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Il ‘68 coraggioso: i ragazzi di Praga contro i carri armati

ACCADDE OGGI – Storia di una repressione e di una svolta generazionale  che anticipò i valori della nuova Europa

ilmamilio.it

Forse, e non a torto, si è detto che il vero 'sessantottto', la vera barricata ideale e materiale contro il potere costituito - e non solo contro le convenzioni, le regole e i costumi - si fece ad Est, oltre il Muro di Berlino. Se proprio non fu così, sicuramente c’è stato un 'sessantotto' più coraggioso di quello delle occupazioni delle fabbriche e delle scuole. In occidente si poteva parlare, discutere e manifestare, nonostante uno scontro totale con il sistema e i suoi apparati di conservazione. A oriente la pluralità delle idee e delle parole non era solo limitata o controllata, ma anche repressa e negata.

In Cecoslovacchia (oggi Repubblica Ceca e Slovacchia), all’inizio di quell’anno che cambiò il mondo, il Primo Segretario del Partito Comunista, Antonin Novotny, venne sostituito da Alexander Dubcek, teorico di “socialismo dal volto umano”, un pensiero riformatore che prevedeva il riconoscimento delle libertà politiche, culturali, sindacali e la separazione fra partito e governo attraverso il coinvolgimento della classe operaia nel processo di miglioramento degli strumenti democratici. Un passo avanti, visto da qua. Una provocazione, vista da Mosca, dove la novità venne percepita come una sorta di "contro-rivoluzione" . Dubcek subì inevitabilmente diverse pressioni: ora più minacciose, ora sotto forma di consiglio. Ma lui, che aveva lavorato come operaio e aderito al movimento comunista clandestino, prendendo parte alla resistenza antinazista e all'insurrezione slovacca nel 1944, non cambiò rotta.

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 prese così il via il processo di "normalizzazione ". La Cecoslovacchia fu occupata 6.300 carri armati e 400 mila soldati. Gustav Husak, alcuni mesi più tardi, sostituì Dubcek. Quasi tutte le riforme di quest'ultimo furono annullate. Nei giorni dell’invasione morirono almeno 72 persone.

Umberto Eco annotò: “La gente parla in russo coi soldati, gli chiede perché sono lì. I soldati rispondono che a Praga c’è il colpo di Stato fascista, la gente ride, qualcuno sale su e li prende per il bavero e gli mostra la città, altri tirano fuori la tessera del partito. I russi sorridono imbambolati, qualcuno discute, rispondono alle domande, intavolano la discussione. Così incomincio a rendermi conto che questa è una cosa diversa, non ha precedenti storici, perché la gente ha volti tristi, la tensione è spasmodica, ma la città brulica di folla come a una festa patronale, e ogni carro armato è un comizio”.

Con il passare dei mesi la popolazione iniziò a subire malvolentieri lo stato delle cose e passò a forme di proteste attive mai registrate prima. Il 16 gennaio 1969 il giovane studente Jan Palach (leggi) si dette fuoco in piazza San Venceslao per protesta, così come accadde al teologo e riformatore boemo Jan Hus. Un altro studente lo emulò appena quattro giorni dopo: Josef Hlavaty. Poi fu la volta di Jan Zajic. Quest’ultimo lasciò scritto: “So quale ferita io vi porto con questo gesto, ma non adiratevi con me. Non lo faccio perché mi nausei la vita, ma proprio perché la stimo troppo. Con la mia azione forse vi assicuro un migliore destino. Conosco il prezzo della vita e so che è il più grande che ci sia. Ma io voglio molto, e perciò devo pagare molto. Dopo la mia azione non cedete alla grettezza. Non dovete mai conciliarvi con l’ingiustizia, qualunque essa sia. La mia morte vi lega a questo impegno”.

Quella di Praga, riconosciuta come una ‘Primavera’ per la breve durata e per la sua voglia di riscatto senza continuità a causa della repressione militare, fu una spinta insurrezionale e civile in cui si mescolarono varie tendenze: quella nazionale e patriottica, quella socialista, giovanile, operaia e democratica. Ci vollero altri venti anni per portare a compimento questa opera di espressione per la libertà, anche grazie alla svolta che impresse Michail Gorbacev e che portò velocemente alla dissoluzione dell’Unione Sovietica tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. Solo allora, coloro che erano stati perseguiti per i fatti del 1968 poterono tornare in Patria, riavere la propria piena agibilità di uomini liberi.

Quei giorni di agosto del 1968 segnarono l'intera gioventù di quegli anni. Mentre nei partiti comunisti di occidente fu vivo e lacerante il dibattito sulle scelte da compiere, la nuove generazioni solidarizzarono in gran parte (chi attraverso un percorso di ripensamento a sinistra e chi, da destra, in chiave anticomunista) con i coetanei che si battevano contro i cingolati.

Un piccolo passo verso l'unità del vecchio continente iniziò allora, attraverso un sogno durato poco ma che si prese tutto il tempo necessario per disseminare i suoi valori, oggi parte della nostra convivenza civile europea.   

 

 

 

Commenti   

0 #1 Psolo 2017-08-23 08:50
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