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Antonino Scopelliti, il senso del dovere di un Magistrato. Cercare la verità vuol dire rendergli giustizia

ACCADDE OGGI – Il 9 Agosto 1991 veniva ucciso a Piale uno dei simboli della lotta alla criminalità organizzata

ilmamilio.it

Negli spostamenti nascondeva la figlia Rosanna - oggi deputata di Ap -in una grande borsa da tennis rossa. Era il suo modo di salvaguardare la vita dei suoi affetti più cari, di preservarli. Antonino Scopelliti viveva così, cerando di non far pesare la sua esistenza sotto il tiro della criminalità organizzata. “Il giudice è quindi solo - diceva - solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso”. Aveva ragione. E’ la sua storia è quella di un martire, di una vittima di mafia che fece fino all'ultimo il suo dovere. 

Era d’estate. Era il 9 agosto 1991 quando, in vacanza nella sua Calabria, il giudice venne ucciso in un brutale agguato a Piale, Villa San Giovanni, provincia di Reggio Calabria. Stava tornando a casa, a Campo Calabro, quando almeno due uomini in moto gli scaricarono addosso una pioggia di proiettili. Due, alla testa, gli furono fatali.

C’è un convincimento diffuso, oggi, che la sua morte fu frutto di un accordo tra Cosa Nostra e ‘ndrangheta. Verità e giustizia, però, mancano. Ed è ora che giungano, sopratutto per la sua famiglia. Scopelliti era un uomo di legge umile e serio. Pubblico ministero presso la procura della Repubblica di Roma, poi presso la procura della Repubblica di Milano, procuratore generale presso la Corte d'appello, fu sostituto procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Una carriera di spessore. Si occupò di mafia e di terrorismo, rappresentando la pubblica accusa nel primo processo sul caso Moro ed in quelli dell'Achille Lauro, alle stragi di Piazza Fontana e del Rapido 904. In prima linea, con senso del dovere.

L’estate in cui morì lavorava al rigetto dei ricorsi contrari alle condanne in appello presentati, dinnanzi alla corte di Cassazione, dagli imputati nel maxiprocesso di Palermo, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: 19 ergastoli e oltre 2600 anni di reclusione. Scopelliti avrebbe dovuto rappresentare la pubblica accusa. Numerosi pentiti hanno poi riferito che gli furono proposti, senza successo, cinque miliardi di lire.

Un autentico credente, che pregava per riflettere, prima di emettere una sentenza, per trovare le risposte alle sue tante domande. E’ stato un esempio per troppo tempo rimosso, poco celebrato, tradito con il silenzio, isolato dal ricordo. Con il tempo le cose sono cambiate. I tanti giovani che ancora oggi ricordano la sua figura in Calabria, terra così dimenticata, così precaria, ma anche così forte, sono la speranza di onestà e legalità per cui il Magistrato combatteva e per cui è morto.