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Vittorio Sermonti, l'espressione e la luce di una parola che ci dissetava

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E' morto oggi a 87 anni un grande intellettuale italiano

E' morto oggi, all'età di 87 anni, Vittorio Sermonti. Chi non hai mai saputo della sua esistenza provi ad ascoltare prima la sua voce, mentre recita un canto di Dante. Può essere un buon viatico per capirne la cultura, la vibrazione consapevole dell'uso e della conoscenza delle parole, la sensazione di trovarsi in un bosco accogliente.

Secondo le biografie ufficiali, Sermonti è stato scrittore, traduttore, regista televisivo e di teatro, dantista italiano. Tante cose, arti e mestieri che messi in fila non conducono al senso, non possono scavare l'essere umano e lo riducono a sintesi. Lo circondano, lo cingono di alloro, ma non mettono in evidenza la semina e il raccolto, una vita immersa nella storia d'Italia che supera una guerra e va scorrendo per tante epoche, dentro alle quali Sermonti è esistito con la sua capacità di far vedere le cose che narrava. Un pregio di pochi.

Era nato a Roma nel 1929, aveva sei fratelli, un padre avvocato. Una famiglia non comune. In casa sua circolavano Vittorio Emanuele Orlando, Luigi Pirandello, Enrico Cuccia. Suo fratello Giuseppe è un genetista di fama mondiale. Un altro, il fascista Rutilio, è scomparso nel 2015. Nel 1956, per meno di un anno, Vittorio fu iscritto al PCI. Ne uscì dopo l'invasione dell'Urss in Ungheria. Ha vissuto a Brema, Praga, a Torino, dove diresse il Centro Studi del Teatro Stabile. Frequentò Giorgio Bassani, Pier Paolo Pasolini, che non gli passava mai la palla nelle partite di calcio perché lo reputava un ''borghese'' (ma Pasolini pare che non la passasse a nessuno) o Goffredo Parise. Fu portato alle stampe da Roberto Longhi. Centoventi le regie sulle sue spalle per la radio. Ha lavorato con Vittorio Gassman, Paolo Poli, Carmelo Bene. Sposato con Ludovica Ripa di Meana, poetessa, donna amata. La sua ultima opera, 'Se avessero', è stato nella cinquina del Premio Strega: un viaggio lungo settanta anni che parte proprio da un episodio della guerra civile che coinvolge suo fratello Rutilio, arruolato nella Repubblica Sociale come altri suoi due fratelli, e tre partigiani armati. Cose italiane.

Con lui la Divina Commedia Chiusa, chiusa dentro le ore noiose di un banco di scuola, di un nozionismo ripetuto a memoria, ha ripreso la sua identità. Fu lui a rimodellarla alla radio, divulgandola come si richiede nella cosiddetta modernità: orizzontale, possente, penetrante, nella giusta struttura e senza perdersi dentro quella rigida armatura che troppo spesso ne ridimensiona l'espressione e la luce. Sermonti si occupò dei Canti. Con lui il massimo esperto italiano di Dante, il professore che ne discusse la tesi di laurea: Natalino Sapegno. Questo perché il sapere non è mai isolato, ma si può fare compagnia, circolo di menti, dialogo, arricchimento, sviluppo.

Sermonti ha scritto romanzi, saggi, racconti. Il suo territorio culturale si estendeva ed espandeva aprendo cancelli e confini che andavano sondati con pazienza, con la volontà di andarli a cercare in una società che beve e mangia tutto, livella verso il basso per avere tutto con facilità. Paolo Poli, enorme attore di teatro e personalità unica ed irripetibile, lo citò in una delle sue ultime interviste a ''Il Fatto Quotidiano'' per parlare dell'anzianità sua e dei suoi amici: ''L’altra sera ho mangiato con Vittorio Sermonti. Ci siamo fatti entrambi due coglioni così, però che cultura. Che parlare. Ai nostri tempi si studiava davvero. Il San Tommaso, la Divina Commedia, tutto Aristotele. Almeno''. Già, il sapere e tutto ciò che ne consegue: colori, visioni, sapori, la magìa di ciò che si è visto e che si è saputo, di ciò che si è imparato e di ciò che si è messo da parte nella vita, per scoprire da dove si viene e dove si va. Forse solo per iniziare un viaggio e non finirlo del tutto. Per rimanere, in fondo.

In una intervista rilasciata al giornalista Vittorio Gnoli per ''La Repubblica'', scorgendo l'ultimo passaggio, Sermonti ha detto: ''Andrò verso la morte senza spavento. Mi scoccia un po' il morire, ma non provo angoscia. Nella mia vita ho perso anche una figlia e questo ha creato un rapporto più soffice con il dopo". E ancora: ''Sto raccogliendo da una quindicina di anni una serie di aforismi che ruotano attorno all'idea che la morte non esiste. Sostengo che questa signora che viene quando vuole e ti sorprende in realtà non c'è. Ci sono le persone che a un certo punto se ne vanno e con le quali non hai più rapporti: vengono sfilate, creano una ferita, ma poi la ferita si rimargina. La morte non esiste, esistono i morti e a un certo punto mi viene il sospetto che praticamente non esistano che loro".

Della sua parola, della sua voce, del suo racconto sappiamo che rimarrà molto. Ha unito il passato al presente, il passato al futuro, facendo toccare e cantare dei temi che hanno riguardato la condizione umana sulla chiave dei sentimenti, dei comportamenti, dei modelli. Il tempo è il lungo filo di qualcosa che pensiamo di non conoscere e che invece esiste dentro la nostra coscienza, provenendo da lontano, negli abissi della nostra natura.

Sermonti ci ha insegnato che i versi compongono un più vasto mosaico, necessario per stare meglio, comprendere e comprenderci e alimentarci. Perché senza la poesia si muore di sete.

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