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Paolo Panelli, il talento dimenticato di un'Italia scomparsa - VIDEO

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ACCADDE OGGI – Il 19 maggio 1997 se ne andava uno degli attori più popolari del dopoguerra

Paolo Panelli (Roma, 15 luglio 1925 – Roma, 19 maggio 1997), attore di teatro, radio, televisione e cinema, è stato uno dei personaggi più popolari del dopoguerra, fino agli anni ottanta e novanta dello scorso secolo. Sposato con Bice Valori, formò con la consorte una grande coppia, perfetta. Due attori raffinati, divertenti, in simbiosi totale nella vita e sul palco. Dalla rivista ai grandi musical, al teatro alla televisione. Panelli fu uno dei più popolari protagonisti nell'Italia degli anni cinquanta e sessanta, piena di entusiasmo e di speranze. Un pioniere dello sketch in diretta.

Non nascondeva le sue radici. Parlava romano, con un linguaggio strascicato e singolare. Interpretava dei personaggi un po' surreali, partendo dalle sue doti di attore comico dissacrante, e mutuati dai vizi e i difetti dell'italiano medio (Menelao Strarompi, Bruno Cecconi o il tassinaro). Una satira di costume sul seccatore, lo scocciatore quotidiano. Senza mai toccare la politica o facendo un'imitazione. Erano monologhi tutti di pura fantasia, studiando i tic dell'era in cui viveva.

Panelli iniziò la sua carriera teatrale dopo essersi diplomato presso l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica di Roma, allora diretta da Silvio D'Amico, ed aver mosso i primi passi sul palcoscenico come attore nel teatro di rivista. Debuttò nel 1946 con 'Il giardino dei ciliegi', lavorando al Teatro Piccolo di Roma fino al 1951, dedicandosi sempre di più al mondo della radio e a quello della televisione che gli diede il grande successo assieme all'interpretazione delle commedie musicali di Garinei e Giovannini: Buonanotte Bettina, L'adorabile Giulio e Un trapezio per Lisistrata (1958-59). E ancora, più in là, 'Aggiungi un posto a tavola' o 'Accendiamo la lampada'.

Fu protagonista della conduzione di una storica edizione di 'Canzonissima' del 1959, con un palcoscenico spoglio e senza fronzoli, fondato solo sulla capacità di ospiti e protagonisti, assieme a Delia Scala e Nino Manfredi. Successo ripetuto anche nell'edizione del 1968 insieme a Mina e a Walter Chiari. Una comicità astratta, quella di Panelli, che si prolungava anche nella sua passione di pittore, intarsiatore, ebanista. Un diversivo preso seriamente, nato sin da bambino, che riuscirà a sintetizzare al meglio ne “Il conte Tacchia”, interpretando il ruolo del padre del protagonista, Enrico Montesano, nel suo negozio di falegnameria. Panelli aveva realmente due studi di lavorazione, uno a Roma e uno nella casa di Castiglioncello. Artigiano della parola e delle arti. Un ciclo completo che aveva anche una filosofia di vita: costruire, ogni giorno, per giungere ad un risultato completo.

Nel 1961 recitò, nella parte di “Chiericuzzu' nella commedia musicale Rinaldo in campo di Garinei e Giovannini, con Domenico Modugno, Delia Scala, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, in cui diede una grandissima prova anche da attore drammatico. È stato ospite praticamente fisso in trasmissioni televisive e radiofoniche di successo come Studio Uno.

La morte della sua compagna di vita e di recitazione, Bice Valori, portò nella sua vita una grande assenza. Si allontanò dalla ribalta, con poche interpretazioni. Recitò poi in “Pazza famiglia”, dal 1995, con Enrico Montesano, per una fiction di RaiUno di grande successo. Poi la morte, a 72 anni, per un edema polmonare.

Gigi Proietti gli ha dedicato un sonetto, “In morte di Paolo Panelli”, che è rimasto un commuovente omaggio ad un attore che oggi è stato (immeritatamente) rimosso dalla memoria collettiva - come l'Italia ancora serena e in salute in cui diede le sue più belle prove d'artista. Tuttavia l'immagine di Panelli è sopravvissuta fortunatamente per alcune esilaranti 'gag' ricavate da “Il Conte Tacchia” o “Grandi Magazzini”. E così anche le nuove generazioni hanno potuto accarezzare la sua creatività. Potere del web.

Era stonato Paolo, me ricordo;

e tutti ce ridevano, per cui
era difficile forma' 'n'accordo
quanno ner coro c'era pure lui.

Ma nun era da coro, era 'n solista!
E me so' sempre chiesto come fa',
e ce riesce solo chi è 'n'artista
a trasforma' 'n difetto 'n qualità.

Oggi lo benedico quer difetto,
che me consente, mentre m'addoloro,
de dedicaje l'urtimo sonetto.

Paolo nun ce sta più. Giuro su Dio
manca quarcuno che non sta ner coro,
e me sento stonato pure io”.

(Gigi Proietti)

 

 

 

 

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