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Don Sardelli e il riscatto degli ultimi nella Roma più emarginata

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ACCADDE OGGI - Il 4 novembre del 1968 Don Roberto Sardelli sceglie di vivere tra i ''baraccati'' dell'Acquedotto Felice. Nasce la ''Scuola 725'', una straordinaria esperienza sociale

''Tra i baraccati io credo che per un prete non ci siano altre soluzioni che fare il prete come lo faccio io. Ritornare agli ambienti ai quali si è avvinato il primo cristianesimo ed il Cristo stesso: i poveri, i disgraziati, i rifiutati della città''. Il '68 romano non fu solo Valle Giulia o la contestazione studentesca. Più in là, nella estrema periferia della Capitale, il '68 volle dire anche riscatto sociale attraverso il recupero di un messaggio originale. Protagonista di questa impresa fu Don Roberto Sardelli. Egli si insediò in quell'atmosfera povera ma vitale dell'Acquedotto Felice e nella difficile condizione della sua 'baraccopoli'. Alla fine degli anni sessanta a Roma si potevano contare 57 borghetti, abitati da oltre 60mila persone. Una nuova metropoli era nata attorno a quella della speculazione edilizia, ma gli stessi cittadini tendevano ad ignorare quella Roma, anche perché non gli veniva raccontata da nessuno o da pochi.

L'Acquedotto Felice era un luogo-limite, determinato dentro norme igieniche che oggi si direbbero da terzo mondo, caratterizzato da catapecchie che albergavano all'interno degli archi delle antiche strutture. Luce, acqua e fogne erano un miraggio. Per il gas, c'erano le bombole. Una zona abitata da centinaia di famiglie costituite da ''immigrati italiani'', arrivati da Villalonga in Abruzzo, dalla Sicilia, la Calabria e il Veneto e in cui tanti, per sopravvivenza, avevano creato lì il proprio orticello, riproducendo quel clima di civiltà contadina che li aveva in parte cresciuti nelle generazioni. All'Acquedotto Felice si viveva tutti insieme, uno accanto all'altro, condividendo le difficoltà, coabitando tra travestiti e prostitute. Eppure in questi posti, che non avevano conosciuto benessere o boom economici, nell'autunno del 1968 Don Sardelli si affacciò con l'entusiasmo di poter dare sostegno e forza, educazione ed istruzione. Prese da una prostituta di nome Rita una baracca, e ne fece la sede della ''Scuola 725'', che in breve tempo non solo divenne opera di riscatto morale e sociale, ma anche un laboratorio in cui incontrare gli altri e conoscere il mondo.

Nato a Pontecorvo, Don Sardelli – ci dicono le biografie essenziali - aveva frequentato la scuola di Barbiana di Don Milani e si era trasferito in Francia per studiare l'esperienza dei "preti operai''. Nel 1968 era stato mandato a esercitare il suo magistero a Roma, nella parrocchia di San Policarpo. Affacciandosi dalla Chiesa, si accorse della grande baraccopoli che ne costituiva in parte l'orizzonte prossimo. Poco tempo dopo aprì la "725", dal numero civico della baracca in cui era alloggiata, e ci si trasferì fisicamente. In quel ricovero di pochissimi metri insegna ai bambini che alla scuola elementare venivano spesso messi nelle classi differenziali.

Fu lì che i giovani poterono capire che la loro condizione non era esclusiva, ma era la condizione di gran parte del mondo. Nasce così la "Lettera al Sindaco", che viene pubblicata dal quotidiano 'Paese Sera'. Un testo che fece rumore, tanto da accelerare i tempi di bonifica della zona e l'assegnazione di nuovi alloggi. ''Noi mandiamo questa lettera al sindaco – si affermava - perché e' il capo della città. Egli ha il diritto e il dovere di sapere che migliaia di suoi cittadini vivono nei ghetti. Per scriverla ci abbiamo impiegato dieci mesi. Ogni sera a pensierino si aggiungeva pensierino. Nella lettera abbiamo voluto dire una sola idea: la politica deve essere fatta dal popolo''.

I figli dei baraccati venivano discriminati, finivano in quei ghetti dell'istruzione che avevano come unica funzione quelli di portarli alla terza media e poi nulla più. Don Roberto aiuta loro a fare i compiti, le lezioni, a farli incontrare, parlare, sopratutto capire, leggere un giornale, realizzando un compendio di riflessioni, chiamato "Non tacere", completamente auto-prodotto in centomila copie che superò il libro di testo e suscitò la curiosità degli intellettuali. La spinta di Don Roberto a sollevare uomini, donne e ragazzi dalla loro emarginazione, fino alla completa e ristabilita dignità, trovò dentro queste pagine un modo per abbattere il silenzio dentro al quale il potere puntava per non dare luce agli interrogativi e ai problemi che erano fatti di carne e di ossa.

All'Acquedotto Felice, tra il 1936 e il 1973, centinaia di famiglie, a volte di generazione in generazione, vissero una storia di lotte per manifestare un diritto ad una esistenza e alla parola che con la fine degli anni sessanta, epoca di cambiamento sociale e culturale, trovò finalmente il suo sfogo anche grazie ad un sacerdote solitario ed anche piuttosto emarginato da una parte della Chiesa. Una rinascita, intesa con significato assolutamente cristiano, che arrivò in un territorio in cui d'inverno, quando i vialetti d'accesso al borghetto si riempivano di fango, i medici si rifiutavano di venire a visitare i malati, in cui coloro che abitavano nei grandi alveari del Tuscolano guardavano con sospetto gli abitanti delle 'baracche'. Si narra addirittura che ad un certo punto una ruspa arrivò persino a chiudere l'unico viottolo che collegava il borgo con via Lemonia e che quando i suoi abitanti si organizzarono, per rendere di nuovo agibile la strada, furono accolti dagli insulti. Aneddoti che fanno ben comprendere quali fossero gli eccessi e le paure del tempo, per un certo verso somiglianti a quelle che si vivono oggi con i nuovi immigrati venuti da mondi molto più lontani.

All'Acquedotto Felice vigeva una certa arte di arrangiarsi, di cogliere le opportunità su quel poco che veniva messo a disposizione. Sulla testa di tutti, ad esempio, scorreva l'acqua che alimentava la zona di Piazza di Spagna, ma nessuno poteva servirsene. Così ogni giorno si andava a una fontanella pubblica. L'unica ad avere l'acqua in casa era una certa Antonia. Lo stesso Don Roberto raccontò in seguito: ''Durante una nottata un fulmine si abbatté sull’Acquedotto tanto forte da far tremare tutto il borghetto. Il fulmine provocò un’invisibile lesione alla sommità dell’Acquedotto e da qui fuoriusciva di tanto in tanto una goccia d’acqua che incanalandosi attraverso il tetto della baracca di Antonia le portava l’acqua in casa. Gli altri abitanti delle baracche si armarono quindi di uno scalpello pneumatico e forarono la cima dell’Acquedotto, vi introdussero un piccolo tubo di gomma e l’acqua arrivò così in tutte le baracche''

Nel 1973, le ruspe abbatterono le piccole e spontanee abitazioni. Gli abitanti furono trasferiti nelle palazzine di Nuova Ostia. Sono i tempi del congresso del '74 sui "Mali di Roma". La fine di quell'esperienza di baraccamento maturò il disfacimento di una piccola comunità che fino ad allora si era unita nella difficoltà. I palazzi di cemento ruppero il senso di solidarietà e amicizia. Tuttavia l'insegnamento di Don Sardelli rimase, cambiando lo la personalità e la cultura di tanti ragazzi che altrimenti non avrebbero vissuto dentro nuove possibilità, rinunciando al grande dono del ''pensare'' in maniera autonoma.

Furono anni difficili, ma di grandi speranze. Un messaggio attualissimo (raccontato in uno splendido docufilm di Fabio Grimaldi, 'Non tacere'), nell'epoca delle nuove disperazioni, profondamente identiche, nelle loro riflessioni interiori, a quelle che avvolgevano i quartieri isolati e periferici della Capitale di quaranta o cinquanta anni fa.

(immagine tratta dalla rete)

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