''Giorno del Ricordo'': la memoria non è di tutti

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Come ogni anno polemiche e dimenticanze: lo sforzo di chiudere una pagina di storia superata

Il Giorno del Ricordo continua a dividere, ad essere evitato, dimenticato. Qualcuno però non considera che è una giornata in cui non si ricordano solo i morti, coloro che furono gettati in una fossa per odio politico ed etnico. Il Giorno del Ricordo è anche una vicenda di profughi, di persone che lasciano una terra e compiono un viaggio verso l'ignoto, lontano da luoghi divenuti improvvisamente ostili. Capita ancora. Capiterà in futuro. Fin quando l'uomo non accetterà i cambiamenti determinati dalla storia che non si ferma e che ti cade addosso.

Ai profughi italiani giuliano-dalmati, ad esempio, fu vietato di fermarsi alle stazioni ferroviarie, complici i comunisti che credevano nella Jugoslavia di Tito (che non risparmiò di internare i comunisti stessi nell'''Isola Calva''). Così a Bologna alcuni ferrovieri minacciarono uno sciopero, poi rovesciarono il latte raccolto per le donne e i bambini affamati. Scene simili accadono ancora oggi in tutto il mondo ove esiste il rifiuto di dover accettare l'altro quando è in difficoltà e cerca un appiglio di vita dove può.

Il Giorno del Ricordo vuole conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientali. La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, fu firmato il Trattato di Pace che assegnò alla Jugoslavia l'Istria e la maggior parte della Venezia Giulia.

La prima città ad essere sfollata fu Zara, colpita già dai bombardamenti degli Alleati. Poi fu il turno di Pola e di seguito le altre. Nell'inverno del 1946, gli italiani lasciano le loro case e i loro beni. Con poche valige abbandonano per sempre l'Istria. E' l'inizio di quella che è stata chiamata la "catastrofe dell'italianità adriatica". Una presenza, quella italiana in Istria, che risaliva ai tempi della romanizzazione. L'esodo durerà fino al 1956, quando gli italiani della cosiddetta ''zona B'' di Trieste compresero che quelle terre erano perse definitivamente. Uns storia dimenticata, persino cancellata e negata dai libri di storia, dalla precarietà del dopoguerra italiano diviso tra democristiani e comunisti, ai quali, per diverse ragioni, specie in quelle zone, non conveniva far riemergere una vicenda che poteva creare tensioni ai confini della spartizione europea nata da Yalta.

Ancora oggi parlare di Foibe e dell'esodo di 350mila compatrioti è un problema. Eppure sono passati settanta anni. Quella generazione non c'è più. Così come non ci sono più gli odi che la partorirono. Il fatto che le massima autorità dello Stato da qualche non si dimentichino di questa data è un risultato condiviso, ma profonde incostanze si avvertono sui territori e i singoli comuni. Nei Castelli Romani c'è chi si è sbrigato a mettere in piedi iniziative per il Giorno della Memoria (leggi l'articolo) e non per quello del Ricordo, dimostrando una schizofrenia probabilmente dovuta da un preconcetto politico ed ideologico (a volte arricchito da teorie negazioniste) oramai buono per la nostalgia da osteria. Altri, invece, come il Comune di Rocca di Papa, hanno organizzato eventi per entrambe le ricorrenze, dimostrando una sensibilità eccellente di fronte alle tragedie della storia ove sono maturati massacri e vittime. Ma poche sono state le espressioni in questo senso. Un peccato, sopratutto per quelle giovani generazioni che poco sanno e che poco continuano a sapere del loro passato di italiani, europei e cittadini del mondo.

Perseverare nella volontà di memoria è comunque importante, per non ripetere gli errori che si palesano ovunque nel pianeta, in una giostra sanguinaria che ritorna al punto di partenza e riproduce un copione di orribili tragedie.  

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