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4 marzo 1947: la strage di Villarbasse e l’ultima condanna a morte in Italia

ACCADDE OGGI – Il terribile massacro del 20 novembre 1945 e la fucilazione di tre banditi

ilmamilio.it

L’ultima esecuzione capitale della storia d’Italia avvenne all'alba del 4 marzo 1947, in una nazione ancora distrutta e che non aveva fatto ancora i conti con il suo passato. Una nazione che si accingeva, anche attraverso una nuova Costituzione, a riscrivere tutte le regole civili e della convivenza sociale e politica.

Tuttavia quel giorno, al poligono di tiro delle Basse di Stura, vicino a Torino, Giovanni Puleo, Francesco La Barbera e Giovanni D’Ignoti, furono portati davanti a un plotone d’esecuzione che contava 36 agenti della questura. I tre, tutti di origine siciliana, erano stati condannati pochi mesi prima alla fucilazione per essere stati riconosciuti colpevoli di una strage avvenuta due anni prima in una cascina del torinese, vicino a Villarbasse. Nonostante i forti fermenti del cambiamento in atto, l’atrocità del crimine non aveva ricevuti sconti: la Cassazione aveva confermato la condanna e il presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, aveva negato la grazia ai condannati.

IL MASSACRO - D'altronde la strage di Villarbasse, del 20 novembre 1945, era stato uno dei più efferati eventi criminosi del dopoguerra. Fu commesso durante una rapina dove dieci persone vennero massacrate a bastonate e gettate in una cisterna. A compiere il delitto era stati in quattro, ma uno di loro venne ucciso in un regolamento interno.

Si discusse molto, all’epoca, della sentenza. La decisione di abrogare la pena di morte, infatti, era stata presa e in attesa dell’abolizione ufficiale le esecuzioni erano state sospese. Fu la particolare efferatezza del delitto, in questo caso, che scatenò l'indignazione pubblica e spinse De Nicola a rifiutare il perdono istituzionale.

I quattro protagonisti del fatto criminale - Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D'Ignoti e Pietro Lala- si erano introdotti nella Cascina ‘Simonetto’ dell’avvocato Massimo Gianoli. I quattro irruppero mascherati con dei fazzoletti e armati di pistola. Gianoli, quella sera, aveva invitato a cena nove ospiti: il fattore e la moglie, il genero del fattore, tre domestiche (due con i loro mariti) e il nuovo garzone. L’evento era lieto: la nascita della nipote del fattore. Quando i rapinatori entrarono nella dimora avevano solo un obiettivo, ovvero svuotare la cassaforte, ma all’improvviso il fazzoletto scivolò dal viso di uno di loro, Pietro Lala, che in passato aveva lavorato come mezzadro per il proprietario dell'area, e così venne immediatamente riconosciuto dai commensali. Per non lasciare testimoni, i banditi, dopo aver legato le mani con un fil di ferro ai presenti, avevano deciso di uccidere tutti a colpi di bastone. Uno dopo l’altro. I corpi erano stati quindi gettati nella grande cisterna per l’acqua piovana. Solo un bambino di due anni, presente alla scena, fu risparmiato dal massacro. Venne poi ritrovato mentre vagava nei dintorni della cascina, piangente ed infreddolito.

Dopo otto giorni di ricerche, durante i quali si pensò a un rapimento di massa, il 28 novembre il mugnaio Enrico Coletto si calò all'interno della cisterna, rinvenendo i dieci cadaveri. Dopo quattro mesi di indagini, i carabinieri arrivarono a individuare i colpevoli. I rapinatori furono così condannati alla pena capitale, il 5 luglio 1946.

Il mattino del 4 marzo 1947, alle 7,45, i responsabili del delitto furono accompagnati dal cappellano del carcere le Nuove, in cui erano detenuti, al poligono delle Basse di Stura. Quindi l’esecuzione.

L’abolizione definitiva della pena di morte fu sancita il primo gennaio 1948 dalla Costituzione Italiana, salvo che nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.