Gino Girolimoni, la vita rovinata di un innocente

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ACCADDE OGGI - Il 19 novembre del 1961 muore il protagonista di una delle vicende più agghiaccianti della storia d'Italia

Per lui la cosiddetta ''seconda opportunità'' non arrivò mai. Il 19 novembre del 1961 Gino Girolimoni, l'uomo accusato degli episodi più mostruosi accaduti a Roma nei confronti di alcune bambine tra il 1924 ed il 1928, morì in solitudine. La sua vita era stata rovinata da un'inchiesta sbagliata e insabbiata, dopo clamorosi errori, dal regime fascista. Il ''Sor Gino'', come veniva chiamato dai suoi conoscenti, non riuscì più a proseguire il suo lavoro, perse il suo discreto patrimonio e cercò di sopravvivere, dopo il drammatico periodo carcerario e di esposizione mediatica, riparando biciclette o facendo il ciabattino tra San Lorenzo e Testaccio. Lasciò la vita terrena poverissimo. Ai funerali, celebrati il 26 novembre nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura, parteciparono poche persone. Tra questi il commissario Dosi, che sostenne sempre la sua innocenza. La salma fu tumulata nel cimitero del Verano a spese degli amici.

La storia di Girolimoni è l'esempio di come un errore giudiziario possa coinvolgere un innocente all'improvviso, in un assurdo meccanismo che purtroppo si è ripetuto altre volte ma che in questo caso specifico, in un periodo storico complesso, trovò un suo vertice mai più ripetuto (fortunatamente). Accusato di delitti atroci, come lo stupro di sette bambine e l'omicidio di cinque di loro tra i venti mesi e i sei anni, fu additato come il ''mostro di Roma'' dalla stampa. Un caso emblematico degli effetti perversi sulla pubblica opinione di una campagna giornalistica pilotata e accusatoria che oggi sarebbe impossibile per la varietà di voci che contraddistingue l'informazione.

I DELITTI - Roma, ai tempi in cui accaddero i fatti, aveva dei livelli di violenza minima. Per questo, quando una serie di rapimenti, stupri ed omicidi di piccole bambine ne sconvolge la tranquillità, la psicosi si fa rapidamente strada. Una spirale di violenza mai accaduta prima e che non accadrà dopo nelle stesse dimensioni. E' la scia introdotta da un serial killer, come si chiamerebbe oggi, che non ha più avuto altri emuli.

Emma Giacomini, di quattro anni, fu la prima vittima. Sparì mentre giocava in un giardino pubblico il 31 marzo 1924.Fu ritrovata la sera stessa a Monte Mario, con i segni della violenza ma ancora viva. Ogni sei mesi, quasi ad intervalli precisi, giunsero gli altri sanguinosi episodi. Il Capo del governo, Benito Mussolini, innervosito delle precarie indagini successive, diede impulso al capo della Polizia Arturo Bocchini di assicurare al più presto l'aggressore alla giustizia.

I corpi di altre cinque bambine vennero rinvenuti con gli stessi segni di violenza. Ma fu quello del 5 giugno 1924, ai danni di Bianca Carlieri di soli tre anni, a scatenare un'ondata di indignazione. La notizia però passo in secondo piano quando l'improvvisa scomparsa del deputato socialista Giacomo Matteotti scosse la nazione (Leggi l'articolo).

LE INDAGINI E LA VITA ROVINATA - Brancolando in ipotesi a volte originali, le forze dell'ordine iniziarono ad effettuare fermi di invalidi, storpi e dementi, in un clima di testimonianze talvolta improbabili. Un vetturino, devastato dalla vergogna di essere sospettato nel quartiere come l'assassino, si uccise avvelenandosi con l'acido muriatico. Nonostante le numerose piste che descrivono l'aggressore come un uomo alto, sulla cinquantina, ben vestito e con i baffi, i poliziotti arrestano, sotto la pressione del colpevole ad ogni costo, Gino Girolimoni, un mediatore di cause per infortuni. La notizia del suo fermo fu pubblicata dai giornali con titoli sensazionalistici. L'Agenzia Stefani, pilotata dal Governo, il 9 maggio 1927, scrisse che dopo "laboriose indagini" erano state raccolte "prove irrefutabili" contro di lui. In realtà contro Girlimoni ci sono riscontri incerti, ma il gioco è fatto. Tuttavia l'inconsistenza delle accuse e il coraggio di alcuni giudici che resistettero all'atmosfera di condanna aprioristica e rassicurante, portarono al proscioglimento dell'imputato l'8 marzo 1928. Contro di lui erano state persino fabbricate delle prove per incriminarlo. Il commissario Giuseppe Dosi ottenne la riapertura del caso. La sua onestà professionale lo portò a insistere sull'estraneità di Girolimoni e per questo fu osteggiato dai suoi superiori. In seguito fu persino arrestato e internato in un manicomio criminale. Liberato nel 1940, fu reintegrato nella Polizia solo dopo la caduta del Fascismo. Contribui alla nascita dell'Interpol, organizzazione dedita al contrasto del crimine internazionale, di cui coniò anche il nome.

Nel frattempo Gino aveva scontato undici mesi di carcere. La notizia della sua innocenza passò sotto silenzio per ragioni di convenienza politica. Solo alcuni quotidiani, con dei trafiletti, nelle pagine interne, parlarono della vicenda. Il vero colpevole rimase nell'oblio, nonostante i sospetti nei confronti di un pastore protestante inglese che aveva alle spalle dei precedenti per molestie sessuali, ma non omicidi, a danno di alcuni minori.

Girolimoni, tornato alla quotidianità, vide il suo cognome finire nell'immaginario collettivo come sinonimo di ''pedofilo'', tale fu l'impatto sull'immaginario popolare capitolino. Non fu mai totalmente riabilitato in vita. Sulla sua storia venne realizzato in seguito un bellissimo film di Damiano Damiani, ''Girolimoni, il mostro di Roma'', con una grande interpretazione di Nino Manfredi. La canzone del film, composta da Riz Ortolani, recita: ''Nun ve fate illusioni, cattivi o boni, è facile finì Girolimoni''. Un monito contro la malagiustizia.

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