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L'intramontabile insegnamento di Don Lorenzo Milani

26-06-2015

ITALIA – Il 26 giugno 1967 si spegneva un maestro di vita e di fede

Eretico, filocomunista, disobbediente nei confronti delle gerarchie della Chiesa. Don Lorenzo Milani da Firenze, nella sua non lunga esistenza, ha dovuto varcare parecchie etichette, prima di conoscere la sua reale consistenza storica. Sopratutto perchè non fu mai come avrebbe voluto un determinato pensiero della politica e non si avvicinò alle grinfie di quella cultura che lo voleva iscrivere al ruolo del ''padre della contestazione'' a tutti i costi, collocato come un soprammobile nel Pantheon dei ''rivoluzionari''. Egli fui semplicemente se stesso, senza annessioni improprie, insegnando per tutta la vita il dono della libertà e della ribellione alla società di massa su basi cristiane. E in questo senso rivoluzionario e poco omologabile agli schemi, il '''priore di Barbiana'', lo fu davvero.

Don Lorenzo Milani non era nato tra i poveri, ma ai poveri e agli ultimi guardò con un amore che a volte aveva il sapore della rabbia e dei pugni battuti sui tavoli. Figlio di un'agiata famiglia di intellettuali fiorentini, secondogenito di Albano Milani e Alice Weiss, pronipote del filologo Domenico Comparetti e di sua moglie Elena Raffalovich, sostenitrice e creatrice dei giardini d'infanzia froebeliani, Lorenzo conobbe le vie del signore attraverso la cultura, non attraverso chissà quale tragedia personale o rottura interiore. Nell'estate del 1942, durante una vacanza a Gigliola (Montespertoli), per via della sua passione per la pittura decise di affrescare una cappella. Durante i lavori, rinvenne un vecchio messale la cui lettura lo appassionò in modo inaspettato. Si interessò allora di liturgia e questo fu il suo primo vero contatto con il cristianesimo. Casuale, per curiosità. Ma venne un momento di profondità ancora più radicale, che lo portò, nell'Italia sull'orlo del baratro, nel giugno del 1943, alla piena conversione. L'inizio di questa svolta fu il colloquio con don Raffaele Bensi, in seguito suo direttore spirituale. Il 9 novembre 1943 entrò nel seminario di Cestello in Oltrarno. Fin dall'inizio cominciò a scontrarsi con la mentalità della Chiesa e della curia. Certe regole, prudenze, manierismi ai suoi occhi apparvero da subito lontani dal Vangelo, dalla sua semplicità.

Una volta ordinato sacerdote, venne inviato a San Donato di Calenzano, ove lavorò per una scuola popolare di operai. Fu qui, in queste circostanze di sofferenza e di povertà, che scrisse ''Esperienze Pastorali'', il viatico di un percorso che lo portò a condurre una battaglia quasi del tutto personale, ma nell'obbedienza, che nel dicembre del 1954, a causa di screzi con la Curia di Firenze, culminò con il suo esilio a Barbiana, sperduto e sconosciuto paesino sul Monte Giovi, dove intraprese il primo tentativo di scuola a tempo pieno rivolta alle classi popolari e contadine.

Organizzò la sua scuola in un paio di stanze della canonica annessa alla piccola chiesa di Barbiana. Attorno solo poche case, molti casolari sparsi. Pochi spazi, ma molta aria. Con il bel tempo i suoi alunni si abituarono a svolgere le lezioni all’aperto, sotto il pergolato, in un momento di collettività in cui la regola principale era che chi sapeva di più aiutava chi sapeva di meno. Un'esperienza incredibile che non insegna e basta, ma cambia persino Don Lorenzo, il quale decide di mettere a frutto il lavoro di quei giorni in una serie di scritti, ''Lettera a una professoressa'' (1967), in cui i ragazzi della scuola denunciano un sistema scolastico che tende ad escludere, anziché ad includere, e che lascia nella piaga dell'analfabetismo i più poveri e coloro che non si possono permettere un'istruzione.

Don Lorenzo, attraverso i suoi insegnamenti, mette a frutto il suo sogno: dare a coloro che non avrebbero mai avuto una possibilità nella vita un motivo di andare a testa alta tra gli altri, tra coloro che si potevano permettere senza sforzi un'esistenza dignitosa se non addirittura agiata. ''I care'': il motto della scuola di Barbiana era questo. Interessarsi a tutto, interessarsi al mondo, evadendo dal paesino di montagna, senza passare dai filtri del nozionismo o della storia dei sussidiari. Barbiana muta così in un laboratorio guardato da tutti. Politici e giornalisti si alternano e visitano questo luogo lontano e inarrivabile, ricevendo in cambio critiche e domande mai scontate. Come non retorica, mai, fu la convivenza tra il sacerdote ed i suoi alunni. Talmente aperta da non aver paura neanche del confronto con la morte. Don Milani morì infatti verso la fine di giugno del 1967 a causa di un linfogranuloma. La malattia non fu nascosta, anzi spiegata. Don Lorenzo volle stare vicino ai suoi ragazzi perché "imparassero che cosa era la morte". Fu poi tumulato nel piccolo cimitero poco lontano dalla sua scuola, seppellito in abito talare con indosso gli scarponi da montagna ai piedi. Aveva colto la nobiltà dell'essersi trasformato in un prete montanaro. Aveva aderito alla causa della povertà e del sacrificio, cercando di dare in cambio ai suoi ragazzi ciò che sapeva e che riteneva importante.

''Ogni parola che non sai oggi è un calcio in culo che prenderai domani''. Era vero e continua ad essere vero. Insegnò a pensare con la propria testa, a non farsi soggiogare dal pensiero comune, a non credere all'informazione pilotata. A disobbedire, se necessario, ad una società che non voleva cambiare per rimanere sempre la stessa. Nacquero così ''L'obbedienza non è più una virtù'' o gli scritti in difesa dell'obiezione di coscienza, dove con coraggio, in una società piena di tabù, si distaccò dalla tradizione cattolica che imponeva una certa retorica della guerra. Venne processato per apologia di reato e assolto in primo grado.

Per questi motivi, e per il suo modo di porsi, Don Milani è stato per anni definito un prete rosso o cattocomunista. Fu in realtà un modo per denigrarlo, anziché sdoganarlo. Egli fu infatti sicuramente scomodo, ma si oppose sempre a qualsiasi tipo di dittatura, inclusa quella comunista. Scrisse: ''La dottrina del comunismo non vale nulla. Una dottrina senza amore. Una dottrina che non è degna di un cuore giovane. Avesse almeno realizzazioni avvincenti. Ma nulla. Uomini insignificanti, un giornale infelice, una Russia che a difenderla ci vuol coraggio. E io dovrei farmi battere da così poco?''.

In realtà Don Milani fu un sacerdote più incline degli altri alla comunicazione e forse tra i primi ne capì l'importanza nell'epoca moderna. Ebbe per tutta la sua esperienza pastorale l'idea di dover invertire la logica della solidarietà. Disse: ''Tanti pensano che quando si fa qualcosa per i poveri si fa loro un dono, ma non e cosi: quando si fa qualcosa per i poveri non si fa la carità ma si paga un debito con Dio''. Un problema, quella della visione della società e dell'inserimento di chi rimaneva indietro, che per lui era sopratutto politico. ''Ho imparato – ribadì- che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia''. Fu forte nelle parole e rimase sempre, nonostante le divergenze, all'interno del ''sistema'', cercando di cambiarlo dal profondo. ''Non mi ribellerò mai alla chiesa – scrisse - perchè ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la chiesa''. Un amore forse contrastato, viscerale, intenso ed interno, che volle sfidare ad un certo punto le regole fondamentali, rischiando in prima persona. Ma lo fece, sopratutto, per amore di chi aveva attorno: quei bambini che nel frattempo erano cresciuti sotto i suoi insegnamenti e che lui difese anche davanti all'entità superiore. ''Ho voluto più bene a voi (ragazzi) che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto''.

In questo sta tutto il senso della vita di Don Lorenzo Milani. Prete. Uomo di fede e di passione sociale. Cantore eccelso di un'umanità nuova. Di speranza e di pace. 



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