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Federico Fellini, il genio visionario che regalava sogni. Il suo legame con i Castelli Romani

ACCADDE OGGI - Il 31 ottobre del 1993 se ne andava un regista planetario ed indimenticabile

ilmamilio.it

La curiosità per quello che ci circonda, il cinema come gioco e invenzione. Federico Fellini ha 'domato' ed interpretato tutta una vita di sogni. Sogni suoi, che ci ha regalato lasciandoli alla libera interpretazione.

Ha creato spazi, Federico Fellini. Immagini. Donne dai grandi seni materni e dalle immense natiche, esserini marginali e fiabe nella vita immersa dentro quel fiume che scorre inevitabilmente verso la foce. Un destino segnato dalla giovinezza, passata a fantasticare, di assistere il grande schermo come una visione magica e consolatoria, sganciata dalla realtà di un mondo scandito sempre dalle stesse cose, dagli stessi luoghi, dagli stessi avvenimenti.

Il giovane Federico fabbricava maschere, burattini. Poi si nascondeva nell'amore per il circo e i clown. Una prima anticipazione di quella che sarebbe stata la sua arte: un'apparizione festosa, fracassona, ma anche non priva di abbandoni, di malinconie.

La caricatura era nel suo sangue, così come l'autobiografia. Non a caso Marcello Mastroianni fu l'attore che forse più lo identificò nelle sue pellicole. Artista capace di disincanto, era adatto in quei ruoli dove la presenza del protagonista sfumava dentro il racconto. Fellini ebbe la capacità unica di inventare un linguaggio, esportando addirittura frasi e modi di dire. Una fantasia unica. Bugiardo universalmente riconosciuto, ma non si può dire sia stato un difetto: era un segno della sua personalità. Indolente (costruiva il suo cinema in teatro), ha inventato un genere, un costume e ha importato un'Italia di grande qualità nel mondo.

La sua cifra espressiva è riuscita ad andare dall’ingenuità adolescenziale al riscatto degli ultimi come testimoni di felicità (vedere ‘La Strada”), dalle schizofrenie decadenti della città ne “La Dolce Vita” alla vita di provincia de “I vitelloni”. Quindi i sogni e l’inconscio di “8 e 1/2”, la memoria di “Amarcord”, il finale de “La voce della luna”.

Nato a Rimini il 20 gennaio del 1920, è oggi considerato uno dei più grandi ed influenti cineasti della storia del cinema mondiale. Vincitore di quattro premi Oscar per il miglior film straniero, ha vinto due volte il Festival di Mosca (1963 e 1987), la Palma d'oro al Festival di Cannes nel 1960 e il Leone d'oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985. Definiva se stesso "un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo". E’ stato un personaggio che dalla riviera ha saputo giungere ad Hollywood passando per il cuore di Roma e dei Castelli romani.

L'''Osteria del Fico Vecchio'', del suo amico Claudio Ciocca, a Grottaferrata, fu spesso un luogo in cui ritrovarsi, ristorarsi. Tra il 1956 e 1957 il regista ambientò nelle colline romane le scene del film ''Le notti di Cabiria'' (Premio Oscar). L'intera parte finale dell'opera è girata tra Castel Gandolfo, il lago  e i boschi di ''Palazzolo''. La sequenza ruota tutto attorno alla protagonista, l'ingenua e dolce prostituta Cabiria, interpretata da una strepitosa Giulietta Masina. Il lago e i boschi si mostrano in tutte le scene in un momento di straordinaria bellezza, abbracciati da una natura selvaggia e ancora incontaminata. Diversa dallo scenario odierno.

C’è una scena del film “Il tassinaro”, di un grande amico di Fellini, Alberto Sordi, in cui il protagonista Pietro Marchetti, colto dall’euforia di ospitare sul suo 'Zara 87' il celebre regista, spiega bene la visione popolare di chi ha amato le pellicole di questo artista geniale: "Quando racconto alla gente tutti i sogni suoi, che lei fa vedere nei film, quelle scene fantastiche con quelle trippone, quelle chiappone, quelle zinnone, quelle bucione, con tutti quei preti sdentati, tutti vestiti de rosso che corrono in mezzo alla strada, e poi le monache cappellone, e le cavallerizze con le chiappe più grosse del cavallo, e poi i cardinali, i baroni, i conti, i zozzoni, i poveracci, i clown, i pagliacci, coi fischietti, le trombette, piripì piripì. Er vecchio che se perde nella nebbia. Che poi sarebbero tutti i suoi sogni..."

Parlare di Fellini ci restituisce la memoria di un'Italia piena di ambizioni ed aspirazioni che oggi sembra essersi persa nella confusione. Ma parlare di Fellini è parlare di un certo senso della vita. Un senso che questo grande artista aveva intuito, convincendosi che l'unico vero realista è il visionario.