da Roma arrivò un'ispezione, i religiosi esposero alla finestra del convento una bandiera con il motto "Hic manebimus optime". Alcuni lasciarono l'ordine. 

A Fiume si parlò d’amore. Come emozione, come idea della quotidianità. Tant'è che proprio l'amore tornò come riferimento nell'ultimo discorso del Vate nell'ora dell'addio: "Viva l'Amore, alalà". L’Impresa fu tutto questo e anche di più. Un'esperienza rifiutata dai liberali, dai benpensanti, dai conservatori, dal clero. Edonismo ed estetica si sovrapposero di fatto in un modo pericoloso per i campioni dell'etica, per il fatto stesso che in quei giorni nacque un’altra concezione dell’etica stessa, un modo differente di stare nella vita - libertario e disinibito - che fu piegato solo dall'uso della forza, della reazione e dalle armi e tra le cannonate.