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C’era una volta l’autunno degli operai e degli studenti

ACCADDE OGGI – L’11 Settembre del 1969 con la mobilitazione nazionale dei metalmeccanici inizia una stagione che sfocia nella più grande conquista sociale del dopoguerra: lo Statuto dei Lavoratori

ilmamilio.it

Tute blu, ragazzi in jeans, fischietti, tamburi, striscioni, slogan. L’11 Settembre 1969, con la mobilitazione generale per la scadenza triennale dei contratti di lavoro, prende il via il cosiddetto ‘Autunno caldo’, movimento di protesta e di lotta sindacale. In appoggio agli operai, sopratutto quelli metalmeccanici, i quali rivendicano l’adeguamento dei salari, gli studenti reclamano il diritto allo studio. Emerge così una saldatura mai vista fino a quel momento, frutto dell’ondata protestataria del 1968.

A fare da detonatore, come accennato, è il rinnovo di ben 32 contratti collettivi di lavoro, una richiesta che coinvolgeva oltre cinque milioni di lavoratori dell'industria, dell'agricoltura, dei trasporti e di altri settori. Nasce in questo periodo la figura dell'operaio-massa. Emigrato, giovane, senza specializzazioni particolari, impiegato alla catena di montaggio, a volte senza una casa, costretto a dormire nelle stazioni o in luoghi di fortuna, oppure nelle pensioni.

I salari, nel 1969, sono ancora tra i più bassi dell'Europa occidentale (diventeranno in breve tempo, sulla metà degli anni settanta, tra i più alti). Ciò accade mentre la condizione media degli operai della fine degli anni sessanta è comunque migliore rispetto a quella dei padri e dei nonni, considerato il livello di scolarizzazione e di interesse che si è arricchito e ha toccato sensibilmente più strati sociali, anche quelli un tempo più emarginati. Tuttavia le conquiste sul reddito, sugli orari di lavoro, sul rapporto interno alle fabbriche, aveva bisogno di un ulteriore salto di qualità. Sono i fermenti ideologici del momento, sopratutto, a innescare il meccanismo fondamentale per la costruzione di una piattaforma di impegno condiviso. E’ il rapporto con la politica, quindi, che muove le coscienze, nella consapevolezza di poter parlare e discutere delle proprie sensazioni ed emozioni come mai era accaduto prima, in un contesto intergenerazionale di grande fermento.

Il 'miracolo economico', in fondo, è già alle spalle. In mezzo c’è stata una congiuntura economica ed il mondo tutto intorno sta cambiando. Sta mutando innanzitutto il clima, la percezione della realtà. Così ci si accorge che il ‘miracolo’ di cui tanto si è parlato o si è narrato non è stato accompagnato, in verità, da una visione complessiva dei problemi: in primo luogo l’integrazione dei migranti meridionali, poi l’inquinamento, ma anche l’attesa di un salario migliore, la soluzione dell’emergenza delle morti sul lavoro (all’epoca si denunciarono fino a 12mila decessi all’anno) e dei diritti.

Due antefatti segnano inevitabilmente questa stagione. Il 2 dicembre 1968, durante una serie di scioperi organizzati dai lavoratori agricoli di Avola per l'eliminazione delle "gabbie salariali", del "caporalato", e la istituzione della Commissione Sindacale per il Controllo del Collocamento della manodopera, viene organizzato un blocco stradale che provoca l'intervento delle forze dell'ordine. Si spara ad altezza d’uomo. Due morti e 48 feriti. Successivamente, il 9 aprile del 1969, si verificarono gravi incidenti nella città di Battipaglia alla notizia della chiusura di due aziende storiche nei settori della manifattura dei tabacchi e della lavorazione dello zucchero. Dal momento che circa metà della popolazione trovava i propri mezzi di sostentamento grazie alle fabbriche in questione, la serrata avrebbe portato ad una grave una crisi sociale ed occupazionale. Le manifestazioni organizzate per protesta sfociano anche qui in gravi scontri con le forze dell'ordine. Rimangono a terra i corpi di Carmine Citro, operaio tipografo di 19 anni, e Teresa Ricciardi, insegnante in una scuola media, raggiunta al petto da una pallottola mentre è affacciata alla finestra della sua casa. Le cariche della polizia vanno avanti per l'intero pomeriggio. Si contano alla fine 200 feriti, di cui 100 da arma da fuoco, fra i dimostranti e 100 tra le forze dell'ordine. Il giorno seguente la folla scende di nuovo in strada devastando la stazione, dando alle fiamme il Comune, assediando il commissariato di polizia e la caserma dei carabinieri.

Avola e Battipaglia sono due esempi di quel Sud che si muove e alza la testa, mentre i suoi figli, emigranti al Nord, muovono su altre strade ed altre piazza la loro voglia di riscatto. Per questo, l’impatto delle richieste e delle mobilitazioni spaventa gli imprenditori italiani, colti da un sentimento di paura e di preoccupazione. Contestualmente iniziarono ad aumentare i fenomeni dell'assenteismo, di sabotaggio e violenza. Un episodio su tutti: il 29 ottobre 1969, nel corso del Salone dell'Automobile, un gruppo di scioperanti prende di assalto lo stabilimento di Mirafiori, devastando le linee di montaggio delle '600' e delle '850'. Quando la FIAT denuncia 122 operai, la reazione politica e sindacale è talmente veemente che l'azienda ritira ogni provvedimento. E’ il segno di un ribaltamento delle forze in campo e della incapacità momentanea dei governi e delle aziende a fronteggiare un fatto nuovo, ma con una tradizione solida alle spalle.

Sono giorni che valgono anni, in cui inizia a circolare anche un seme di violenza in ogni sua angolazione. Da e contro gli operai. Cambiano le tecniche di sciopero, le occupazioni di fabbriche, ma sopratutto sono poste le basi di una delle conquiste sociali più evolute del dopoguerra: lo ‘Statuto dei lavoratori’, al quale diede un contributo determinante il socialista Gino Giugni.

Lo Statuto permise di far entrare la Costituzione italiana, fino ad allora poco letta e compresa nella sua innovazione, nelle fabbriche. Lo stesso Giugni, in seguito, ebbe a sostenere: “Fu un momento eccezionale, forse l'unico nella storia del diritto in Italia: era la prima volta che i giuristi non si limitavano a svolgere il loro ufficio di "segretari del Principe", da tecnici al servizio dell'istituzione, ma riuscivano ad operare come autentici specialisti della razionalizzazione sociale, elaborando una proposta politica del diritto". Giugni sarà anche l'ispiratore de Trattamento di fine rapporto (Tfr), riformando il sistema delle liquidazioni.

In questo clima di tensione il 21 Dicembre 1969 si firma l’accordo tra i sindacati e la Confindustria, ove vennero riconosciuti aumenti di paga uguali per tutti, orari di lavoro a 40 ore settimanali, mentre i metalmeccanici ottengono il permesso di organizzare assemblee in fabbrica

L'autunno caldo è anche anche l’embrione di molte formazioni politiche extraparlamentari che negli anni successivi sceglieranno strade di antagonismo al sistema, dal riformismo fino, purtroppo, al terrorismo. Ciò avviene perché è un momento di tensioni, scontri, scelte, divisioni, conquiste, sconfitte. Un periodo che spalanca le porte ad un decennio gradualmente drammatico, pur nella sua lucente energia. Il 19 novembre 1969, a Milano, muore il poliziotto Antonio Annarumma (leggi) durante uno scontro in piazza tra polizia e manifestanti della sinistra extraparlamentare. Passa un mese e il 12 Dicembre salta in aria la Banca Nazionale dell’Agricoltura a Piazza Fontana, sempre a Milano. E’ la madre delle stragi degli anni settanta e l’inizio di una realtà che cala dentro una nube in cui si agglomerano le rivendicazioni civili, ma anche di terrorismo e le bombe.

L’autunno caldo, nelle sue contraddizioni, nelle sue difficoltà, nelle sue scelte, nelle sue strategie politiche o nelle sue conflittualità, rimane (considerando la certificata scomparsa storica della cosiddetta ‘classe operaia’, almeno per come era concepita all’epoca, e della capacità di rivendicazione delle nuove generazioni) un momento di confronto storico con gli industriali e gli imprenditori, ma anche un risveglio di consapevolezza da parte dei lavoratori che segna un passaggio fondamentale per l'ottenimento di quelle garanzie che poi, mano mano, con il passare dei decenni, sono state smontate e rimesse in discussione fino all’attuale mercato del lavoro: incerto, precario, senza prospettive sul piano pensionistico, con fragili tutele e pessime prospettive di benessere individuale e familiare.

La democrazia deve vivere giorno per giorno. Deve riformarsi continuamente se vuole conquistare nuove libertà. Rischia, altrimenti, senza movimento, senza dinamismo di idee o contenuti, di trasformarsi in un corpo immobile, fagocitato dai poteri che emergono o di quelli che permangono. Un patrimonio di pochi, mentre tutto il resto sta a guardare.

Proprio in quei mesi del ‘69 si pensò di rompere questo equilibrio, aumentando la superficie della partecipazione non solo a chi lavorava, ma anche a chi studiava e si preparava dunque a lavorare. Il presente ed il futuro, insieme. In una rara congiunzione di aspirazioni complementari.