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Milena Quaglini. Serial Killer per vendetta

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PAVIA - Bascapè è un piccolo centro abitato della provincia di Pavia attraversato dall’autostrada che collega Alessandria a Piacenza. Non è usuale per questi luoghi essere teatro di crimini violenti, ma nel 1998 un omicidio senza un apparente movente porta alla luce una macabra verità che scuoterà l’opinione pubblica di quei luoghi.

Il 6 ottobre del 1999 un uomo di mezza età scompare nel nulla attivando la macchina delle ricerche. L’uomo si chiama Angelo Porrello, vive nel piccolo centro vicino a Pavia e quel giorno doveva incontrarsi con la figlia, ma non si presenterà mai all’appuntamento. Dopo lunghe ricerche nella zona si scopre che l’uomo non ha fatto molta strada. Quindici giorni dopo la denuncia di scomparsa, su suggerimento dell’ex moglie, viene ritrovato il corpo di Angelo, nudo, in avanzato stato di decomposizione. Si trova all’interno di una concimaia costruita nel suo giardino. Non ci sono moventi o persone sospette cui addebitare l’omicidio. Le indagini degli inquirenti però si concentrano su una donna frequentata dall’uomo poco prima della sua morte: Milena Quaglini.

Normalmente una frequentazione non sarebbe un motivo sufficiente per far ricadere i sospetti su una persona, ma la donna in questione è in carcere perché reo confessa dell’omicidio del marito Mario Fogli avvenuto il 2 agosto 1998 . La vittima aveva cinquantadue anni, solo un anno in meno di  Angelo Porrello al momento della sua morte, era padre di due figlie di cinque e otto anni avute con la Quaglini ed era sposato con lei da diversi anni.

Il matrimonio della Quaglini è di quelli segnati da violenza e abusi. Seppure la donna abbia un quoziente intellettivo elevato e una vena artistica espressa in quadri di buona qualità, è anche segnata da una depressione cronica e da una forte dipendenza dall’alcool che l’ha portata in cura al Sert di Bornio, piccolo centro in cui viveva con il marito. L’omicidio di Mario è avvenuto nella camera da letto della loro abitazione. Milena lo ha preso nel sonno bloccandogli collo e piedi con una striscia di stoffa staccata da una tenda della stanza. Quando il marito ha ripreso i sensi ne è scattata una colluttazione conclusasi con il suo strangolamento da parte di Milena. In un primo momento la donna passa quasi per una vittima. Come una moglie abusata e maltrattata per anni dal marito che alla fine non ce la fa più e lo uccide. Questo secondo omicidio, se le fosse attribuito aprirebbe uno scenario diverso.

L’interrogatorio con gli investigatori dura molte ore. Milena dapprima ammette solo di conoscere Angelo e di averlo frequentato quando era agli arresti domiciliari, prima che le venissero  negati e che tornasse in carcere proprio perché scoperta in due occasione al di fuori dell’abitazione. Poi alla fine crolla e ammette di averlo ucciso. Anche in questo caso la donna ammette l’omicidio, ma lo giustifica per legittima difesa visto che a suo dire è stata obbligata a consumare un rapporto sessuale. Con questo secondo omicidio il ruolo della vittima comincia però a incrinarsi.

Durante le sedute con diversi psichiatri emerge una personalità complessa sicuramente segnata dalla depressione cronica e dall’abuso di alcool, ma anche da un infanzia caratterizzata dalla figura di un padre violento e rigido. In particolare emerge una personalità psicopatica, socialmente pericolosa e seriale nell’azione omicidiaria tanto che parlando con gli inquirenti emerge un particolare importante. Milena nel 1995, durante un periodo in cui era temporaneamente separata dal marito, lavorava ad Este in provincia di Padova, facendo le pulizie in un appartamento. Un giorno arrivando nell’appartamento trovò Il proprietario, Giusto Dalla Pozza di ottantatré anni, immerso in un lago di sangue in fin di vita. Morì pochi giorni dopo in ospedale. Se nel 1995 Milena era una testimone incensurata di una brutta aggressione finita male ora è la principale sospettata dell’omicidio. La donna ammetterà agli inquirenti che quel giorno Giusto aveva tentato di violentarla e che lei lo aveva spinto colpendolo con degli oggetti alla testa per fermarlo.

La Quaglini risulterà una serial killer che uccide per spirito di rivalsa e vendetta sugli uomini. Terrà un atteggiamento pacato per i tre processi che la vedranno coinvolta. Per la morte del marito sarà condannata in appello a sei anni e otto mesi per omicidio volontario riconoscendole però una ridotta capacità di volere durante l’atto omicidiario. Per l’omicidio di Giusto verrà condannata solo ad un anno e otto mesi per eccesso colposo di legittima difesa, non potendo ricostruire i fatti visto il lungo tempo trascorso e l’assenza di prove. La Quaglini non sentirà mai la sentenza di condanna per l’omicidio di Angelo perché si impiccherà il 16 ottobre 2001 all’interno della cella del penitenziario di Vigevano dove era detenuta.

 

Approfondimenti sul tema

Carlo Lucarelli, Massimo Picozzi, Serial Killer. Storie di ossessione omicida, Mondadori, Milano 2003

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