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Albano Laziale: "Così ho visto morire mio padre mentre aspettavo di parlare con un operatore del 118"

ALBANO LAZIALE (cronaca) - L'agghiacciante racconto di una giovane residente ad Albano Laziale pubblicato questa mattina su repubblica.it

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Un agghiacciante racconto, fatto da Valentina Ruggiu, figlia di Gianfranco, e pubblicato oggi su www.repubblica.it. E' il racconto di una figlia che vede morire davanti ai propri occhi suo padre mentre cerca a lungo e invano di chiamare un'ambulanza. Diverse chiamate al 118 con un'unica risposta: "Rimanda in attesa".

Nonostante si trovi ad appena 300 metri dal Pronto soccorso dell'ospedale "San Giuseppe" di Albano Laziale

L'articolo integrale pubblicato su www.repubblica.it.

"Rimanga in attesa". Una cordiale voce di donna me lo ripete in italiano, inglese e spagnolo. Il telefono è tra orecchio e spalla, mentre con tutta la forza cerco di sollevare mio padre che è mezzo steso a terra, una gamba piegata sotto l'addome, l'altra tesa indietro. Respira, si lamenta e dal viso scendono a terra gocce di sangue. "Rimanga in attesa". Dentro di me sono convinta di poterlo rialzare, ma il solo sforzo per impedirgli di scivolare ancora è enorme, soprattutto per me che sono uno scricciolo e lui un omone. Gli dico che gli voglio bene, che andrà tutto bene e che arriverà presto qualcuno ad aiutarci.

"Rimanga in attesa". Sono passati più di due minuti ed è la seconda chiamata al 118. Attacco e riprovo a chiamare: "Rimanga in attesa ". La terza chiamata la faccio dal mio cellulare e parte alle 3:19. Nel frattempo arrivano mio fratello e la compagna. "Rimanga in attesa ". Lo sollevano, lo poggiano sul letto e vedo mio padre che si sta spegnendo. La chiamata è ancora aperta, sotto le grida di mia madre sento la voce registrata: "Rimanga in attesa". Non so cosa fare, vorrei solo un'ambulanza, qualcuno che ci aiuti. Urlo contro la voce registrata. Prendo una spugnetta bagnata e gliela passo sul viso, provo a mettergli qualche goccia d'acqua in bocca. Poi il dubbio: "Forse non dovevo farlo, forse non può ingoiare. E se soffoca?". Ma a suggerirmi cosa fare non c'è nessuno, al telefono ho solo la voce di donna. Mio fratello nel frattempo va in cerca di un'ambulanza al pronto soccorso di Albano Laziale, il paese in provincia di Roma in cui ci siamo trasferiti per fuggire dal caos della Capitale.

La cosa buffa è che da casa mia si può quasi vedere nelle camere per la degenza perché abitiamo nella via proprio sotto l'entrata principale della struttura. In totale ci separano 300 metri, praticamente un minuto di macchina. Mio fratello però torna a mani vuote, dal pronto soccorso dicono che "non hanno ambulanze a disposizione al momento". "Rimanga in attesa", continua la voce. Questa volta però decido che in attesa non rimango più: lascio la chiamata aperta e corro fuori. Intanto, alle 3:26 parte un'altra chiamata al 118 dal telefono della ragazza di mio fratello. La sua attesa si aggiunge alla mia.

Fuori, scalza, suono ai vicini. In casa c'è solo la figlia minore. Le chiedo di aiutarmi a chiamare i soccorsi e anche lei ci prova. Poi, d'improvviso la vocina dal mio smartphone si interrompe, mi rispondono. All'operatore dico dove abito, gli spiego del rumore tremendo che mi ha svegliata e di come ho trovato mio padre. Gli dico che è ancora vivo, ma che sta per morire. Gliel'ho visto in faccia. Serve un'ambulanza urgentemente. Mi dice "Ok, trasferisco la chiamata alla centralina del 118 più vicina a lei". E anche qui la beffa, uno dei punti da cui partono è a pochi minuti da casa. Ritorno in attesa, di nuovo la voce cordiale di donna.

Urlo, mi sembra un incubo. Al telefono della vicina risponde un altro operatore: gli spiego tutto di nuovo. Sottolineo che ho già parlato con loro, che mi hanno già messo in attesa con il 118, ma che mio padre non ha più tempo, morirà se non si sbrigano. Torna la voce di donna. Mollo il telefono con la chiamata aperta alla vicina, le dico di non riagganciare e di ripetere cosa ho detto io casomai qualcuno dovesse rispondere. Corro in mezzo alla strada e comincio a urlare aiuto. Anche la vicina urla, vede un uomo uscire dalla casa di fronte. Lo raggiungo gli dico di entrare in casa mia, che deve correre perché papà sta morendo e il 118 non risponde e devo portarlo al pronto soccorso.

"Rimanga in attesa", continua la voce dal telefono della mia vicina. Quella del mio cellulare si è zittita, non so se ho riagganciato io o lo hanno fatto loro. Continuo a urlare ed esce un altro uomo. Imploro aiuto anche a lui mentre alla vicina il numero per l'emergenza sanitaria riaggancia il telefono. L'attesa è finita, ma in tutti i sensi: papà è morto. Alle 3:34 e alle 3:36 mi chiama un numero privato: "Signora se la vuole ancora, le mando un'ambulanza ". Volevo aiuto e ho avuto solo una voce registrata. L'autopsia forse dirà che si è trattato di un ictus o di un'ischemia, in ogni caso darà una spiegazione a quel tonfo che ho sentito. Forse però non saprò mai perché ho atteso così tanto una risposta dal centralino unico del 112, perché abbiamo dovuto chiamare in tre, perché mi hanno rimesso altri minuti in attesa dopo aver parlato con l'operatore. Mi domando se fosse accaduto mentre non c'era mia madre che correva a prendere il telefono o mentre non c'ero io che mi sono svegliata e che, dopo averla calmata, le ho detto di prenderlo quel telefono. O se non ci fossero stati, nella casa accanto, mio fratello e la ragazza. Mi chiedo a quante persone quella vocina abbia detto di rimanere in attesa, a quanti quei minuti sarebbero potuti servire per non perdere la vita.

Per mio padre forse non avrebbero potuto fare nulla, ma una voce umana mi avrebbe almeno aiutata, guidata, supportata. Ho dovuto caricare mio padre in macchina. Mio fratello ha dovuto guidare con le gambe tremolanti. Alle 3:34 o alle 3:36, quell'ambulanza a noi non serviva più. Eravamo già al pronto soccorso, qualche minuto più tardi ci hanno ufficializzato la morte.

Mio padre si chiamava
Gianfranco e faceva il cameriere, era un uomo devoto al suo lavoro. Un padre e un marito con i suoi pregi e i suoi difetti. E questo racconto è perché nessun altro padre, marito o figlio, nessun altro amico o cugino, possa morire con una voce che ti dica "Rimanga in attesa".

L'articolo su Repubblica

Commenti   

0 #2 Rita Coltellese 2017-08-11 09:26
Questo caso deve essere denunciato all'Autorità Giudiziaria: ci sono le chiamate, gli orari, i testimoni. Sarebbe morto comunque o meno non vuol dire: non esiste che ci sia un disco e non esiste che poi qualcuno chieda: "La vuole ancora l'ambulanza?" Cosa è un taxi? Vergognoso ed inspiegabile: ma qualcuno dovrà risponderne.
Personalmente una mezzanotte, a Rocca Priora, ho avuto un'esperienza del tutto diversa: un infarto, dopo 10 minuti dalla chiamata al 118 l'ambulanza era lì, gli infermieri perfetti, rassicuranti, veloci, molto professionali, l'Ospedale di Frascati, Cardiologia perfetta.
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0 #1 adelma Tittoni 2017-08-09 20:53
Il Pronto Soccorso di Albano è la favola dei Castelli Romani che hanno chiuso i loro soccorsi, comprese le Pie del Regina Apostolorun ( a cui intimerei di ripristinare il pronto soccorso). Se tu stai male, sappi che due Domeniche fa si è rotto l'apparecchio per la Tac ed una mia amica , svenuta, è stata portata a Frascati , Insomma è tornata a casa a notte fonda e dopo aver firmato. A tuo padre è andata peggio, però quel che devo spendere è una parola per i dottori ed infermieri del Pronto Soccorso di Albano. Al limite delle forze, mi ha detto la mia amica, un solo dottore per non sapeva quanti ammalati , faceva di tutto oltre il suo possibile. Gli ho domandato se era un palestrato e lei mi ha risposto che avrebbe dovuto pesare un cinquanta chili Evviva questi eroi . Ed ai politici o, chi per loro, fate il più profondo degli schifi e spero che la " vostra" ambulanza non arrivi MAI.
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