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Giuseppe Mazzini, il patriota visionario che fece alzare la testa ad un popolo

ACCADDE OGGI – Il 10 marzo 1872 muore a Pisa ‘l'apostolo della Repubblica’

ilmamilio.it

Klemes von Metternich, cancelliere di Stato austriaco dal 1821 al 1848, scriveva lettere e memorie. Conservatore, padre del realismo politico, maestro dello stile diplomatico, è entrato nella storia non solo per le sue abili capacità di politico, ma anche per una nota inviata al conte Dietrichstein nella quale una controversa frase, “L’Italia è un’espressione geografica”, finì poi un anno dopo sul quotidiano ‘Il Nazionale’ con una revisione fatale: “L’Italia non è che un’espressione geografica”. Era il 1847, ed anche questo bastò a sollevare il sentimento nazionalista in un’epoca di rivolte. Metternich stimava un solo politico italiano, il conte Camillo Benso di Cavour. Per un altro, invece, aveva un sentimento di odio e di fascinazione. Scrisse: 'Ho dovuto combattere contro il più grande condottiero, Napoleone; mi è riuscito di mettere d'accordo imperatori, re, uno zar, un sultano e un Papa. Ma nessuno sulla faccia della terra mi ha procurato maggiori difficoltà di un manigoldo italiano, emaciato, pallido, straccione, ma facondo come l' uragano, rovente come un apostolo, furbo come un ladro, sfacciato come un commediante, infaticabile come un innamorato''. Quest’uomo, descritto così minuziosamente, corrispondeva al nome di Giuseppe Mazzini.

Pantaloni neri, camicia nera, panciotto nero, giacca nera, fazzoletto al collo nero, calzini neri. In lutto, fino a quando non si sarebbe compiuta l'unità d'Italia. Così andava vestito l’uomo indicato da Von Metternich come un ‘manigoldo’ e che qui è diventato uno dei Padri della Patria, ma sopratutto della Repubblica. Una vita avventurosa, braccata dalle polizie di mezza Europa. Esiliato, accusato, infangato, ma anche amato e rispettato. Un sognatore, un visionario. Se oggi l'Italia è Repubblica è merito suo e di tutti quei giovani che con il tricolore in mano vissero e soffrirono per la nascita di una nazione autodeterminata e libera dalle influenze straniere.

Nato a Genova il 22 Giugno 1805, Mazzini già da adolescente manifestò un sentimento per l'interesse politico. Poco dopo la laurea, entrò nella Carboneria, società segreta con finalità rivoluzionarie. Iniziò una vivace attività pubblicistica che lo portò giovanissimo ad essere denunciato alla polizia. Arrestato e chiuso in carcere nella fortezza di Savona, gli fu offerto di vivere al "confino" sotto la sorveglianza della polizia o di andare in esilio a Marsiglia: optò per la seconda soluzione. Poi si recò a Ginevra, a Lione, in Corsica. Incontrò esuli, insorti, rivoluzionari. Tornò a Marsiglia e fondò la ‘Giovine Italia’ che si proponeva di costituire la Nazione "una, Indipendente, libera, repubblicana". Scrisse una lettera aperta a Carlo Alberto, appena salito al trono del Regno di Sardegna, per esortarlo alla riscossa italiana. Si convinse che solo una stato di tipo repubblicano avrebbe potuto permettere il raggiungimento degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità propri della Rivoluzione Francese, avversando lo stato monarchico. Un’idea che contemplava un Dio capace di operare nella storia osservando una legge di progresso e di servire i popoli per realizzare la creazione di una umanità libera, affratellata dalla collaborazione nobile.

"La Giovine Italia" fu anche una rivista, che sorse nel 1832 come sottotitolo "Serie di scritti intorno alla condizione politica, morale e letteraria dell'Italia, tendenti alla sua rigenerazione". Ma l’organizzazione si estese subito anche in ambito militare. Sono anni di insurrezioni mancate, di attività clandestine, di condanne a morte, di fallimenti. Nel 1833 la polizia del Regno di Sardegna riuscì a ricostruire la trama che avrebbe dovuto portare all'invasione della Savoia e all'insurrezione di Genova. Ad organizzarla Jacopo Ruffini. Arrestato, Ruffini morì in una delle prigioni interne alla Torre Grimaldina, al Palazzo Ducale. Fu sottoposto per un mese a torture ed interrogatori nel vano tentativo di fargli confessare i nomi dei compagni patrioti. Non lo fece. Ufficialmente il suo decesso fu archiviato come un suicidio, ma fu trovato con la gola tagliata e privo di vita per dissanguamento. Destinato all’impiccagione, recentemente gli storici hanno considerato l’ipotesi che la pena capitale, una volta eseguita, avrebbe provocato tumulti. Mazzini, sconvolto per la sua morte, gli dedicò qualche anno più tardi un ricordo struggente: “A te, fratello mio d'amore, io dedico, venerando, queste poche pagine scritte col nome tuo sulle labbra. Io non trovo qui sulla terra, fra quei ch'hanno concetto di fede e costanza di sacrificio, creatura che ti somigli. M'ami tu sempre come, vivendo della vita terrestre, m'amavi? Io non mi sento ora, poi che tu se' fatto angiolo, degno di te”. “Se mai la luce dubbia, ch'io saluto talora indizio dell'alba, non fosse che luce di stella cadente – aggiunse - se lunghi anni di tenebre e di sconforto devono ancora passare sull'Italia prima che si rivelino ad essa le vie del Signore: — per l'amore ch'io t'ho portato e ti porterò, fa che il tuo povero amico pensi ed operi, viva e muoia incontaminato”.

Alla rivolta del 1833 seguirono arresti ed esecuzioni capitali, poco dopo mancò la sollevazione di Napoli, più in là quella del 1844 in Calabria dei fratelli Bandiera, fucilati assieme ai loro compagni dopo l’ennesima mancata rivolta popolare. In quegli anni la rete dell’insurrezione si ramificò. Mazzini favorì la costituzione delle società che poi formarono la ‘Giovine Europa’. Subì ancora degli arresti e un esilio. Fino a quando non partì per l'Inghilterra, in totale miseria, ove riceverà modesti compensi per la collaborazione a giornali e riviste inglesi.

VERSO IL ‘48 - Nel 1840 inizia a Londra la pubblicazione del periodico "Apostolato popolare", che reca nel sottotitolo "Libertà, Eguaglianza, Umanità, Indipendenza, Unità - Dio e il popolo - Lavoro e frutto proporzionato", poi fonda una scuola gratuita per i bambini poveri di Londra. L'8 settembre 1847 scrive una lunga lettera a Papa Pio IX, visto inizialmente come un uomo disposto al cambiamento, indicandogli ciò che dovrebbe e potrebbe fare, poi, in un’Europa in cui le rivolte si stanno diffondendo, arriva a Milano liberata dagli austriaci (Leggi: Una città, mille barricate: le Cinque giornate di Milano). Il 9 febbraio 1849 è proclamata la Repubblica Romana (Leggi: Roma, 9 febbraio 1849: la Repubblica del popolo e dei giovani che costruì la nuova Italia). Goffredo Mameli gli telegrafa: "Roma Repubblica, venite!". Mazzini entra nella futura Capitale "trepidante". E’ nominato triumviro. Alla fine della gloriosa esperienza, parte di nuovo per Marsiglia, a Ginevra, a Losanna. Sempre in clandestinità, sempre nascosto.

Negli anni successivi fallì di nuovo un insurrezione a Milano e l'anno successivo un secondo tentativo di mettere in rivolta la Lunigiana, quando al posto dei mille volontari annunciati se ne presentarono una dozzina. Nel 1857 fu la volta della tragica missione di Carlo Pisacane a Sapri. Da qui l'imputazione più grave, cioè che la sua dottrina del martirio avesse sacrificato uomini per progetti impossibili.

L'obiettivo primario, quello di unificare almeno in parte la nazione, diventò reale nel 1861. Ma per Mazzini il passare degli anni, il mutare delle situazioni, non avevano cambiato il senso profondo della battaglia. Visse quindi gli ultimi anni tra Londra e Lugano. Il 25 febbraio 1866 Messina venne chiamata al voto per eleggere i suoi deputati al nuovo parlamento di Firenze. Mazzini è candidato, ma pendono sul suo capo due condanne a morte: una inflitta dal tribunale di Genova per i moti del 1857, l'altra dal tribunale di Parigi per complicità in un attentato contro Luigi Napoleone. Venne ugualmente eletto. Tuttavia, anche nel caso di un'amnistia o di una grazia, Mazzini rifiutò la carica per non dover giurare fedeltà allo Statuto Albertino, la costituzione dei monarchi sabaudi. Nel 1870 gli furono infine amnistiate le due condanne a morte inflitte al tempo del Regno di Sardegna. Rientrò in Italia, dedicandosi all'organizzazione dei moti in appoggio alla conquista dello Stato Pontificio. Stanco e malato, visse nascosto nell'abitazione di Pellegrino Rosselli a Pisa, fino al 10 marzo 1872, quando lo colse la morte.

Nel 1946 un referendum popolare sancì la nascita della Repubblica Italiana. Per Mazzini fu una vitoria postuma. Della sua forza umana e ideale, rimane il profilo che dipinse Alexander Harzen: 'Gli uomini come lui non si arrendono mai, non si danno mai per vinti. Più le cose vanno male, più alta tengono la loro bandiera. Se oggi Mazzini perde amici e denaro, e sfugge a malapena alle catene e alla forca, domani torna al suo posto più deciso e più sicuro che mai in quell'inflessibile tenacia, in quella fede che procede per la sua strada sfidando la realtà, in quell'attività instancabile che vede, in ogni insuccesso, un nuovo stimolo e una sfida. In tutto ciò vi è qualcosa di grande e, se vogliamo, anche un poco di pazzia. Spesso è proprio quel grano di pazzia a rappresentare la condizione essenziale del successo''.

Non abiurò mai, fino alla fine dei suoi giorni, la sua idea di Italia. Un’idea che oggi è Costituzione.