Abilitati Tfa, Salmeri "Situazione a dir poco caotica"

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FRASCATI - Il docente di Filosofia a Tor Vergata analizza quanto sta accadendo. "Urge una regolamentazione in materia, non si può continuare con questa corsa ad ostacoli"

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Riforma della scuola e parificazione degli abilitati Tfa, al Prof. Giovanni Salmeri, docente di Filosofia presso l’Università di Tor Vergata, abbiamo rivolto qualche domanda sul reale stato dell'arte a riguardo.

Visto l’interesse suscitato dall’incontro frascatano sulla scuola e sulla situazione dei docenti abilitati dal Tfa ha deciso di approfondire la tematica intervistando uno dei professori di Tor Vergata che si è occupato della loro formazione.

Prof. Giovanni Salmeri, lei ha contribuito alla formazione degli abilitati TFA per le classi di concorso in cui è previsto l’insegnamento della Filosofia, nei due cicli è stato abilitato meno del 10% dei richiedenti, ma questi docenti sono o non sono già stati selezionati?

Ovviamente sì, sono stati già selezionati, in primo luogo quando sono stati ammessi al TFA, in secondo luogo quando alla fine sono stati abilitati con un punteggio finale. L’impressione angosciosa di dover fare una continua corsa ad ostacoli è comprensibile e definire caotica l’attuale situazione è un complimento. Se ne può uscire solo con un sistema stabile in cui siano chiaramente individuati e distinti l’accertamento della competenza in una disciplina e della capacità di insegnarla (che è strettamente collegata alla competenza, peraltro: niente vuoti discorsi pseudo-pedagogici). Da questo punto di vista mi pare che con l’affossamento delle lauree magistrali abilitanti si stia andando nella direzione giusta. Dall’altra parte mi pare che il Ministero e i suoi dintorni siano in uno stato un po’ confusionale e questo non consente un facile ottimismo. Qualche giorno fa Galli della Loggia ha sbeffeggiato il «Bilancio di competenze» che devono compilare i docenti neoassunti, e aveva perfettamente ragione. Se quelle pagine incredibili rappresentassero davvero l’attuale orientamento della scuola italiana, sarebbe meglio abolirla direttamente. Ma per fortuna i docenti sono molto migliori di chi li dovrebbe indirizzare, evidentemente.

Quali conoscenze, abilità e competenze hanno acquisito durante questi corsi?

In teoria è facile dirlo: lo scopo del TFA era offrire uno spazio di riflessione sulla modalità dell’insegnamento: sia in generale, sia nel concreto delle proprie discipline, sia tramite un’esperienza di insegnamento. In pratica i giudizi dei frequentanti sul TFA sono stati molto diversi a seconda delle varie sedi e delle varie discipline. In alcune occasioni vi è stata soddisfazione, in altre totale delusione e quasi l’impressione di essere truffati. Anche se il TFA è sostanzialmente ad esaurimento, sarebbe bello che fosse fatta un’indagine seria, per esempio per premiare le sedi e le persone che si sono impegnate davvero, o comunque per progettare meglio il futuro. Altrimenti c’è il rischio di cambiare continuamente sistema senza nessuna seria verifica di ciò che è avvenuto. Dubito però che questa indagine seria sia mai fatta, a meno che qualcuno prenda l’iniziativa privatamente.

Sottoporre questi docenti, che nel frattempo magari hanno iniziato a lavorare e messo su famiglia, a un’altra selezione tramite concorso le sembra giusto o piuttosto non crede che si sarebbero dovuti inserire questi circa 30.000 abilitati da scorrimento delle graduatorie?

Questo è un problema delicato. È evidente che gli aspiranti ad un posto di lavoro in genere sono di più del necessario: se escludiamo l’estrazione a sorte o un potere decisionale dei dirigenti scolastici che in questo momento mi sembra improponibile, le uniche due strade che rimangono sono il concorso (entra il più bravo) e la lista d’attesa (entra chi è arrivato prima). Esistono pro e contro in entrambi i casi. Astrattamente direi che il sistema del concorso è il migliore (tra l’altro è quello stabilito dalla Costituzione per la pubblica amministrazione, e per un servizio pubblico come la scuola si può sostenere che ci sia almeno una valida analogia). Ma in pratica bisogna tenere conto di molte altre componenti, soprattutto quando c’è una storia pregressa che ha lecitamente indotto fondate attese che non possono essere tradite. Servono insomma norme equilibrate di transizione, che sono spesso la cosa più difficile. In ogni caso non bisogna dimenticare che non si tratta soltanto di soddisfare i desideri di chi vuole lavorare nella scuola, ma anche di dare corpo al servizio pubblico forse più importante di una nazione, quello in cui essa rinnova sé stessa, integra i nuovi cittadini, getta le basi per tutti i più importanti valori umani e civili (e anche per lo sviluppo economico, ovviamente). La scuola dev’essere la migliore possibile.

Il ricambio generazionale è importante per il miglioramento dell’offerta formativa o è bene limitare l’accesso dei giovani all’insegnamento?

La retorica giovanilista è in questi campi fuori luogo: non è detto che un giovane sia migliore di un meno giovane (anzi, sicuramente ha meno esperienza di lui). È però anche vero che un sistema in cui l’età media diventa sempre più alta è un sistema sicuramente malato. Anche in questo caso, mi pare che sia una questione di equilibrio.

 

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