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La voce di Don Primo Mazzolari. Quel “Tu non uccidere” che ancora indica una via

ACCADDE OGGI  - Il 12 aprile 1959 muore il sacerdote che ha aperto una strada nuova per la Chiesa

ilmamilio.it

Don Primo Mazzolari guardava oltre l'orizzonte. Due guerre vissute in prima persona ne avevano determinato la convinzione, la determinazione. Era un prete scomodo. Visse tra Cicognara e Bozzolo, nel mantovano, dai quali riuscì a collegare il vangelo all'impegno della società, parlando di democrazia, di impegno rivolto ai giovani, bisogno di incrociare culture diverse, anche tra comunisti e cattolici, in una proiezione umana che dalla periferia arrivava al mondo. Diceva: ''Non vogliamo una rivoluzione che invidi, ma una rivoluzione che ami: non vogliamo portar via a nessuno il suo piccolo star bene, vogliamo solo impedirgli che il suo piccolo star bene determini lo star male di molti''.‎

Don Primo anticipò i tempi, interrogandosi sul ruolo del laicato all'interno della Chiesa, della parrocchia, aprendosi ai poveri e ai lontani. Le fede dell'azione, del rispetto, la sobrietà: per questo fu un predicatore, un uomo dalla voce emotiva, un educatore, un parroco, un plasmatore amorevole di coscienze. Un punto di riferimento, inizialmente isolato ma profetico, un irrequieto che toccò con mano temi ancora attuali.

L’INIZIO - Primo Mazzolari nasce agli inizi del 1890 a Santa Maria del Boschetto, frazione rurale di Cremona, dove nel 1902 entra in seminario. Matura fin da giovane le sue idee sulla Chiesa e sulla società, accordata la sua fiducia alla modernità, è permeato da un patriottismo di ispirazione risorgimentale e democratica. Lo fa in periodo storico che non lo aiuta, poiché il Papa è Pio X, antimodernista, antidemocratico, antiriosorgimentale. Tuttavia sposa l'affermazione della propria libertà di coscienza (''Io amo la Chiesa e il Pontefice, ma la mia devozione e il mio amore non distruggono la mia coscienza di cristiano'') davanti a tutto il resto.

Il 24 agosto 1912 viene ordinato sacerdote. Favorevole all'interventismo democratico, nel 1915 si arruola come volontario nella prima guerra mondiale e diventa cappellano militare nel 1918. E' qui, tra le trincee, negli ospedali della sofferenza, che matura il dubbio che si affaccia. Si pone delle domande, nutre la sua coscienza di quesiti. Nei combattimenti perde suo fratello maggiore. Sotto le tende sporche, tra gli odori dei disinfettanti, giacevano i malati. Ragazzi che urlavano, vomitavano, morivano. Il pensiero dell’inutilità di questo sacrificio lo interroga.

Dopo il congedo, il 31 dicembre 1921, viene nominato parroco a Cicognara, nella quale rimarrà fino all'estate del 1932, quando verrà trasferito a Bozzolo, dove visse per il resto della sua vita.

Dentro a questa esperienza Don Primo Mazzolari fortifica la sua ‘fortezza’ di valori. Nel 1925 viene denunciato dai fascisti perché si è rifiutato di cantare il ''Te Deum'' dopo il fallito attentato a Mussolini ad opera di Tito Zaniboni. La notte del 1º agosto 1931, chiamato alla finestra della canonica, gli spararono a vuoto tre colpi di rivoltella. Don Mazzolari non ama il fascismo e non è amato dai fascisti. E' così per tutta la durata del ventennio. Nel Regime il sacerdote coglie il nuovo paganesimo anticrsitiano, il tentativo di costruire un regime totalitario che vuole assoggettare le anime e i corpi, seminando la violenza contro la fratellanza del Cristo.

Dopo l'8 settembre 1943 partecipa attivamente, per questi motivi spirituali, alla lotta di liberazione, incoraggiando i giovani a partecipare alla Resistenza. Viene arrestato, rischia la vita. Rilasciato, è costretto a vivere in clandestinità fino al 25 aprile 1945. Poi è il tempo della ricostruzione, sopratutto morale, della nazione e dei fedeli.

LA SVOLTA - Nel 1949 fonda il quindicinale ''Adesso''. I suoi scritti attirano le sanzioni dell'autorità ecclesiastica, che ne ordina la chiusura nel 1951. A luglio dello stesso anno, gli viene imposto il divieto di predicare fuori della diocesi senza autorizzazione e di pubblicare articoli senza una preventiva revisione. Combatte il comunismo come ideologia materialista, ma cerca di comprendere perché milioni di persone si dirigono verso di esso. Sono però fondamentali. Sviluppa un pensiero sociale vicino alle classi deboli in chiave profondamente pacifista. Mentre le istituzioni lo reprimono, il suo messaggio influisce all'esterno nella società, nella politica e tra e parrocchie, ispirando o calamitando l'attenzione di uomini come Ernesto Balducci, Giorgio La Pira (Leggi: Giorgio La Pira: il pane, il lavoro e il sacro. La Pace attraverso l’attesa e la difesa della povera gente) e Don Lorenzo Milani (Leggi: Don Lorenzo Milani e quell’insegnamento: “Ogni parola che non impari oggi è un calcio nel culo domani”).

Nel 1955 esce una pubblicazione anonima, ''Tu non uccidere'', ove Mazzolari attacca la dottrina della guerra giusta e porta avanti le teorie della "nonviolenza", da sostenere con un forte ''movimento di resistenza cristiana''. Il mondo diviso in due blocchi, la paura della bomba atomica che già in Giappone ha creato morte e distruzione, porta naturalmente il suo pensiero contro ''il punto oscuro dell'umanità'' e i motivi ''giustificazionisti'' dei conflitto negli ambienti clericali.

Don Primo, con la veemenza della sua parola, dal suo piccolo paese di provincia, nell'angoscia dei totalitarismi, irrompe nella coscienza e nel dibattito con una forza rivelatrice. È solo verso la fine degli anni cinquanta, negli ultimi mesi di vita, che comincia a ricevere le prime attestazioni di stima da parte delle alte gerarchie ecclesiastiche. Nel novembre del 1957 l'arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI (Leggi: Paolo VI e la sua idea. Il Papa che lasciò in piedi la Chiesa negli anni del conflitto ideologico), lo chiama a predicare presso la propria diocesi. Nel febbraio del 1959 Papa Giovanni XXIII lo riceve in udienza privata e lo saluta pubblicamente come "Tromba dello Spirito Santo in terra mantovana".

''Chi ha poca carità vede pochi poveri. Chi ha molta carità vede molti poveri. Chi non ha carità non vede nessuno''. Per Don Primo era giusto porsi temi e problemi di fronte al rapporto tra religione e potere e sopratutto sul ruolo e la responsabilità della Chiesa nella crisi della società contemporanea, tra autoritarismi, guerre, conflitti di religione o per la religione.

Morì il 12 aprile 1959 nella casa di cura San Camillo di Cremona. Paolo VI di lui dirà: “Aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti”. La sua dote morale, tesa ai poveri, agli ultimi e alla Pace, in questo tempo confuso e violento, ci è ancora preziosa.