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San Nilo, il monaco che illuminava la strada della concordia

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GROTTAFERRATA – Il 26 settembre, ricorrenza di una fede millenaria

“Io vi prego quando sarò morto di non tardare a seppellire sottoterra il mio corpo: non lo deporrete nella casa del Signore, né costruirete alcun tumulo, su di me, né vi aggiungerete ornamenti di sorta”. Furono queste le disposizioni di San Nilo ai suoi fratelli monaci poco prima di morire. Nella sua esistenza poco aveva voluto, con poco aveva vissuto. Era un uomo di fede profonda, un'eremita che sapeva dispensare la sua parola anche in chi era diverso da lui, apparentemente lontano. Non conosceva ricchezze, non le pretendeva. Come un vero uomo di pace, non evitò il confronto con i fedeli di diversa religione e provenienza. Un esempio di come l'amore si possa imprimere nell'umanità attraverso la vita e le opere.

Nilo nacque verso il 910 a Rossano. Da bambino fu battezzato col nome di Nicola, e crebbe con una buona educazione. La sua era un'epoca di conflitti, inferocita da guerre interne tra Bizantini e Longobardi, afflitta da frequenti incursioni di Saraceni nella zona litorale. Secondo il Lenormant, Nicola si sposò prima di intraprendere la vita monastica, affascinato dalla bellezza di una ragazza di più umili origini. Ebbe una figlia, ma il matrimonio non durò molto. Fece in modo che la sua famiglia avesse problemi economici e si ritirò nell'eparchia del Mercurion, lungo il corso del fiume Lao, fra Lucania e Calabria. Qui incontrò figure esemplari di asceti come Giovanni, il Grande, Fantino e Zaccaria. Si recherà poi a San Nazario nel Cilento, dove resterà elaborerà un rigido regolamento personale fatto di poca alimentazione, veglie e preghiere. Diventato Monaco a tutti glie effetti, si ritirò in una spelonca sulla sommità di un dirupo, con un altare dedicato all’Arcangelo San Michele. E' qui che accoglie il primo vero discepolo Stefano, un giovane contadino ventenne orfano di padre.

Fondò nel tempo un monastero vicino Palma, sul Mar Tirreno. Un attacco di arabi lo fece fuggire anche da lì. Così Nilo, un po' come coloro che oggi vanno cercando altre terre in cui vivere, divenne eremita in una foresta vicina. Diventò uomo di doti diplomatiche riconosciute, come quando riuscì a riscattare dei cristiani che erano stati fatti schiavi. Gli fu offerta la carica di Arcivescovo, ma la rifiutò.

Dopo una nuova permanenza a Rossano, decise di lasciare definitivamente la Calabria, anche a causa di incursioni di mussulmani, e di passare presso i latini. La prima tappa fu Capua , dove, accolto dal principe Pandolfo Capodiferro si trovò a dover rifiutare l’episcopato della città. In cambio, su loro imposizione, l’abate di Monte Cassino, Aligerno, gli concesse un monastero a Valleluce. Dopo quindici anni di dimora in questa realtà, cercò un altro luogo che rispondesse ai suoi desideri, in cui la solitudine, la tranquillità, la lontananza dagli abitati fossero le uniche coordinate esistenziali. Giunse così a Serperi, presso Gaeta, dove aumentò il numero dei fratelli.

Quasi novantenne, malato, preoccupato per le sorti del concittadino Giovanni Filagato (divenuto Antipapa Giovanni XVI) , fu costretto a recarsi a Roma per intercedere in suo favore presso l’imperatore Ottone III. In seguito al processo dello stesso Giovanni XVI, NIlo gettò un anatema contro l'imperatore Ottone III e papa Gregorio V, che avevano lasciate inascoltate le sue suppliche di mostrarsi pietosi verso il rossanese. Quando nel 999 Gregorio morì, Ottone fu così impressionato da attraversare l'intera Italia meridionale per cercare il santo e implorare l'assoluzione, inginocchiandosi a capo scoperto. L'eremita, convinto della sincerità del pentimento, assolse Ottone e gli restituì la corona.

Approdato a S. Agata, monastero greco situato nei dintorni della città di Tuscolo, viene raggiunto dai fratelli che erano rimasti a Serperi, giusto in tempo per assistere alla sua morte.

Siamo nel 1004. Una visione della Madre di Dio gli mostrò un luogo sarebbe stato la stabile dimora dei suoi monaci. Fu il Conte di Tuscolo a fargli dono di alcuni possedimenti terrieri in prossimità del X miglio della Via Latina, ove fu radunata l'intera comunità (composta di circa 60 monaci), ove prima sorgeva un antica villa romana. Nilo morì prima che fosse iniziata la costruzione del futuro monastero di Grottaferrata, curato dal suo giovane discepolo San Bartolomeo.

Una lunga storia, incastonata nella tradizione greco-bizantina ma fedelmente all'interno della Chiesa di Roma. Un viaggio millenario, ricco di fede, ecumenismo, cultura ed arte, iniziato grazie ad uomo che seppe camminare a lungo, portando la sua luce spirituale tra gli uomini. In letizia, perseveranza, rigore ed amore.

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