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“Un fiore getterò dal mio rifugio sempre a chi soffre e sogna e piange e cade”. Guido Gozzano e il suo tempo

ACCADDE OGGI (attualità) - Nasceva il 19 dicembre 1883 uno dei più poeti più influenti di inizio Novecento

ilmamilio.it

Mostrarsi per quello che si è, con tutte le fragilità possibili, è sempre un'impresa personale difficile. Guido Gozzano ci riusciva con la sua poesia fragile e tesa.

Eugenio Montale (leggi: Preferire i ragazzi che cercano, nelle pozzanghere, qualche sparuta anguilla. Eugenio Montale e la sua poesia) disse di lui che era stato il più grande poeta dei suoi tempi. Un ‘influencer’, come si direbbe oggi, al pari di un Carducci o di D'Annunzio, ma senza troppo urlare.

Nato nella sua amata Torino il 19 dicembre 1883, morto troppo presto, il 9 agosto 1916, all’età di 32 anni, con la guerra che già aveva schiuso altrove tutte le porte del male in Europa.

Nei libri di scuola è associato al ‘Crepuscolarismo’, termine coniato dal critico Giuseppe Antonio Borgese. Quella 'voce di una gloriosa poesia che si spegne' in effetti ben si coniugava come analisi, ma il respiro era più intenso. Gozzano era un Charles Aznavour della letteratura. Egli sussurrava, ma allo stesso tempo aveva un’impronta potente e vibrante. L’apparenza ce lo dona con versi dimessi, appelli che non trovano persone pronte ad ascoltare. Il termine ‘crepuscolo’, nella spiegazione tecnica, indica il periodo di tempo che intercorre dal giorno alla notte fonda, oppure dalla notte fonda al giorno, durante il quale la Terra riceve l’illuminazione del sole, tramite diffusione e riflessione da parte dell'atmosfera. In questo penzolare tra luce e buio, Gozzano coglie l’attimo, quella parte della giornata che si ferma appena un tratto e poi sfugge. Per questo la sua parola cala bassa, e si fa pensante e pesante, premuta, stretta tra i pugni della quotidianità. Ma proprio come un’idea che si lancia verso quello strato di luce soffusa quella stessa parola si libera, vola, parte e ritorna in quel tutto e niente che sembra animarla, con quella nota di ironia che fa sale e rende sapore.

Trovava, come ebbe modo di scrivere (ma non solo), “le buone cose di pessimo gusto”: “il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve, gli oggetti con mònito, salve, ricordo, le noci di cocco…”. Dentro questo microcosmo, la possibilità di esplorare ed elaborare con una posa della parola comunque raffinata. Scrisse le sue prime poesie in stile dannunziano dentro un’Italia che si era appena gettata verso una inadatta politica imperialistica con dei risultati non eccellenti e in mezzo ad una borghesia frustrata da una realtà che aveva in fondo tradito il Risorgimento lontano. Era così nato un nuovo sentimento, un'ideale di evasione, che finì per essere definito ‘decadente’: una fuga verso il significato nascosto di ogni cosa, il pessimismo di fondo, una certa bellezza della solitudine,  la volontà di fare della propria vita un’opera d’arte (ripresa poi dalle avanguardie in modo totalizzante). Questa era la pagina su cui costruire un sogno per una generazione.

Gozzano frequentò i corsi di Arturo Graf, quindi la ‘Società della cultura’ ed entra in un ambiente in cui riuscì comunque a misurarsi. Nel 1907 diede alle pubblicazioni ‘La via del rifugio’ (Le due strade, L’amica di Nonna speranza) e al contempo conobbe il periodo di una diagnosi dura: una lesione polmonare che alla fine lo porterà, circa dieci anni dopo, al decesso. Da questo momento in poi andò alla ricerca di luoghi caldi, spingendosi fino in India. Nel frattempo scrisse la raccolta “I colloqui”. Si confrontò con la vita, con la morte, percorrendo le strade del primo Cinema e quello delle fiabe. Nella sua ricerca della felicità e dell’amore, dovrà comunque scontrarsi, anche artisticamente, con la malattia, la malinconia, le sue vicissitudini personali. Sempre Montale disse che egli attraversò D’Annunzio e andò in un territorio suo, controvertendo alla fine gli stili eroici del suo tempo. Non era ideologico e non lo fu mai. Rappresentò anche la provincia e l’umiltà senza mai incensarsi o cercare allori.

Fu in qualche misura, leggendolo, il conoscente con cui discorrere dentro una trattoria o su una panchina, così per cercare due traiettorie diverse sulla vita che quotidianamente ci assedia con tutte le sue diverse emozioni.