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17 febbraio 1977: la ''cacciata di Lama'' dall'Università. Uno spartiacque storico

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ACCADDE OGGI – Quando studenti e Pci si scontrarono alla Sapienza: una giornata che divise la sinistra, con la stagione del terrorismo peggiore alle porte

Roma, 17 Febbraio 1977: la Sapienza è occupata da più di due settimane. Il movimento studentesco, già in mobilitazione contro la riforma Malfatti volta a cancellare la liberalizzazione dei piani di studi in vigore dal 1968 – aveva deciso di promuovere un'azione ancor più profonda dopo il grave ferimento di due militanti della sinistra.

E' in tale contesto che Luciano Lama, Segretario confederale della CGIL, si appresta a parlare in un comizio all'università. La notizia è nota dal 15 febbraio, quando dei militanti del Partito Comunista sono entrati all'università per tenere un'assemblea a Giurisprudenza nella quale è emersa la necessità di far cessare l'occupazione. L'intervento di Lama è concepito nell'ottica di un momento di confronto politico con il movimento. L'aria, però, tra i giovani studenti, non è affatto accogliente. Il '68, epoca delle mobilitazioni studentesche esplose anche con il fondamentale e parallelo supporto delle rivendicazioni delle febbriche e  tra gli operai, è solo un lontano ricordo e tra tanti c'è la netta percezione che quei codici incarnati dalla prima contestazione studentesca debbano essere liberati.

Sono tempi cupi, in cui ci si spara tra opposte fazioni, in cui gli incidenti politici sono all'ordine del giorno, in cui la violenza, anche quella di natura delinquenziale, è diffusa. Le città di notte chiudono, in tanti hanno paura di uscire. Nel fermento culturale di quella stagione, c'è il tempo della dissacrazione e della creatività. Gli ''Indiani Metropolitani'', ad esempio, raccogliendo lo spirito delle avanguardie artistiche del novecento, dal futurismo al dadaismo fino al surrealismo, sono i più irriverenti di tutti. Scrivono un comunicato in cui si dice che ''l'area creativa affronterà con le armi dell'ironia il Lama proveniente dal Tibet''.

Il 17 Febbraio il servizio d'ordine, composto per lo più da quello del PCI, arriva nell'Ateneo. Si cancellano le scritte provocatorie. Una su tutte, “I Lama stanno nel Tibet”, campeggia nel piazzale oggi dedicato ad Aldo Moro. Mentre gli attivisti del partito montano il palco, gli ''Indiani'' realizzano una sorta di carrello ove appongono un fantoccio con un cartello al collo che recita “Nessuno L'ama”. Alle 10 il leader sindacale arriva circondato da un centinaio di membri del servizio d'ordine. Comincia a parlare mentre da parte di un gruppo di studenti si scandiscono slogan ironici contro di lui e la sua politica dei sacrifici, nata in accordo con il PCI del compromesso storico e dovuta alla crisi petrolifera del 1973.

Nel momento in cui gli indiani lanciano palloncini di vernice contro il servizio d'ordine, i componenti del servizio d'ordine reagiscono, abbattendo il fantoccio e ferendo alcuni contestatori. Si innescano i primi tafferugli, che si allargheranno definitivamente con la nuvola di schiuma di un estintore azionato nel mezzo del parapiglia. A quel punto scoppia il putiferio: la sinistra si scontra con l'ultrasinistra. Lama è costretto ad andarsene. Il bilancio è di sessanta feriti. Da parte del PCI romano si parlerà in seguito di ''metodi squadristi'' e di ''nuovo fascismo''. La verità è che qualcosa si è rotto, in uno scontro generazionale drammatico.

Berlinguer, nella fase centrale degli anni settanta, aveva optato per alcune soluzioni sociali a fronte della crisi economica: la centralità operaia, il “patto tra i produttori” e l’austerità, entro cui si individuò una formula sulla quale partire per dei presupposti di sviluppo che mettessero in discussione la società dei consumi. Il “Movimento”, al contrario, non fa sue nessuna di queste teorie. Le contesta, addirittura si inventa un suo modo e una sua logica di intervenire sulle questioni collettive uscendo dagli schemi classici ed entrando in un circuito di interpretazioni che auspicavano a mettere insieme, laddove fosse possibile, Marx con la teoria dei bisogni dell’ungherese Agnes Haller, che suggeriva di non rimandare a dopo la rivoluzione le proprie necessità ed i propri desideri, ma di ottenerle “qui ed ora”.

I giovani che contestano non sono indottrinati, non sopportano i “cori russi”, per dirla con Battiato. Amano l’ironia, il paro-liberismo futurista, recuperato dalle polveri della scuola del rifiuto di tutto ciò che aveva “flirtato” con il fascismo, sono vitali e sono molto attenti al pensiero negativo che in Inghilterra si condensa nello slogan punk “No future”, ma che qui in Italia è semplicemente frutto di una realtà che produce morte, violenza, cancellazione di panorami. Nulla, quindi, è in relazione con la tradizione dei modi di fare dei comunisti ortodossi. Specie il linguaggio. I fogli e le riviste esprimono bene questo stato d’animo, i volantini e i comunicati degli ''Indiani Metroplitani'' lo visualizzano ancora di più. “La stagione delle piogge è finita…10,100,1000 mani ovunque – scrivono - si sono strette per innalzare l’ascia di guerra! La stagione del sole e dei mille colori è arrivata”.

L’Università, nelle immagini che lascia all’indomani delle assemblee e delle occupazioni, è la fotografia migliore di questa tendenza. Sui muri non si legge più “Antifascismo militante”, ”Fascisti carogne” o “No al fascismo”. Si legge: “Il cazzo è mio e lo gestisca chi gli pare”, “Quando la merda acquisterà un valore, i poveri nasceranno senza culo”, “Provocatori sono Pci e sindacato che pieni di paura invocano lo stato”, “Dite a Lama che l’amo (Andreotti)”, “Come posso essere felice se non ho la vernice?”. Una delle idee che si fa largo, anche inconsapevolmente, è che l'Italia, proprio a causa del '68, aveva subito una sorta di blocco generazionale, un eccesso di pressione politica sulle giovani generazioni, una sovrastruttura uniformante di codici e regole. Un'egemonia culturale che il '77 distrugge.

Il “Movimento” non è più collettivista, né tipicamente comunitario. Parla di soggettività ed individualismo. Lo fa in maniera a volte convenzionale, ma in realtà nelle sue viscere si sta alimentando l’edonismo degli anni ottanta. Nei volantini ci si chiede se non sia meglio leggere “Tex Willer” che il “Capitale”, se sia meglio andare al mare o difendere gli operai. Provocazioni letterarie? In realtà erano il sintomo, anche inconscio, di una nuova dimensione umana e quotidiana che presto si affermerà con ritmi dilaganti.

Il ’77 è l’anno in cui all’interno della sinistra si inizia a parlare di crisi del comunismo. E in Italia questa sensazione appare realizzarsi proprio nel “Movimento”, il quale elabora idee di sdoganamento e formule di commistione tra il marxismo più eretico ed il pensiero liberale. La lotta di classe, caposaldo di tutte le battaglie, viene a volte associata ai bisogni dell’individuo e alla legittimazione delle differenze. Lo stalinismo è buttato alle spalle, è criticato. Si parla di liberazione, sì, ma “dal” lavoro. Ne approfitterà il pensiero più banale, il quale soffocherà, con l'ausilio dei “nani e delle ballerine” o delle ''città da bere'' degli anni ottanta, ogni spinta libertaria e critica nei confronti del sistema ultraliberista.

Il giorno della ''cacciata di Lama'', le forze dell'ordine sfonderanno i cancelli dell'Ateneo con le ruspe. I fatti segnarono un'epoca, facendo esplodere la visibilità del cosiddetto ''Movimento del '77'', tanto diverso, persino diametralmente opposto, da quello dei padri sessantottini per comportamenti e visioni della società, ove il terrorismo stava preparandosi alla sua stagione più terribile.

Il 19 febbraio una manifestazione a Roma coinvolge cinquantamila persone. Lo slogan ricorrente è “Ci hanno cacciato dall’Università, ce la riprenderemo con tutta la città”. Le metropoli (e questo è un altro aspetto non di secondo piano) sono diventate un laboratorio di cultura (come nelle avanguardie artistiche italiane). I valori ed i caratteri cambiano e vengono influenzati dall’evoluzione dei tempi, facendosi coscienza. I giovani del ’77 hanno voglia di parlare di ripensamento degli spazi e dei consumi. La possibilità di accedere a nuovi luoghi e a renderli qualitativamente positivi acquista man mano un grande valore e sostituisce, in un quadro di più ampia percezione ideologica, il mito fondante del lavoro, del salario, della riduzione dell’orario. Il desiderio di raggiungere nuove mete e punti di riferimento sfocia così, in un periodo di violenza, in un conflitto che ha come suo obbiettivo principale proprio la necessità di difendere ciò che si è ottenuto per riuscire, in futuro, a conquistare qualcos’altro.

Nei giorni della cacciata di Lama (e anche oltre) si dimostra che la violenza ha persino una giustificazione morale, dettata da una consapevolezza spiazzante: essa può portare alla liberazione di aree in cui si sono poste le basi del dialogo nascente.

“Ci hanno cacciato dall’Università, ce la riprenderemo con tutta la città”, dicevamo. Sono proprio di questo periodo le tante occupazioni di case e di interi stabili abbandonati che si trasformano in “Centri sociali”. Tutto avviene all’interno della metropoli, la quale non viene più rifiutata, né rigettata nelle sue caotiche vitalità. Gli Indiani, non a caso, sono Metropolitani. Inoltre, a spiegare questa realtà, c’è l’anomalo rapporto che il “Movimento” assume con la società dei consumi. Essa non viene più messa sotto processo, ma accettata, addirittura richiesta in un momento della storia che parla di austerità, di riduzione. Le “spese proletarie” e la “riappropriazione delle merci” diventano delle parole d’ordine che smaterializzano le arcaiche convinzioni “sessantottine” ed approdano in un’altra dimensione della vita che è individualista, ma anche sovversiva, stradaiola, oppositrice. La nuova Italia comincia qui, in una breve illusione.

Il 17 febbraio è una di quelle date che aiuta a segnare uno spartiacque storico. Il fatto fu persino ricordato in una nota canzone di Fabrizio De Andrè, ''Coda di Lupo'', in cui uno stralcio recita:

''Ed ero già vecchio quando vicino a Roma, a Little Big Horn

capelli corti generale ci parlò all'università

dei fratelli tutte blu che seppellirono le asce

ma non fumammo con lui non era venuto in pace

e a un dio fatti il culo non credere mai''.

Una storia lontana, ma da tenere in considerazione per camprendere come è cambiata la società italiana.

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