Il 17 giugno della vergogna: il caso Enzo Tortora

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ACCADDE OGGIUn clamoroso errore giudiziario e la vergogna di un macchina massmediatica che lo linciò senza pietà

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Roma, nell'estate del 1983, è una città colorata di giallo e di rosso. La Roma di Falcao, Pruzzo e Conti ha appena vinto il suo secondo scudetto. Una trionfo a lunga atteso, da ben 41 anni. Nell'aria c'è ancora quella frizzante allegria della festa, quando il 17 Giugno del 1983 accade qualcosa di mostruoso. Solo il giorno prima, con un gesto che passerà alla storia del costume di quegli anni, Enrico Berlinguer, sul palco prima di un comizio durante una manifestazione del Pci per la pace, viene preso in braccio da Roberto Benigni. Per radio, mentre in tanti pensano al mare, girano in continuazione “Every breath you take” dei Police, “Flashdance” di Irene Cara, “Sweet dreams” degli Eurythmics. Ma quella è un'Italia che sta mutando il suo approccio con la politica e la società. Berlusconi già da tempo è in ascesa con le sue televisioni commerciali e il governo di Bettino Craxi è alle porte (agosto 1983). Non lo immagina nessuno, ma sta per sprofondare tutto: poco più in là arriveranno il crollo del Muro di Berlino e Tangentopoli. Nulla sarà più come prima.

La mattina di quel 17 giugno 1983, come detto, accade qualcosa di terribile. Alle prime ore del mattino viene arrestato il presentatore televisivo Enzo Tortora, popolare conduttore di una trasmissione di successo che aprirà la strada a tante altre trasmissioni: Portobello. Alle 4 del mattino i Carabinieri bussano alla porta di Tortora, presso l'Hotel Plaza di Roma. Per lui scattano le manette con l'accusa di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Una bomba. L'“Operazione Portobello” porta in galera altre centinaia di persone: 855.

Tortora viene trasferito al Comando del gruppo Operativo di Via Inselci, viene poi portato nel carcere di Regina Coeli. Il suo arresto diventa un evento mediatico. Viene costretto, in una Via Crucis fatta di obiettivi, fotografie e flash, a sfilare ammanettato tra due ali di fotografi e operatori televisivi. Un pasto cannibalesco e brutale. Nel corso della gigantesca operazione anticamorra istruita sulla base delle confessioni di due pentiti camorristi e pluriomicidi, inizia dunque un girone infernale.

La giornalista Camilla Cederna scrisse: "Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto". Ma Enzo Biagi, su "Repubblica", a soli sette giorni da un arresto, mentre l'ondata di fango travolgeva il conduttore e conquistata gli umori della platea, si schierò per primo, e con autorità, contro gli aguzzini della prima ora con uno storico editoriale intitolato "E se Tortora fosse innocente?". Fu il primo a muovere lo stagno.

Delle 855 persone arrestate, molte risulteranno del tutto estranee ai fatti addebitati. L’inchiesta coinvolse altri personaggi del mondo dello spettacolo, come Mario Merola, Franco Califano e Walter Chiari. Tortora resta in carcere per sette mesi, nonostante gli indizi a suo carico siano superficiali. Oltre alle parole dei “pentiti”, l’accusa ha soltanto un’agendina trovata nell'abitazione di un camorrista con un nome scritto a penna e un numero telefonico. Molto tempo si comprenderà che quel nome non era “Tortora”, ma “Tortona” e che il numero telefonico non era quello del presentatore.

Tortora divenne mano mano il simbolo della malagiustizia, della battaglia contro le storture delle toghe. Furono i radicali, sopratutto, a comprendere la sensibilità diffusa si questo impegno civile. Nel mese di giugno lo fanno eleggere deputato europeo. “Ero liberale perché ho studiato, sono radicale perché ho capito”, dirà.

Il 17 settembre 1985, condannato a dieci anni e sette mesi di carcere, pur proclamando la sua innocenza, rinuncia all'immunità parlamentare e si consegna alla giustizia. Un anno dopo, a distanza di tre anni dal prologo del suo terribile terribile calvario giudiziario, viene assolto con formula piena dalla corte d’Appello di Napoli. Torna sugli schermi il 20 febbraio del 1987, con un memorabile monologo pieno di umanità e civiltà: «Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo "grazie" a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L'ho detto, e un'altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so anche, per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta».

Il 17 marzo 1988 la Cassazione conferma la sentenza di assoluzione. Due mesi dopo Enzo Tortora muore, stroncato da un tumore.

Cinque giorni dopo l'arresto di Enzo Tortora, il 22 Giugno del 1983, scomparve misteriosamente a Roma la giovane cittadina vaticana Emanuela Orlandi. Non ce n'è saputo più nulla. Un'altra macchia nera della nostra storia repubblicana.

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