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Solo il primato della politica può risolvere la vicenda dello ''Stadio della Roma''

16-02-2017

ROMA (attualità) - In una città che ha visto sorgere mostruosità in ogni dove, la struttura di Tor di Valle può essere una opportunità per scrivere una nuova storia. Anche contro le speculazioni

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La discussione sullo ''Stadio della Roma'' tiene banco. Favorevoli e contrari si battono in ogni dove al fine di far prevalere le proprie ragioni. La possibilità di avvitarsi nell'inconcludenza e nella polemica sterile inizia ad essere concreta.

In una città che ha visto sorgere luoghi come Corviale, Laurentino 38 o il Quartiere Tuscolano (''quando c'erano quelli bravi''...), gridare ipocritamente allo scandalo per un investimento che può cambiare il destino di un'intera area della metropoli con un nuovo polo attrattivo di massa superiore a quelli del Colosseo e San Pietro. Il rischio di una speculazione esiste ed è inutile negarlo, ma le le domande a questo punto nascono spontaneamente: chi indirizza i progetti? Chi ha il potere e la volontà di poterli applicare in modo sostenibile? Ovviamente la politica, intesa come insieme di intelligenze che si riuniscono e discutono dei problemi per risolverli.

Il riferimento a Corviale (e non solo) non è un caso. Il chilometro di cemento sorto sulla Gianicolense doveva rappresentare un modello di sviluppo abitativo distinto da quello urbanistico iniziato negli anni sessanta con il "Sacco'' della città, dove vennero alla luce quartieri costruiti sotto il livello del Tevere (altro che rischio idraulico...), privi di servizi e con una socialità difficoltosa.

Poco dopo è toccato a quei progetti alloggiativi pregni di un'architettura su grande scala che non sempre si è saputa rapportare agli effettivi bisogni umani o le abitudini dei residenti, fallendo sia nel tentativo di superare la realtà dei ''quartieri dormitorio'' e sia in quello di arricchire la qualità della vita nelle abitazioni e negli spazi pubblici. Tutto ciò è accaduto perché i processi della quotidianità e della trasformazione vanno governati. Se non avviene tutto ciò, si va incontro al disastro. Ed è proprio questo il punto, anche per lo Stadio della Roma.

Il progetto di Pallotta e Parnasi non deve mutare per compiacere una parte dei poteri edilizi ed economici della città. Per ottenere questo risultato, però, un'amministrazione che si ritenga tale ha il dovere di gestire il futuro assumendosi le responsabilità delle scelte.

Roma non è ancora una città europea perché non scommette su progetti che possono decentrare lo sviluppo io mondo virtuoso e perché troppo spesso ha puntato l'avvenire mutilando interi investimenti. Il rischio che corre lo ''Stadio della Roma'' è di diventare una nuova occasione mancata. L'opera in sé può cambiare la percezione collettiva, dimostrando che si può dare origine alla modernità senza combinare disastri. Ma la cosa più triste, in questi giorni, è assistere alla paura di governare i processi. E' un segno di debolezza disarmante. La guerra tra gruppi contrapposti interni al Campidoglio ha sacrificato assessori e opinioni. Una decimazione da plotone di esecuzione che non ha fatto bene a nessuno: alla città, a chi la governa, alla politica romana che si è messa ad inseguire i fantasmi e gli errori del passato anziché fare sintesi e sistema sul presente e negli anni a venire.

A Roma ci vogliono attributi e coraggio. Ci vuole l'intelligenza di saper guardare al domani senza attuare i soliti compromessi per tirare a campare e governare, piegandosi al malaffare o peggio ancora alla complicità. Ma soprattutto ci vuole costanza, cambio di passo, con la consapevolezza che mettere le mani nel fango in cui è caduta una comunità non è peccato. Anzi. Solo così si può evitare di essere pericolosamente elitari, portatori di un inutile primato morale che in questo caso è solo l'esempio di chi ha paura di toccare e curare la malattia in un corpo sociale che invece ha un disperato bisogno di guarire e tornare a vivere.



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