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Emilio Alessandrini, l’omicidio di un magistrato scomodo

ACCADDE OGGI – Il 29 gennaio 1979 l’agguato di ‘Prima Linea’

ilmamilio.it

Era un lunedì, lunedì 29 gennaio 1979, quando Emilio Alessandrini, magistrato, 36 anni, venne ucciso mentre andava al lavoro. Un commando di terroristi attaccò l'automobile su cui era alla guida mentre era ferma al semaforo tra Viale Umbria e Via Muratori, a Milano. Alessandrini percorreva quel tratto ogni giorno per recarsi in Tribunale. Otto colpi. Un fumogeno per coprire la fuga. Il gruppo di fuoco era composto da Sergio Segio, Marco Donat Cattin, responsabili dell'agguato, Michele Viscardi, Umberto Mazzola e Bruno Russo Palombi. Erano tutti appartenenti a Prima Linea.

La rivendicazione, farneticante, citava: “Alessandrini è uno dei magistrati che maggiormente ha contribuito in questi anni a rendere efficiente la procura della repubblica di Milano; egli ha fatto carriera a partire dalle indagini su Piazza Fontana che agli inizi costituivano lo spartiacque per rompere con la gestione reazionaria della magistratura, ma successivamente, scaricati dallo stato i fascisti, ormai ferri vecchi, diventano il tentativo di ridare credibilità democratica e progressista allo stato. Alessandrini era una delle figure centrali che il comando capitalistico usa per rifondarsi come macchina militare o giudiziaria efficiente e come controllore dei comportamenti sociali e proletari sui quali intervenire quando la lotta operaia e proletaria si determina come antagonista ed eversiva"

Emilio Alessandrini era nato a Penne il 30 agosto 1942. Dal 1968 ricopriva la carica di sostituto procuratore. Nel febbraio del 1972 era stato assegnato con Gerardo D'Ambrosio al processo sulla Strage di Piazza Fontana (LeggiIl ricordo della Strage di Piazza Fontana ci dice che lo Stato può essere il più gelido dei mostri). Il dibattimento, aperto a Roma, fu spostato poi a Milano per via della competenza territoriale e in seguito, nel mese di ottobre, spostato a Catanzaro. Giudice molto impegnato nella lotta al terrorismo, arrivò a scoprire l’attività di depistaggio del Servizio Informazioni Difesa. Pochi mesi prima dell’agguato mortale, nel covo di via Negroli, abitato da Corrado Alunni, era stata trovata una sua foto. Indagò sulle Squadre di Azione Mussolini e per questo, il 20 febbraio 1972 una bomba fu fatta esplodere nel suo cortile della sua abitazione.

Al momento dell'omicidio, Alessandrini stava lavorando per creare un ‘pool antiterrorismo’ che raccogliesse magistrati da diverse procure per coordinare con più efficacia il lavoro. Non smise di occuparsi della strage di Piazza Fontana e sul ruolo degli stessi servizi segreti. Sul suo tavolo arrivò anche l’inchiesta sul Banco Ambrosiano di Umberto Calvi. 500 pagine, sei mesi di indagine, ove si evidenziavano le irregolarità della gestione finanziaria dell’istituto.

Emilio Alessandrini era un punto di riferimento per i colleghi più giovani. Il giornalista Walter Tobagi, che sarà ucciso il 28 maggio del 1980 dalla Brigata XXVIII marzo, sul Corriere della Sera scrisse: “Sarà per quella faccia mite, da primo della classe che ci lascia copiare i compiti, sarà per il rigore che dimostra nelle inchieste, Alessandrini è il prototipo del magistrato di cui tutti si possono fidare; era un personaggio simbolo, rappresentava quella fascia di giudici progressisti, ma intransigenti, né falchi chiacchieroni, né colombe arrendevoli. Il terrorista mira a colpire personaggi che hanno ancora credibilità, la parte buona del sistema, che reagiscono con il ragionamento e senza isterismi cercano di capire, di distinguere”.

Per le inchieste su cui stava operando Alessandrini divenne una figura scomoda per il fronte che professava la lotta armata e l'illegalità. Proprio di recente ci si è domandati se sia possibile che dietro il suo omicidio ci sia stata la loggia P2. Un'ipotesi che è stata tratteggiata in un incontro che si è svolto a Milano pochi giorni fa. Monitorata la possibile ‘convergenza di interessi’ relative all'assassinio. Renzo Magosso, esperto di terrorismo, ha sottolineato la diffusione, negli ultimi mesi prima dell’agguato terroristico, della notizia secondo la quale sarebbe stato proprio Alessandrini il magistrato incaricato a coordinare tutte le inchieste milanesi sul ‘terrorismo rosso’. La P2 avrebbe potuto avere un ruolo nella diffusione di questa voce. A questo va aggiunto il ruolo della loggia deviata in quegli anni nell'Arma dei carabinieri. Ipotesi, nuove motivazioni al vaglio.

Le indagini sulla sua uccisione andarono avanti. Roberto Sandalo, uno degli appartenenti di ‘Prima Linea’, si pentì. Fu il secondo, in ordine cronologico, a farlo dopo Roberto Peci nelle Brigate Rosse. Sandalo rivelò i nomi del commando che aveva posto fine alla vita del magistrato. Uno degli assassini, Marco Donat Cattin, ricevette una condanna a otto anni in quanto "dissociato". Era figlio di Carlo Donat Cattin, vicesegretario della Democrazia Cristiana. Il fatto suscitò molto clamore e la vicenda fu ispiratrice dello scandalo ‘Cossiga-Donat Cattin’. L’allora Presidente del Consiglio venne accusato nella sostanza di aver favorito la fuga di un terrorista in Francia.

Con le dichiarazioni di Sandalo i componenti del commando furono arrestati  e condannati tra i 5 anni e l’ergastolo. Marco Donat Cattin morì il 19 giugno 1988 mentre soccorreva un autista, sull’autostrada Serenissima, travolto da un'auto mentre stava segnalando alle macchine che sopraggiungevano di fermarsi per evitare un incidente.

Emilio Alessandrini fu colpito per amore della giustizia e della legalità. Credeva e faceva credere nello Stato: un valore importante. Suo figlio Marco, che all’epoca dei fatti aveva solo 8 anni, è dal 2014 sindaco di Pescara. In una recente intervista a “Il Giorno” ha affermato: “"Ho conosciuto tante storie di eroi, diciamo così, per caso, che hanno fatto il loro dovere. Fare il proprio dovere nell’ambito in cui si opera. Il 24 gennaio 1979, cinque giorni prima di Emilio, venne ammazzato Guido Rossa, l’operaio che aveva denunciato le infiltrazioni terroristiche all’Italsider di Genova (Leggi: Il giorno in cui le BR uccisero l’operaio Guido Rossa). Luigi Marangoni, direttore sanitario del Policlinico di Milano. Non pensavano di fare niente di eccezionale. Ma lo facevano. Come lo faceva Emilio".