I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e migliorano la tua esperienza di navigazione. Cliccando sul pulsante Accetto presti il consenso all'uso dei cookie non solo tecnici, ma anche di profilazione e di terze parti. Per maggiori informazioni puoi comunque leggere l'informativa estesa.

Corrado Alvaro, il Meridione, l’uomo e la distopia: percorsi di un grande scrittore

ACCADDE OGGI – Nasce a San Luca il 15 aprile del 1895 l’autore di Gente di Aspromonte e L’Uomo forte

ilmamilio.it

Corrado Alvaro, nei suoi 61 anni di vita, ha raccontato e scritto di molti aspetti dell’animo umano, della vita in sé, del meridione e dell’Italia con una capacità di narrazione che andrebbe riscoperta di più. Purtroppo, essendo morto nel 1956, è stato ben troppo presto rimosso o addirittura dimenticato. Eppure pochi come lui hanno raccontato il sud, la Calabria, la trasformazione intima della società negli anni in cui l’Italia lasciò la sua vecchia pelle per indossarne una nuova, industriale e consumistica. Di lui Geno Pampaloni, critico letterario, ha detto: “Scrittore in cui il mattone è sempre più significante della parete, il colore più della struttura. Spesso, nei suoi libri, il pensiero tende alla dissolvenza, l'affabulazione stilistica circuisce l'oggetto narrativo sino a nasconderlo”. Sintesi tecnica, ma anche raffinata per comprendere l’autore.

Alvaro conobbe la povertà e riuscì a descriverla, comprendendo, nella sua evoluzione, anche la società italiana come pochi altri grandi scrittori. Fu uomo dalle mille anime civili e letterarie. Narrò la fatica di chi voleva ‘salire’, riscattarsi, partendo dal paese senza possibilità per andare altrove. Le sue pagine sull’Aspromonte, il suo paese natio, San Luca e i luoghi lasciati nell’arretratezza lo formarono e lo costruirono come uomo e come artista della parola.

Nato il 15 aprile 1895, studiò nel Collegio di Mondragone a Frascati. Nel 1910 fu costretto a lasciarlo per aver praticato letture ‘non autorizzate’: l’Inno a Satana di Giosuè Carducci. Poi fu ad Amelia, infine nel liceo ‘Galuppi’ di Catenzaro. Chiamato alle armi, frequentò il corso allievi ufficiali a Modena, ove divenne sottotenente. Coinvolto nella prima guerra mondiale, venne ferito alle braccia nel corso di una battaglia a San Michele del Carso. L’episodio gli valse una medaglia d’argento al valore. Dapprima interventista, condannò in seguito l’esaltazione all’eroismo di quei giorni di trincea. Terminato il conflitto bellico conobbe più a fondo la città. Prima Roma, poi Bologna al “Resto del Carlino”. Dalle metropoli che mano mano si allargavano e progredivano rimase affascinato. Tuttavia rimase, per tutta la sua esistenza e lungo i suoi tragitti letterari complessi, uno scrittore dei contadini e delle tradizioni, della borghesia e della sua ambiguità, del mondo arcaico e di quello quello della civiltà moderna. Un narratore che sapeva sdoppiarsi, dunque, tra città e campagna, natura, avanguardia, descrizione dei luoghi e dei paesaggi, realismo, saggistica. Di Roma scrisse: “E’ la città dove si invecchia più presto che altrove, e dove però l' illusione della giovinezza accompagna l' uomo fino a tardi, quando egli non sarà più che un ragazzo canuto, ingannato e disperato”. Un breve ritratto dove in tanti si possono ritrovare.

Alvaro fuggì dalla sua Calabria, ma andò via anche dall’Italia, commentando altri mondi ed altre nazioni. Il suo pessimismo non si piegò mai, fu sempre curioso, alla ricerca di un’utopia da corteggiare e da abbandonare quando la meta era raggiunta.

Impegnato civilmente, fu tra i cinquanta firmatari del manifesto dell'Unione Nazionale delle Forze democratiche pubblicato sul Mondo l'8 novembre 1924 in risposta al delitto Matteotti. Nel 1925 firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Nel 1927 uscirono, come elzeviro sulla Stampa, le prime pagine del suo libro più famoso, "Gente in Aspromonte": “Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d' inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque.  I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d'erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri.”. Più tardi, nel 1934, pubblicò un reportage sulla bonifica della Agro pontino per le edizioni dell''Istituto fascista di cultura' che nel dopoguerra gli verrà rinfacciato come troppo apologetico dai suoi detrattori. A tal proposito commentò: “Lo scriverei anche oggi, se qualcuno bonificasse qualche cosa, chiunque fosse, essendo io legato al lavoro, alla terra, alla sofferenza umana”. Negli anni venti continuò la sua attività di giornalista, collaborando con 'La Stampa'. Dopo essere stato a Berlino tornò in Italia, poi in Turchia e in Russia.

Sono già gli anni trenta. Alvaro collabora con il leggendario “Omnibus” di Leo Longanesi (Leggi: L’intelligenza irrequieta, scomoda e inafferrabile di Leo Longanesi) occupandosi della Rivoluzione d'ottobre del 1917 della la società sovietica. Un anno dopo dà alle stampe “L'uomo è forte”, critica del totalitarismo comunista (ma non solo quello), con cui si aggiudica il Premio dell'Accademia d'Italia per la letteratura.

In realtà ‘L’uomo è forte’ è un romanzo sorprendente, visionario. E’ un’opera distopica oggetto di censura in Germania per la sua descrizione di un sistema ancor più cupo e antecedente di quello descritto da George Orwell nel suo arcinoto ''1984''. Nella trama, dietro la promessa di una società giusta e forte, un regime controlla ogni aspetto della vita pubblica e privata, attribuendo all'amore una minaccia pericolosa per la sua visione individualistica che allontana dalle prerogative della società. E’ un tema, questo, che tornerà caro ad Alvaro in altri esempi. Ne ‘L’uomo nel labirinto’ , ad esempio, avvia la descrizione precisa della crisi vissuta dall’uomo nel primo dopoguerra. E il suo protagonista, proprio per questo, si trova in un labirinto perché non ha la forza tragica di vivere: un essere incapace di andare avanti, che sceglie la fantasia alla realtà e si rinchiude dentro una gabbia. In ‘Vent’anni’, invece, è un soldato a scoprire cosa è il male e cosa è capace di fare. Ne 'L’uomo è forte', dunque, la tragicità di questi ttratti umani si fanno tragici dentro e nei confronti della ‘società di massa’, antidemocratica per costituzione, ove l’uomo, con tutta la sua sua individualità e la sua coscienza, è nelle mani di un sistema totalitario. C'è anche un altro testo che tratta di queste prospettive: è ‘Belmoro’ (pubblicato postumo), che riveste importanza in quanto critico di una civiltà industriale in cui regna la disumanità, in cui il sesso sostituisce l’amore, in cui vince la menzogna passata per verità e dove viene annullato ogni sentimento.

Del 1946, nato proprio sull'esperienza collegiale a Frascati, è L'età breve", prima creazione della cosiddetta trilogia delle "Memorie del mondo sommerso" ("Mastrangelina", "Tutto è accaduto"). Nella vita di Rinaldo Diacono, ragazzo calabrese espulso dal collegio per aver scritto deliranti storie d'amore a una giovanissima ragazza, Alvaro svela falso moralismo e il culto dell'apparenza di certa società meridionale. E' la pubblicazione del passaggio dall'adolescenza all'età adulta, della scoperta della sessualità, della società contadina che cerca di rompere l'isolamento sociale con la cultura.

Alla fine della guerra Alvaro si trasferisce definitivamente a Roma con la moglie, nella casa affacciata sulla scalinata di Trinità dei Monti, la sua ultima dimora. Fonda, con Libero Bigiaretti e Francesco Jovine, il Sindacato Nazionale Scrittori e la Cassa Nazionale Scrittori. Poi assume la direzione del quotidiano Risorgimento di Napoli, di Achille Lauro. Alvaro imprime una svolta a sinistra che lo mette in rotta con l'editore, il quale lo spingerà alle dimissioni. Si occupa, da sempre, anche di cinema. E’ sceneggiatore, tra gli altri film, di ‘Riso amaro’ o ‘Roma ore 11’ di De Santis. 

Muore l'11 giugno 1956 dopo una lunga malattia. “La vita non è altro che una comunione di solitudini”, aveva scritto. Lo conforterà nella sua ultima notte uno spirito solitario, geniale come quello di Cristina Campo.

“Morire, ma essere un uomo. Morire, ma vivere”. Questo Corrado Alvaro fece. A tanti anni dalla sua scomparsa, rileggendolo in epoche di avanzate tecnologiche, non ha perso la scintilla della sua vitalità di narratore.