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Vita e imprese poetiche di Giuseppe Gioacchino Belli. Il senso dei versi nella Roma del Papa Re

ACCADDE OGGI – Muore a Roma il 21 dicembre del 1863 un grande testimone di un tempo lontano ed al tempo stesso attuale nei suoi istinti umani

ilmamilio.it

2279 Sonetti romaneschi, composti in vernacolo, per raccogliere la voce del popolo di una Roma totalmente diversa da quella che vediamo oggi. La Roma dei Papi, dove il popolo era ovunque e il potere catalizzato in un uomo solo. Giuseppe Gioacchino Belli fu uomo controverso, visto ora come un libertario e ora come un reazionario. “Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma – scrisse - in lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l'indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene un'impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza”.

La sua carriera ebbe iniziò nel 1810 fondando con altri l'Accademia Tiberina. Una specie di elite, in una città permeata di miserie, lavori umili, fatica nel vivere, una nobiltà potente. A venticinque anni sposò una ricca vedova, Maria Conti, dalla quale ebbe un unico figlio, Ciro. Il matrimonio, afferma la storiografia ufficiale, aveva avuto il benestare del cardinale Ercole Consalvi, prelato influente e abile diplomatico. Si dedicò con impegno agli studi e alla poesia, un periodo durante il quale scrisse la maggior parte dei suoi "Sonetti romaneschi". Nel 1828, con un gruppo di amici liberali, apri una sorta di club letterario nella sua abitazione, ma la morte della moglie, nel 1837, lo fece piombare in seri problemi economici. Non scrisse più come prima. Assistette con una certa avversità alla nascita della Repubblica Romana del 1849. Quel papato regnante da lui in parte detestato e in parte sostenuto, fu uno dei tratti caratteristici della sua esistenza 'politica' e personale. Nel 1798, quando aveva sette anni, i giacobini che entrarono a Roma fondando la 'Prima Repubblica' costrinsero la sua famiglia all’esilio a Napoli e alla confisca di tutti i beni. L’aver vissuto l’esilio, il suo dramma, lo portò probabilmente da adulto ad assumere posizioni contrarie alla Repubblica fondata da Mazzini. Scrisse: “Signor Giuseppe mio, che ve ne pare / di questi popolacci papalini / che rinnegano voi, Saffi, Armellini / e messer Belzebù vostro compare / per rimetter sul trono e sull’altare / un prete che non ama gli assassini?”.

Dopo quella esperienza che animò Roma e cambiò in parte la storia della città, il poeta si chiuse in un definitivo silenzio, arrivando addirittura a rinnegare tutta la sua produzione per paura che portasse ripercussioni sulla carriera del figlio, impiegato nella amministrazione pontificia. Incaricò monsignor Tizzani di distruggere la sua opera dopo la sua morte, che avvenne il 21 dicembre 1863, quando già l’Unità d’Italia si era compiuta e Roma si avviava a diventarne parte (1870). L’ordine, fortunatamente, non fu eseguito, salvaguardando un inestimabile patrimonio.

Gioacchino Belli ha lasciato tracce indelebili e moderne. Ancora oggi i suoi componimenti vengono riesumati dal tempo antico per descrivere situazioni che sono rimaste intatte tra il popolo e sopratutto nei palazzi del potere. Aveva una mente aperta, figlia anche dei numerosi viaggi che aveva compiuto a Venezia, a Napoli, a Firenze o Milano e grazie ai quali aveva stabilito contatti con ambienti culturali avanzati e diversi.

Seppe usare la serietà e la ieraticità della Roma del potere temporale, con le vicissitudini del suo popolo, le ritualità religiose e la quotidianità, traendo morali e conclusioni personali, profonde, dirette. Di sicuro la sua creatività produsse la più corposa documentazione di poesia dialettale italiana dell'Ottocento, una inestimabile testimonianza e un valore, sul piano tecnico, delle articolazioni del 'romanesco'.

La sua non fu una poesia minore, anzi. Fu un tesoro di rilevanza storica, nella consapevolezza di una precisa fase culturale popolare che colse l’espressività dei ceti meno abbienti così come farà nei suoi romanzi a metà del Novecento Pier Paolo Pasolini, in una festosa celebrazione di riti, atteggiamenti, sentimenti, bellezze e brutture di una città che al tempo del Belli era piccola e ‘strapesana’ dentro un realismo che rende sempre piacevole, ancora oggi, la sua lettura. Sono versi che propongono una osservazione straordinaria - come se ci si ponesse da un belvedere immaginario sulla città dell’epoca con un cannocchiale - del materiale umano che percorreva vicoli e palazzi con una satira costante e sistematica, velenosa e umoristica che sa farsi cronaca, persino, di natura politica, sociale e scandalistica.

E’ con il Belli, infatti, che possiamo trovare anche una cultura di popolo in cui il turpiloquio, la religione, la sessualità e altri argomenti erano vissuti dentro un calderone che comprendeva tutti, come sempre accade nelle comunità vive.

Di questa poesia, inoltre, è rimasta la sua filosofia (E ll’ommini accussì vviveno ar monno / misticati pe mmano de la sorte / che sse li ggira tutti in tonno in tonno), spesso vista semplicemente come quella di un cittadino più arguto, letterato ed intelligente di altri. Ma Belli non fu affatto provinciale, in quanto espressione di un’epoca reale.

Lui stesso analizzò: “I nostri popolani non hanno arte alcuna, non di oratoria, non di poetica: come niuna plebe n’ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre ed energica perché lasciata libera nello sviluppo di qualità non fattizie. Direi delle loro idee ed abitudini, direi del parlare loro ciò che non può vedersi nelle fisionomie. Perché tanto queste diverse nel volgo di una città da quelle degl’individui di ordini superiori? Perché non frenati i muscoli del volto alla immobilità comandata dalla civile educazione,  - proseguiva - si lasciano alle contrazioni della passione che domina e dall’affetto che stimola; e prendono quindi un diverso sviluppo, corrispondente per solito alla natura dello spirito che que’ corpi informa e determina. Così i volti diventano specchio dell’anima. Che se fra i cittadini, subordinati a positive discipline, non risulta una completa uniformità di fisionomia, ciò dipende da differenze essenzialmente organiche e fondamentali, e dal non aver mai la natura formato due oggetti di matematica identità".

Spiegava ancora: "Vero però sempre mi par rimanere che la educazione che accompagna la parte dell’incivilimento, fa ogni sforzo per ridurre gli uomini alla uniformità: e se non vi riesce quanto vorrebbe, è forse questo uno de’ beneficii della creazione. Il popolo quindi mancante di arte, manca di poesia. Se mai cedendo all’impeto della rozza e potente sua fantasia, una pure ne cerca, lo fa sforzandosi di imitare la illustre. Allora il plebeo non è più lui - concludeva questa parte di riflessione dell'autore -  ma un fantoccio male e goffamente ricoperto di vesti non attagliate al suo dosso. Poesia propria non ha: e in ciò errarono quanti il dir romanesco vollero sin qui presentare in versi che tutta palesarono la lotta dell’arte colla natura e la vittoria della natura sull’arte”. 

La spiegazione di un mondo e delle sue forze nascoste, svelate grazie ad un talento mai dimenticato che ci ha aiutato a percorrere e comprendere i tempi con un lascito culturale di tutto rispetto.