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“Di deserto in deserto andiamo oltre”. Padre David Maria Turoldo, l’inquieta voce che preferì gli ultimi

ACCADDE OGGI - 6 febbraio 1992: muore a Milano una voce diversa

ilmamilio.it

Un poeta, un religioso inquieto e fuori dal coro. Diverso, innamorato di Dio con un amore tutto suo. Padre David Maria Turoldo (Coderno, 22 novembre 1916 – Milano, 6 febbraio 1992) è stato un uomo del Novecento e morto dentro al Novecento, un secolo che lui ha attraversato nei suoi percorsi tortuosi, tragici, di liberazione. Impegnato nella Resistenza a Milano negli anni quaranta, fu sostenitore di Nomadelfia, la comunità di don Zeno Saltini (Leggi: Don Zeno Saltini, il prete che voleva un'altra società), visse la Firenze di Giorgio La Pira negli anni ’50 (Leggi: Giorgio La Pira: il pane, il lavoro e il sacro. La Pace attraverso l’attesa e la difesa della povera gente), fu uno dei promotori del rinnovamento della chiesa e dei fermenti sociali per tutti gli anni sessanta e settanta. Fu poeta, traduttore dei Salmi, uomo avventuroso, ‘esiliato’ per il suo attivismo.

Proveniva da una famiglia friulana povera. Entrò giovanissimo nell’Ordine dei Servi di Maria, nel 1941 al convento di San Carlo in Milano dove frequentò l’Università Cattolica del Sacro Cuore laureandosi in Filosofia. Entusiasta del rinnovamento avviato da papa Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II, si trasferì nella terra del Pontefice e, nel 1964, avviò tra le mura dell’abbazia di Sant’Egidio a Fontanella di Sotto il Monte, un’esperienza comunitaria di religiosi e laici.

Davide era il nono di dieci figli. Viveva in una casa dalle mura annerite dal fumo. Prima di entrare in seminario aveva fatto il pastore. Interpretò questa condizione, più tardi, come un titolo positivo, il tragitto più breve e per arrivare a quel suo Cristo identificato nei poveri. Turoldo fu monaco e poeta, scrittore di meditazioni teologiche e di note politiche, sceneggiatore e regista. Ma nulla fu a caso: il suo sguardo rimase fermo sui diritti degli ultimi e la loro dignità.

Nella chiesa milanese di san Carlo al Corso inventò la “messa del povero”, durante la quale si raccoglievano offerte, generi alimentari, vestiario, chiarendo ai fedeli che questo era il minimo contributo richiesto dal Vangelo. Con Padre Camillo de Piaz fondò un centro culturale ‘Corsia dei Servi’, che dopo l’8 settembre 1943 divenne un nucleo di resistenza. Furono nascosti fuggiaschi, aiutate famiglie, ospitate riunioni clandestine, stampato un giornale – L’Uomo - in cui si discuteva delle forme da dare alla democrazia italiana futura. Turoldo da quel momento storico si legò a ogni lotta di liberazione, non solo a quelle dei contadini e degli operai, ma anche interessandosi ai problemi del mondo lontano. Non permise mai a nessuno di infilarlo negli schemi, in un sistema. A chi lo invitava ad aderire alla Democrazia Cristiana, rispondeva che non si doveva confondere un partito con la Chiesa né la Chiesa con un partito. Questo suo comportamento gli valse il titolo di "coscienza inquieta della Chiesa". Non si risparmiò nel dialogo anche con chi non era credente. In uno dei suoi componimenti scrisse: "Fratello ateo, | nobilmente pensoso | alla ricerca di un Dio | che io non so darti, | attraversiamo insieme il deserto. | Di deserto in deserto andiamo oltre | la foresta delle fedi, liberi e nudi | verso il nudo Essere e là, | dove la parola muore, | abbia fine il nostro cammino".

Già durante l'occupazione tedesca di Milano (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945) scelse l'umano contro il disumano. Il comando evangelico "essere nel mondo senza essere del mondo" come un "essere nel sistema senza essere del sistema" fu uno dei suoi punti cardinali. La sua attività poetica emerse nel dopoguerra con due raccolte di liriche ‘Io non ho mani’ (Premio Saint Vincent) e ‘Gli occhi miei’, presentato nella collana 'Lo Specchio' da Giuseppe Ungaretti (Leggi: Giuseppe Ungaretti: le emozioni, l’amore, i dolori e la guerra. Saper scrivere versi dentro al sanguinoso Novecento -VIDEO). “Io non ho mani | che mi accarezzino il volto, | (duro è l'ufficio | di queste parole | che non conoscono amori) | non so le dolcezze | dei vostri abbandoni: | ho dovuto essere | custode | della vostra solitudine: | sono | salvatore | di ore perdute".

Poeta, certo, ma anche uomo interiormente irrequieto, dicevamo, come quando nel 1953, a seguito di prese di posizione assunte da politici locali e da alcune autorità ecclesiastiche, dovette lasciare Milano e soggiornare in conventi dei Servi dell’Austria e della Baviera. Tornato due anni dopo, assegnato al convento della Santissima Annunziata di Firenze, incontrò Giovanni Vannucci, padre Ernesto Balducci, il sindaco Giorgio La Pira, e molti altri che nell’ambiente fiorentino di quel tempo animarono speranze di rinnovamento per la società italiana nel suo contesto generale.

Dopo un’altra importante parentesi estera, rientrerà in Italia solo nel 1961 presso il convento di Santa Maria delle Grazie, a Udine. Entrato in contatto con gli emigrati friuliani all'estero ideò di realizzare un film che raccontasse la difficile vita rurale di quelle aree. ‘Gli ultimi’, film ispirato al racconto ‘Io non ero fanciullo’, scritto dallo stesso Turoldo, venne alla luce con la regia di Vito Pandolfi. Era il 1962. Ottenuto il consenso del vescovo bergamasco Clemente Gaddi, come detto antecedentemente, fondò poi il suo progetto nell’Abbazia di Sant’Egidio. Costruì accanto al Priorato una casa per l’ospitalità, la “Casa di Emmaus”, mossa dall’episodio in cui Gesù risorto si manifestò ai due discepoli nello spezzare del pane. La casa costituì un esempio di accoglienza, senza distinzioni di stato sociale o di religione. Un punto di riferimento della storia culturale e una solida pulsione al rinnovamento di linguaggi, un laboratorio culturale e religioso.

Padre Turoldo fu un comunicatore abile sulla carta stampata, nelle trasmissioni radio e televisive. Colpito alla fine degli anni ottanta da un tumore del pancreas, visse con riconosciuto coraggio l’ultimo approdo della vita. I funerali a Milano videro la partecipazione di una numerosa folla nella chiesa di San Carlo al Corso. Carlo Maria Martini, che gli aveva consegnato il primo "Premio Giuseppe Lazzati", disse di lui: “La Chiesa riconosce la profezia troppo tardi”.

Fu una figura generosa di religioso che ha vissuto la sua vocazione spendendosi per un cristianesimo diverso, amico degli uomini fino in fondo, legato alla storia che viveva, introducendosi negli ambienti dove sarebbe entrato anche Cristo. Agiva secondo umanità con il suo stile di tenerezza combattiva. Si opponeva all’ingiustizia e all’indifferenza. Seminando amore.

“Ora invece la terra

si fa sempre più orrenda:

il tempo è malato

i fanciulli non giocano più

le ragazze non hanno

più occhi

che splendono a sera.

E anche gli amori

non si cantano più,

le speranze non hanno più voce,

i morti doppiamente morti

al freddo di queste liturgie:

ognuno torna alla sua casa

sempre più solo.

Tempo è di tornare poveri

per ritrovare il sapore del pane,

per reggere alla luce del sole

per varcare sereni la notte

e cantare la sete della cerva.

E la gente, l'umile gente

abbia ancora chi l'ascolta,

e trovino udienza le preghiere.

E non chiedere nulla.