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  ATTUALITA' - IL CORSIVO
  a cura di Marco Caroni
  18/04/2008
 

 

 

MORTE AL PAPA, VIVA IL PAPA

 

 

   
 

IL 19 settembre 1870 il popolo romano tributò a Pio IX, in rassegna alle proprie truppe alla vigilia dell’invasione italiana dell’ultimo lembo di Stato Pontificio, un entusiastico omaggio: inghirlandando a festa una città che assisteva di fatto all’ultima passeggiata papale che avrebbe calcato i sampietrini da lì a quasi 60 anni. Il giorno dopo, poco oltre mezzogiorno, Roma e la sua gente acclamavano l’esercito liberatore di Vittorio Emanuele II. L’Italia resta così quella di sempre: un Paese senza storia e senza memoria collettiva. Neanche a breve termine. Un coacervo di genti e di campanili che negli ultimi 150 anni ha compiuto significativi passi in avanti soltanto sul fronte linguistico: perché sul fronte unitario, si resta ancora in alto mare. L’Italia si conferma così nazione naturalmente tesa al dissenso, allo scontro, al confronto duro, sempre e comunque: al voto di protesta, alla labile e scarsa memoria del recentissimo passato e ad una soglia di tolleranza all’autodistruzione che continua incredibilmente e quasi paradossalmente ad elevarsi in maniera indefinita. Ad uno spiccato autolesionismo, drogato dall’ormai acquisita insensibilità (ma ancora crescente) alle proprie sciagure. Allo sbandamento post guerra fredda (e continuiamo a chiamarla seconda Repubblica) che ne caratterizza l’incerta storia recente. L’italiano resta il “popoletto” del favore clientelare, del tanto peggio tanto meglio: dell’assistenzialismo spicciolo, dell’erba del vicino, del Suv e dello sballo quali uniche ragioni di vita. Quali non plus ultra sociali. Del pallone, dei santi, delle cene e delle compromettenti strette di mano. La severa (ma difficilmente letale) lezione inferta alla sinistra – che di fatto segna la prima eliminazione di un partito da parte degli elettori – individua comunque un punto di svolta: il “pericolo rosso”, il “lupo siberiano”, dopo sessanta anni di caccia è definitivamente tolto di scena dal fronte istituzionale e a questo punto sarà necessario ridefinire assetti e correnti. Perché senza il contatto diretto col “pericolo bolscevico” si rischia di sbilanciarsi. L’Italia, Roma, i Castelli romani, si confermano dunque terra di gente dalla breve, brevissima e distratta memoria: terra di gente disposta a dimenticare, a voltare pagina, a tapparsi il naso, a concedere e riconcedere crediti gratis ad una classe dirigente mediocre e ad una politica qualunquisticamente indecente. Elettori disposti ancora a prestarsi al gioco di quel “destra-sinistra” che nella stanza dei bottoni da anni non ha più alcun senso se non quello, strumentalmente nobile, di asservire la massa votante (e continuiamo a chiamarla democrazia) ad una schematizzazione facilmente adattabile a qualunque esigenze dell’oggi. Il timore è che, trascinata da una reazione di forte stampo vaticano (e spiccatamente papalina), una situazione socialmente al limite (eccessivo ormai il divario tra ricchi e poveri) produca nuove ed inespresse deformi arabe fenici.