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Giovanni Falcone, la Strage di Capaci e l’Italia del 1992: il buio e il riscatto morale

ACCADDE OGGI – Il 23 Marzo l’attentato che sconvolse l’Italia

ilmamilio.it

Il 12 marzo 1992 all’Hotel Palace di Mondello è in corso un convegno organizzato dalla Democrazia Cristiana palermitana. Salvo Lima, uomo di punta della corrente andreottiana, deve fare gli onori di casa. Alle 9 di mattina esce dalla sua villa. Due uomini in moto lo affiancano, gli sparano, lo rincorrono mentre tenta la fuga a piedi e lo finiscono con un terzo colpo alla testa. Cosa Nostra non ha tollerato che lo Stato avesse vinto e che le condanne del Maxiprocesso di Palermo, pochi mesi prima in Cassazione, fossero state tutte confermate. Un affronto senza precedenti al potere criminale.

La morte di Lima è un segnale politico preciso, l’inizio di un attacco alle istituzioni dello Stato senza precedenti. Sin dal principio i magistrati della Procura che si occupano del caso intuiscono che sta per realizzarsi la resa dei conti tra la politica che non ha saputo proteggere la mafia e la mafia stessa.

La chiave di tutto, come detto, era da individuare nella sentenza di Cassazione del 31 gennaio 1992 nella quale erano state confermate le condanne impartite a tutti i principali boss di Cosa Nostra: 475 imputati, 360 condanne, 2665 anni di pena, non includendo gli ergastoli comminati ai 19 boss di punta e ai killer, tra cui Michele Greco, Giuseppe Marchese, Giovan Battista Pullarà, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. La validità delle accuse mosse dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ai danni della ‘cupola’ avevano convinto e segnato un passo storico per la lotta alla criminalità organizzata più potente d’Italia.

Cosa accadde dopo è storia. Quell'Italia di inizio anni novanta, flagellata dalle stragi, dalle inchieste sulle tangenti e dalla corruzione, è un ricordo ancora vivo. Dalle sue ceneri ne è nata un'altra, confusa, non meno indagata, non meno instabile, non meno invischiata nei casi di malaffare. A volte la stessa che poi fa retorica su chi ha sacrificato la propria esistenza per una causa nobile e collettiva.

E’ in quel caos che si consuma il delitto atroce, la strage, l'attentato in cui il 23 maggio 1992, sull'autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, a pochi chilometri da Palermo, perdono la vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Servitori dello Stato.

Sono giorni angoscianti e terribili, quelli. A Milano si sta allargando l’Inchiesta della Procura di Milano, scaturita dall’arresto di Mario Chiesa, che si sta portando via con l’intera classe dirigente della nazione e la cosidetta ‘Prima Repubblica’. Il 25 aprile il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga con un messaggio ha annunciato le dimissioni anticipate: dopo lo scossone elettorale che ha indebolito i tradizionali partiti di governo anche il Quirinale diventa una specie di 'sede vacante'. Lo Stato vacilla, sembra debole.

La morte di Giovanni Falcone, in tutto questo, sembra un terribile segno di resa, acuito ancor di più, poco tempo dopo, dall’altra carneficina di Via D’Amelio dove perirà Paolo Borsellino. Questo perché Falcone era diventato un punto di riferimento, uno straordinario esempio del quotidiano. Ostacoli, difficoltà, attacchi subiti da alcuni ambiti della magistratura o dalla politica non lo avevano piegato. Il suo fu un omicidio che ferì profondamente la coscienza collettiva. Ma quei chili di tritolo che servirono a ribaltare una strada e a uccidere cinque persone non misero in ginocchio i siciliani e la parte sana della comunità nazionale. Proprio da quel sacrificio nacque quello scatto di orgoglio e morale che fece reagire lo Stato, rinnovare per il meglio le nuove generazioni, consegnare alla Giustizia, dopo troppe coperture e segreti, i responsabili dei reati criminosi e un'intera schiera di malavitosi che avevano distrutto ed annientato lo sviluppo di un territorio con una politica di occupazione militare e delinquenziale in cui il sistema dei partiti e del potere aveva fatto la sua parte.

Falcone è stato il primo magistrato che è riuscito a guardare dentro le regole e le architetture del potere di Cosa Nostra, decifrandone la lingua sconosciuta, la chiave con la quale aprire una porta nel labirinto che custodiva molti segreti.

Quando il 10 febbraio 1986 – in un’aula bunker fatta costruire appositamente nel Carcere dell’Ucciardone – iniziò il maxiprocesso, finalmente tutti si resero conto cosa era accaduto in Sicilia in quegli anni. La mafia prese corpo, espressione, forme, volti, occhi, sguardi, voce. Oltre 300 imputati, 200 avvocati difensori e 600 giornalisti. Dietro le sbarre Luciano Leggio, Pippo Calò, Michele Greco, Leoluca Bagarella e Salvatore Montalto. Imputati e latitanti finirono anche Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Un momento storico, ma anche la condanna a morte per i protagonisti civili di quella storia.

Oggi sappiamo con certezza che Giovanni Falcone non è caduto invano. Non è caduto invano Paolo Borsellino. Non sono caduti invano i ragazzi delle forze dell'ordine, i giudici, i commissari, i magistrati che come loro, prima di loro, hanno perso la vita. E tutti loro camminano assieme agli uomini di buona volontà.

In quei giorni a Palermo i giovani scrivevano sui manifesti “Meglio un giorno da Borsellino che 100 anni da Ciancimino”, gridavano ‘Fuori la Mafia dallo Stato’ nei funerali, sfondavano i cordoni d’ordine per applaudire le bare avvolte dal tricolore di magistrati e poliziotti.

Il senso profondo di quel messaggio è ancora attuale. Quella generazione non si è più pentita di essersi congedata dal male. E ci crede ancora.